Natura Valp (Natura e Valpelline) è un’associazione nata nel 2012, premiata dall’Onu come esempio di turismo sostenibile con il ‘promotion of responsible tourism’ (promozione del turismo responsabile). Ciò che rende unica questa associazione, rispetto a tutte le altre realtà che la circondano, è che usa il territorio per il turismo senza appesantirlo di infrastrutture turistiche: non ci sono impianti di risalita. Daniele Pieiller, classe 1977, ci parla di questa realtà creata assieme ad altri imprenditori che hanno conseguito l’importante riconoscimento: «essenziale per la crescita è stato il fatto che anche le altre realtà economiche della valle si siano riconosciute nel progetto che avevamo e si siano unite»


L’intervista di FABIO BALOCCO con DANIELE PIEILLER

Daniele Pieiller con un somarello in alta montagna

DANIELE PIEILLER, NATO ad Alagna Valsesia nel 1977, già direttore di piste da sci a Valtournenche, poi, dal 2001 al 2019 Gestore del Rifugio Alpino Crête Sèche a Bionaz, dal 2014 ad oggi titolare dell’ Espace Alpe Rebelle, sempre dal 2014 ad oggi operatore del Soccorso Alpino, e dal 2012 ad oggi Presidente dell’Associazione Culturale NaturaValp (nome che è la contrazione di Natura e Valpelline) per lo sviluppo e la promozione del turismo responsabile in Valpelline. Tutto giusto?

«Sì, tutto giusto, anche se a Varallo Sesia sono nato per caso, in realtà io sono valdostano ed ho sempre vissuto qui»

— Allora, Daniele, questa intervista nasce dalla scoperta che ho fatto: la tua associazione ha ricevuto un ambìto riconoscimento internazionale. Mi sapresti dire quando è nata l’associazione, quanti eravate e da quali presupposti siete partiti?

«L’associazione è nata nel 2012, ma era un po’ che io insieme ad altri operatori turistici ci confrontavamo su come gestire il turismo nella nostra valle, che ha una peculiarità su tutte, e cioè che è priva di impianti di risalita. Nel contempo, geograficamente è una valle molto lunga e con grandi altezze, ricca di ghiacciai, di flora e di fauna».

Uno scorcio della Valpelline

— Già, la Valpelline non ha impianti e credo che voi intendiate lasciarla così anche in futuro.

«Sì, probabilmente il fattore che ha giocato a favore dell’assenza di impianti è stato che la valle negli anni Ottanta-Novanta aveva ancora un’economia agro-pastorale sana e che molti abitanti facevano la spola giornaliera con Aosta, dove lavoravano, e che è relativamente vicina. Insomma, c’erano dei redditi garantiti e non si sentiva l’esigenza di creare un’economia basata sullo sci di pista. Poi, in più, io avevo modo di confrontare la nostra valle con una pesantemente infrastrutturata, come quella di Valtournenche, dove lavoravo. Là, la montagna è solo una cornice per l’attività sportiva, mentre qui chi frequentava la valle la conosceva davvero, c’era un rapporto diretto con la natura. Quindi, come dicevo, io ed altri imprenditori siamo partiti dal presupposto di sfruttare a fini turistici le ricchezze naturali della valle».

— Quindi niente sci di pista, ma neanche eliski.

«Ma sì, riguardo all’eliski noi ci siamo fatti due conti confrontandoci con le località dove si pratica e ci siamo resi conto che sarebbe stato addirittura un danno per la nostra economia dolce».

— Come opera la vostra associazione concretamente?

