Nibali in una delle sue celebri discese

La sua capacità di “inventare” la corsa gli ha consentito di vincere anche quando non era il più forte di tutti. Vincenzo Nibali, 37 anni, tira le somme: «Aspettavo questa tappa perché è qui che è iniziato tutto – ha detto dal palco del Giro d’Italia dopo l’arrivo a Messina – Sono andato via di casa a soli 15 anni, ho dato tanto al ciclismo e tanto ho raccolto: ora voglio restituire alla mia famiglia tutto il tempo che le ho tolto in questi anni». Sulla salita dell’Etna i cinque minuti di ritardo accumulati dal vincitore sono stati la cartina tornasole per lo squalo che oggi e per sempre rimarrà nel prestigioso G7 ciclistico di cui fanno parte anche Merckx, Anquetil, Gimondi, Hinault, Contador e Froome, gli unici nella storia capaci di vincere tutte e tre le grandi corse a tappe


L’articolo di MARCO FILACCHIONE

È STATO COME chiudere un lungo, lunghissimo cerchio: sulle strade in cui pedalava da ragazzino, Vincenzo Nibali ha capito che a 37 anni era il momento di dire basta. «Aspettavo questa tappa perché è qui che è iniziato tutto – ha detto dal palco del Giro d’Italia dopo l’arrivo a Messina – Sono andato via di casa a soli 15 anni, ho dato tanto al ciclismo e tanto ho raccolto: ora voglio restituire alla mia famiglia tutto il tempo che le ho tolto in questi anni».

Se aveva qualche dubbio, gli era passato il giorno prima, sulla salita dell’Etna, vissuta alla stregua di un mesto e interminabile Golgota e terminata con un ritardo di quasi cinque minuti dal vincitore. Il saluto vero avverrà a fine stagione, e forse sarà un tempo sufficiente a rendere allo “Squalo” la dimensione che merita e che non tutti in questi anni gli hanno riconosciuto.

Lo “squalo dello Stretto di Messina” in azione al Tour de France, sugli Champs-Elysees a Parigi il 27 luglio 2014

Non è stato il miglior scalatore della sua generazione, né il miglior cronoman. I suoi pregi maggiori, oltre a una straordinaria perizia da discesista, sono stati costanza di rendimento e duttilità. Due Giri d’Italia, una Vuelta e un Tour de France gli hanno aperto le porte di un prestigioso G7 ciclistico, di cui fanno parte anche Merckx, Anquetil, Gimondi, Hinault, Contador e Froome, gli unici nella storia capaci di vincere tutte e tre le grandi corse a tappe.

La sua capacità di “inventare” la corsa gli ha consentito di vincere anche quando non era il più forte di tutti. Come nel Tour del 2014, quando, in una tappa ricalcata sulla Roubaix, piena di acqua, fango e trappole, si scatenò sul pavé (mai conosciuto prima) e mise alle spalle tutti i favoriti: Froome cadde e si ritirò, Contador arrivò in grave ritardo, Nibali mise le basi per il successo finale.

Vincenzo Nibali al Giro d’Italia

Alla gestione ha sempre preferito l’azione, anche quando poteva starsene buono. Al Giro del 2013 si presentò alle ultime tappe con un vantaggio rassicurante, ma al penultimo giorno arrivarono le Tre Cime di Lavaredo, flagellate da una bufera di neve, e Vincenzo decise di regalare l’impresa: staccò tutti nel finale e avanzò come uno spettro nella nebbia, fino al traguardo.

Al contrario di altri campioni, non ha vissuto di specializzazione, tanto da mettere in bacheca anche grandi classiche come Milano-Sanremo e Giro di Lombardia (due volte). Invenzione pura fu la Sanremo del 2018, sottratta ai velocisti con un’azione sul Poggio. Il tradizionale trampolino verso l’arrivo non era più decisivo da anni, spianato dai velocisti. Lo Squalo partì deciso, scollinò e si lanciò verso il mare, inseguito furiosamente. Sul vialone finale si vide il gruppo aprire le fauci e quasi ingoiare il fuggitivo, capace però di mantenere uno scarto minimo fino allo striscione. «Non so neanch’io come riesco a fare queste cose», disse a caldo.

Dopo di lui il diluvio, più o meno. Se togliamo il nome di Nibali, la presenza italiana nei grandi Giri si limita negli ultimi dieci anni a un paio di podi rosa di Fabio Aru e al sorprendente secondo posto dello stagionato Caruso al Giro dell’anno scorso. Appelliamoci alla tradizione azzurra, che rende possibile ogni speranza. I nuovi fenomeni, Pogaçar avanti a tutti, sembrano però pedalare su un altro pianeta© RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.

-