In un certo senso viaggio verso Latina in compagnia dello scrittore, perché vedo tutt’intorno le strade e i paesaggi immortalati nei suoi libri, anche se pesantemente modificati dalle grandi piantagioni di kiwi. In lontananza, oscurato dal frinire delle vicine cicale, pare di sentire, sul rettilineo della via Appia, tra i pini marittimi, il rombo del motore della Guzzi 500-Falcone Sport montata dal fantasma di Benito Mussolini che controlla che tutto vada bene e che la gente del posto non combini troppi casini, come Pennacchi ha immaginato in uno dei suoi romanzi. A Latina (l’ex Littoria) l’Associazione “Amici di Antonio Pennacchi”, si alternerà nella lettura di “Palude”, il romanzo da cui, insieme a “Mammut”, ha preso forma tutto il suo mondo letterario. La maratona di lettura cominciata all’imbrunire nell’arena Cambellotti si conclude di fronte al mare, al pontile di Capo Portiere, al di là del lago di Fogliano, in fondo al viale che porta proprio il nome del primo grande scrittore di Latina, in un ideale abbraccio tra la città, il mare, l’ex palude e la memoria di fatti e personaggi che hanno fatto la storia delle paludi pontine

Discorso di Benito Mussolini nell’agro-pontino; sotto il titolo, primo piano dello scrittore vincitore del Premio Strega, morto a 71 anni

◆ Il racconto di CESARE A. PROTETTÌ

Arrivo a Gnif Gnaf, oggi Borgo Santa Maria, nel primo pomeriggio, in un orario nel quale non si dovrebbe alzare in volo a caccia delle mie caviglie la zanzara comune, la Culex Pipiens, quella che potrebbe portare il virus del West Nile (il Nilo occidentale). Da queste parti bisogna starci attenti perché da Cisterna a Pontinia si sono registrati parecchi casi di West Nile, alcuni con esito mortale. West Nile, si badi bene, e non West Nail (l’unghia occidentale), come era scritto in un sottopancia di un servizio televisivo. Tutto tace intorno a me: si sente solo il frinire delle cicale. Gli umani potrebbero essere “allestrati” nelle loro case per la proverbiale pennichella. Il verbo “allestrare” e il sostantivo “lestra” li ho conosciuti grazie a un collega giornalista di queste parti. «La lestra – mi spiegava – era il giaciglio sul quale riposavano i pastori delle bufale».

L’onomatopea Gnif Gnaf deriva invece chiaramente dal rumore degli stivali che affondavano e si risollevavano dalle acque della palude, qui a Borgo Santa Maria (non lontano dalla casa di santa Maria Goretti), così come nei centri vicini: Borgo Bainsizza, Borgo Piave, Borgo Montello, Borgo Sabotino, Borgo Podgora, e anche più giù, ai margini meridionali della pianura pontina. Zone dove regnava la famigerata zanzara anofele che diffondeva la malaria tra le famiglie inviate quaggiù dal Duce a bonificare stagni e pantani durante il regime. «Fu un esodo. Trentamila persone nello spazio di tre anni, diecimila all’anno – si legge sul retro della copertina di Canale Mussolini, il romanzo-epopea di Antonio Pennacchi che gli valse il Premio Strega nel 2010 – venimmo portati quaggiù dal Nord: dal Veneto, dal Friuli, dal ferrarese. Portati alla ventura in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua. Ci chiamavano polentoni o peggio ancora cispadani. Ci guardavano storto. E pregavano Dio che ci facesse fuori la malaria». 

Dopo la sosta a Gnif Gnaf, la meta finale di questo mio viaggio è Latina (già Littoria), dove, si celebrerà, con una maratona di lettura, Antonio Pennacchi nato qui il 10 settembre 1950 (madre veneta e padre umbro) e qui morto a 71 anni, per infarto, il 3 agosto di quattro anni fa, mentre era al telefono con la moglie, Ivana Busatto conosciuta dallo scrittore-operaio durante un’occupazione in fabbrica. E nascerà in questa occasione l’Associazione “Amici di Antonio Pennacchi”, della quale Busatto è stata chiamata alla presidenza onoraria. In molti si alterneranno nella lettura di Palude, il romanzo da cui, insieme a Mammut, ha preso forma tutto il suo mondo letterario. Ospite della serata, tra gli altri, Cristian Ferrari, il figlio di Palude, oggi imprenditore. La maratona di lettura comincerà all’imbrunire nell’arena Cambellotti e si concluderà di fronte al mare, al pontile di Capo Portiere, al di là del lago di Fogliano, in fondo al viale che porta proprio il nome di Antonio Pennacchi, in un ideale abbraccio tra la città, il mare, l’ex palude e la memoria di fatti e personaggi che hanno fatto la storia delle paludi pontine.

