Sotto il titolo, le Farfalle Martina Centofanti e Alessia Maurelli a Tokyo 2020; qui in alto, Sofia Raffaelli agli Europei di ginnastica ritmica di Tel Aviv 2022

Denunce e titoli chiassosi dei giornali hanno gettato ombre minacciose sulle medaglie mondiali ed europee, sugli allori olimpici e su tutti i prestigiosi risultati che negli anni sono stati faticosamente conquistati dalla squadra italiana. La ginnastica ritmica non può che essere uno sport femminile. Uno sport duro, massacrante, di estrema precisione e disciplina, ma all’apparenza facile, naturale, scontato. Proprio come tante altre attività prettamente femminili, tipo danzare sulle punte dei piedi, mettere al mondo un bambino, conciliare famiglia e lavoro. I body tempestati di strass, la musica che accompagna i movimenti, ogni equilibrio da contorsionista è eseguito con il sorriso: per tutto questo, allo spettatore risulta difficile percepire la tecnica e il rigore che ogni esibizione comporta. Cinque campionesse mondiali riflettono sul commissariamento della casa delle Farfalle e ne nasce un racconto accorato


L’articolo di SILVIA PIETRANGELI

HO SEMPRE PENSATO che la ginnastica ritmica non potesse che essere uno sport femminile. Cioè uno sport duro, massacrante, di estrema precisione e disciplina, ma all’apparenza facile, naturale, scontato. Proprio come tante altre attività prettamente femminili, tipo danzare sulle punte dei piedi, mettere al mondo un bambino, conciliare famiglia e lavoro. Sarà per i body tempestati di strass, sarà per la musica che accompagna i movimenti, sarà perché ogni equilibrio da contorsionista è eseguito con il sorriso, sarà per tutto questo, ma allo spettatore risulta difficile percepire la tecnica e il rigore che ogni esibizione comporta. Un po’ come osservare il volo di una farfalla e dimenticarsi di tutto il sacrificio, la pazienza, la disciplina del bruco.

Un gruppo di ginnaste nell’Accademia di Desio, la casa delle Farfalle

E questi giorni che le Farfalle della ginnastica ritmica sono state investite da una tormenta, da una tempesta perfetta, fatta di presunti insulti e annessi pensieri suicidi, di presunte vessazioni e disturbi del comportamento, mi interrogo, turbata, sulla portata delle denunce e dei titoli chiassosi dei giornali, che improvvisamente hanno gettato ombre minacciose sulle medaglie mondiali ed europee, sugli allori olimpici e su tutti i prestigiosi risultati che negli anni sono stati faticosamente conquistati dalla squadra italiana. Ombre pesanti che in un batter d’occhio hanno ricoperto l’intero movimento, trasformando la ginnastica ritmica, nel suo insieme, senza alcuna distinzione, in una fucina di malessere e sofferenza. 

Così impugno il telefono e parlo con le uniche persone con cui posso confrontarmi schiettamente e condividere sentimenti tanto complessi: le mie compagne della squadra nazionale di ginnastica ritmica, compagne di due podi mondiali nel 1992. Il nostro ultimo incontro risale ad alcune settimane fa quando, dopo tanto tempo, con famiglie al seguito, ci siamo incontrate per festeggiare l’anniversario delle nostre medaglie, un argento e un bronzo, e di quell’esperienza così significativa per tutte noi. È stato bello esserci ritrovate e aver potuto riabbracciare quelle bambine, ormai adulte, che conservano nello sguardo la medesima fierezza e determinazione sfoggiata nel corso del 1992.

Durante questa breve vacanza, trascorsa tra risate e allegria, c’è stato un momento importante, un momento in cui, rimaste sole, raccolte attorno a un tavolo, abbiamo tirato fuori ricordi ed emozioni, fatti, episodi, spesso duri, a volte dolorosi, ancora imbevuti di sacrificio, sudore, lacrime e rinunce. Quattordicenni con i minuti contati al telefono a gettoni per chiamare casa, ospitate in centri federali piuttosto lugubri, che mangiavano o non mangiavano quello che veniva loro messo o non messo nel piatto, sottoposte ad allenamenti estenuanti, a sgridate, a una disciplina inflessibile. Osservare tutti quei ricordi ammonticchiati uno sull’altro, guardarli per la prima volta insieme a chi li aveva vissuti e condivisi, ci ha permesso non solo di ribadire la loro ferma condanna, ma anche di vederli nella giusta prospettiva, cioè in quel contesto storico in cui la ginnastica italiana si affacciava alle grandi competizioni internazionali, dominate dal blocco sovietico che rappresentava l’unico modello, ovviamente distorto, di insegnamento di alto livello. E ci ha permesso anche di vedere tutta la forza e la determinazione che ciascuna di noi, a dispetto della giovane età, ha dimostrato nell’affrontare quell’esperienza. 