«Prima di dire come opera ci tengo a sottolineare come sia estremamente importante la coesione che c’è fra gli associati. Questo collante è estremamente importante per operare bene. Poi, all’inizio abbiamo fatto una grande promozione per far conoscere la valle, partecipando a fiere, anche all’estero. Fra di noi ci dicevamo per scherzo che vendevamo il nulla, perché vendevamo solo la natura, mentre gli operatori delle altre valli vendevano le infrastrutture. Oppure ci dicevamo che vendevamo il buio, perché da noi il buio di notte c’è ancora, mentre altrove è scomparso a causa dell’illuminazione dilagante. In seguito, quello che è stato essenziale per la crescita è stato il fatto che anche le altre realtà economiche della valle si siano riconosciute nel progetto che avevamo e si siano unite. Noi adesso siamo una sessantina di soci, con all’interno una quarantina di attività imprenditoriali. Quindi, non solo operatori turistici, ma gestori di negozi, agricoltori, guide alpine».

Le montagne innevate che accolgono la valle

— Praticamente riunite al vostro interno quasi tutte le attività imprenditoriali della valle.

«Diciamo che in effetti circa il novanta per cento delle attività si riconoscono nella nostra associazione».

— Daniele, io conosco abbastanza bene l’arco alpino occidentale, ma non sapevo nulla della vostra associazione finché non avete avuto il riconoscimento dell’Onu, come esempio sulle Alpi di ‘promotion of responsible tourism’ (promozione del turismo responsabile). Mi domando come abbia fatto appunto una realtà così piccola come la vostra ad ottenerlo…

«Eh, quello è un mistero. Noi stessi ci siamo stupiti, perché in effetti noi siamo una piccola realtà, ma evidentemente è stata premiata la nostra unicità come associazione che punta in modo quasi talebano sulla conservazione dell’ambiente in cui vive. E dire che la scommessa su cui abbiamo puntato noi potrebbe essere tranquillamente esportata ad altre valli, che invece non riescono proprio a sganciarsi dalla visione legata allo sci di pista. Senza rendersi conto che si potrebbe avere un ritorno economico uguale o addirittura maggiore senza le solite infrastrutture. Pensa che noi, nei primi cinque anni di vita dell’associazione abbiamo avuto un aumento del sessanta per cento delle presenze turistiche».

Un sentiero di montagna

— Purtroppo, penso che invece di recente la pandemia abbia picchiato duro anche sulla vostra realtà…

«La pandemia ha avuto conseguenze che definirei catastrofiche, eppure non se ne parla. Molte attività in Valle, e anche da noi, hanno chiuso. Chi aveva dei risparmi da parte ha resistito, altrimenti chi non li aveva è caduto pesantemente. Del resto, le presenze turistiche nel biennio 2020/2021 in Valle d’Aosta si sono dimezzate. Diciamo che durante il Covid abbiamo lavorato più o meno quaranta giorni all’anno. Speriamo che questa estate la situazione cambi. Ma la pandemia ci ha anche insegnato che puntare solo sul turismo è un azzardo. E la nostra associazione punta in effetti anche sull’economia primaria. Del resto, i nostri avi vivevano praticamente in autarchia e in comunità: dobbiamo imparare dal passato».

— Una domanda che riguarda la tua persona: ti sei impegnato anche in politica?

«Un bello sbaglio, credevo che si potesse fare qualcosa in un ambito tra l’altro piccolo come il nostro, ma poi mi sono reso conto che il mondo della politica letteralmente ti mangia, anche se ci entri con le migliori intenzioni. Meglio dedicare i nostri ideali e le nostre energie per qualcosa di concreto».

— Torniamo al riconoscimento: cosa ha significato per voi?

«Sappiamo che abbiamo prevalso su tantissimi altri progetti, e questa è stata una bella soddisfazione. In concreto, non c’è un premio in denaro, ma il tutto si concretizza in una pubblicazione che riporta 74 realtà di turismo responsabile in giro per il mondo. Uscirà anche una pubblicazione cartacea a breve. La scelta è stata sancita in una conferenza che si è tenuta a Madrid l’11 dicembre, con Messner come testimonial. In Italia solo la nostra realtà e quella di Castelmezzano, in Basilicata. Il riconoscimento ci dà ulteriore forza e servirà anche per promuoverci ulteriormente. Adesso faremo una apposita manifestazione l’11 e 12 giugno, con diverse personalità della cultura alpina».

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.

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