In un certo senso io viaggio verso Latina in compagnia dello scrittore, perché vedo tutt’intorno le strade e i paesaggi immortalati nei suoi libri, anche se pesantemente modificati dalle grandi piantagioni di kiwi. In lontananza, oscurato dal frinire delle vicine cicale, pare di sentire, sul rettilineo della via Appia, tra i pini marittimi, il rombo del motore della Guzzi 500-Falcone Sport montata dal fantasma di Benito Mussolini che controlla che tutto vada bene e che la gente del posto non combini troppi casini, come Pennacchi ha immaginato in uno dei suoi romanzi. 

Bellunesi nelle paludi pontine durante la bonifica fascista

Palude è il soprannome dell’operaio comunista protagonista dell’omonimo romanzo, una figura che si affianca a quella di Benassa, che giganteggia nel romanzo Mammut: un leader sindacale che dopo anni di lotte in fabbrica si trova di fronte al rischio che quella classe operaia, con la sua cultura e i suoi ideali, viaggi verso l’estinzione, come i mammut, inadatti alle nuove ere. «Nel romanzo di Pennacchi – ha scritto Pietro Ichino – il vecchio sindacato non muore solo simbolicamente, con il suicidio di Cesare, il compagno di mille battaglie di Benassa: è proprio un’intera pagina di storia del movimento operaio che si chiude. E nel libro non se ne vede aprire una nuova. Perché Mammut è la storia di Benassa, una tuta blu, un sindacalista ruvido e capace di portare le trattative fino a sfinire i padroni; ma Mammut è anche il racconto della resa di un modo di fare sindacato che con quello del terzo millennio non ha nulla a che fare».

Confesso che, a dispetto delle critiche che gli sono piovute addosso, io ho sempre amato e ammirato questo scrittore, mio coetaneo, che iniziava a lavorare come operaio alla Fulgorcavi di Latina (poi Alcatel Cavi) mentre io cominciavo a far pratica nello studio dell’avvocato Caroleo Grimaldi, legale della Fulgorcavi. Poco dopo io passavo al giornalismo e lui iniziava una fantastica traversata da operaio a scrittore. La svolta nella vita di Pennacchi avvenne dopo i 40 anni, quando dopo aver abbandonato la politica attiva, sfruttando un periodo di cassa integrazione, si laureò in Lettere all’Università La Sapienza di Roma. Nello stesso anno della laurea, Pennacchi pubblicò per Donzelli il suo primo libro Mammut, scritto negli anni Ottanta, che in otto anni di tentativi aveva collezionato 55 rifiuti da una trentina di diversi editori, ad alcuni dei quali lo aveva mandato due volte con nomi o titoli diversi. 

Fu Aldo Dapelo, l’imprenditore che aveva fatto grande la Fulgorcavi, (scomparso a quasi 100 anni d’età) a chiedergli di abbandonare la catena di montaggio e di restare a casa per raccontare storie legate alla fabbrica. Dicono le malelingue che lo fece anche per togliersi di mezzo un sindacalista rompiscatole. Uno che aveva fatto politica attiva, da adolescente, prima nelle file del Msi (dal quale fu espulso) e poi via via nelle formazioni “dove si faceva casino”: dal movimento studentesco, nel ’68, ai marxisti e leninisti. Poi “Servire il popolo”, Psi, Pci, Cgil. Impegni che furono la fonte di ispirazione del romanzo Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi  (2003), da cui nel 2007 è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, diretto da Daniele Luchetti, dal quale Pennacchi si dissociò, sostenendo che soprattutto nella seconda parte la pellicola aveva tradito il romanzo.

Il romanzo Palude sarà letto, a staffetta, all’Arena Cambellotti. E proprio dell’artista più noto di queste parti, Duilio Cambellotti, è l’opera La redenzione dell’Agro pontino che – in un suggestivo particolare – fa da copertina all’edizione di Canale Mussolini che ha vinto lo Strega. «Bello o brutto che sia – disse Pennacchi in una intervista – questo è il libro per cui sono venuto al mondo. Fin da bambino ho sempre saputo di dover fermare questa storia e raccontarla prima che svanisse. Nient’altro. L’ho scritto sotto dettatura dei miei morti. Di mio padre e mia madre, della gente che ho conosciuto e che non c’è più. Loro sono come i penati dell’antichità. Le loro voci mi arrivano dentro e a volte mi fanno piangere». Latina ricorda così il suo primo grande scrittore. Un romanziere che ha saputo dare un’anima letteraria alla sua città, impastando cultura e lavoro. E anche poesia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).