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«Ma quindi cosa ne pensate?» ho domandato ad alcune di loro dopo aver appreso del commissariamento dell’Accademia di Desio, la casa delle Farfalle. «Sono sconvolta», mi dice Federica Gariboldi che ha rivestito la maglia azzurra agli europei di Stoccarda, ai mondiali di Bruxelles del 1992, ai mondiali di Alicante del 1993 e di Parigi del 1994, direttrice tecnica dell’associazione sportiva Club Giardino di Carpi che milita in serie A, «diverse mie ginnaste sono state convocate nel corso degli anni presso l’Accademia di Desio e mai ho avuto notizia di maltrattamenti o vessazioni. Certo, l’impegno e il sacrificio richiesto a queste ginnaste è notevole, come in tutti gli sport ad alto livello, ma sempre nei limiti del rispetto della persona». Infatti, se è vero che ogni condotta abusante deve essere condannata, non può essere invece condannata la disciplina in sé, fulcro del concetto stesso di agonismo. «La ginnastica ritmica — prosegue — è uno sport che presuppone una certa fisicità. Per quanto i parametri si stiano lentamente modificando, abbandonando via via quella spasmodica ricerca di magrezza dei decenni passati, tuttavia è innegabile che la prestazione, il gesto sportivo siano condizionati dalla leggerezza del corpo. Come avviene in altri mille sport».

Per questo l’atleta che intraprende un percorso di agonismo di alto livello deve essere affiancato da figure professionali come nutrizionisti e psicologi, figure presenti nell’Accademia di Desio. «Quando si arriva a competere a certi livelli, c’è una sorta di selezione naturale che non si basa più soltanto sulle doti fisiche e tecniche dell’atleta, ma in altissima percentuale sulla forza psichica», interviene Valentina Marino, che oltre ad essere stata medagliata ai mondiali di Bruxelles nel 1992, ha partecipato ai mondiali di Alicante, Parigi, Vienna, Budapest sino alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. «Se stai preparando un mondiale o un’olimpiade la fragilità mentale non è contemplata. Quando dopo Parigi ho scelto di continuare altri due anni sino ad Atlanta — sottolinea Valentina —  ero consapevole di quello a cui stessi andando incontro. È stato facile? No, assolutamente no, eppure la voglia di arrivarci, di esserci, è stata più forte».

Federica Gariboldi, Sara Granzotto, Valentina Marino, mondiali Bruxelles 1992

Ovviamente il discorso cambia quando si parla di ginnastica a livello societario o addirittura non agonistico, dove certe pressioni psicologiche non possono essere accettate. «Però se chi formula delle accuse continua a parlare della ginnastica in generale invece che fare nome e cognomi di insegnanti e società sportive — osserva Claudia Godio, ginnasta azzurra agli europei di Stoccarda del 1992, ai mondiali di Atene del 1991 e capitano della nazionale medagliata di Bruxelles 1992 — si continua a generalizzare, trascinando nel fango un intero settore nel quale invece lavorano con passione, impegno e rispetto per i valori dello sport innumerevoli professionisti». Fango nel quale ama spesso sguazzare certa stampa italiana, alla ricerca di facili like da ottenere senza sforzo, con pseudo scandali e mostri di turno da sbattere in prima pagina senza attendere che i fatti vengano accertati nelle sedi adeguate.

Un’ultima domanda aleggia poi nel cuore della tormenta mediatica, e la formula Sara Granzotto, anche lei ginnasta azzurra ai mondiali di Bruxelles del 1992, di Alicante del 1993, di Parigi del 1994, e agli europei di Salonicco sempre del 1994: «Se questi presunti fatti fossero capitati quattro, cinque, persino dieci anni fa, perché parlarne solo adesso? Perché proprio ora che la nazionale italiana ha conquistato il suo primo titolo iridato individuale? Perché farlo a un anno e mezzo dalle olimpiadi di Parigi, dove l’Italia è una delle favorite per le medaglie olimpiche? Chi si avvantaggerà di una nazionale italiana così indebolita?». Purtroppo, non tarderemo a scoprirlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.

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