“Metti una sera a cena” con la coppa di Nestore: da Ischia alla Sardegna tra eroi, storici e dee

«Io sono di Nestore la coppa amabile a bersi; chi venga a bere da questa coppa, lo prenderà subito il desiderio di Afrodite dalla bella corona»; sotto il titolo la Coppa di Nestore al Museo archeologico di Phitecusa

In uno dei suoi “fortuiti” incontri, il nostro cronista cena oggi con Nausicaa, Alcinoo, Odisseo e Marco Velleio Patercolo, preferito alla compagnia del commediografo napoletano Peppino Patroni Griffi che proprio non vuole abbandonare il desco: è attratto da un racconto di Ulisse circa un viaggio nell’isola dei Ciclopi di Sicilia e forse nella sua Campania. Ma soprattutto da quella straordinaria coppa di Nestore che David Ridgway argomenta come sia stata ritrovata nell’isola di Ischia, l’euboica Phitecusa. E si intavola un discorso sugli approdi greci in Sardegna, i famosi lingotti a pelle di bue di Serra Ilixi, i ritrovamenti del Nuraghe di Flumenelongu, brindando «con il possente Cerasuolo, in una delle coppe a chevrons»


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

Preparazione della Coppa di Nestore per l’esposizione al British Museum

RICORDATE IL BEL FILM “Metti una sera a cena”, del 1969? Solo che nella cena che vi voglio raccontare, al posto della fascinosa Florinda Bolkan e di Lino Capolicchio, c’è la bellissima Nausicaa, il padre Alcinoo, re dei Feaci, il sire degli Itacesi, Odisseus e, naturalmente, chi scrive. Quest’ultimo, il vostro narratore, ha il fiatone per aver cercato di spintonare fuori dalla porta del “salotto” regale, il commediografo del film, il napoletano Peppino Patroni Griffi (1921-2005), preferendogli la compagnia dello storico latino Marco Velleio Patercolo (13, avanti, 31 dopo Cristo), del quale, a parere di qualche storico antico, l’Ethymologicum Magnum, una sorta di Suda bizantina (e della quale potrete leggere, sempre che riusciate a staccarvi dai vostri dannati “social”, nella Treccani), conteneva molte  di quelle antiche lessicografie, raccolte, a sua volta, dal Paterculus. Solo per fare un favore al regista napoletano che non aveva voluto saperne di allontanarsi, aggiungo che L’Ethymologicum era stato scritto a Costantinopoli (guarda caso) nel 1150 da un anonimo, per quanto coltissimo, lessicografo bizantino. 

La resistenza del commediografo partenopeo ad alzare i tacchi, era dovuta, non solo alla folgorante bellezza di Nausicaa, o alla possibilità di potere, magari, ricavare una pellicola dalla serata, quanto perché aveva origliato, nel racconto di Ulisse, di Nestore, di un viaggio del re di Itaca nell’isola dei “Monoculi”, dei Ciclopi di Sicilia, cioè, e, forse, persino nella sua Campania. Nestore, dunque. Ma non tanto il mitico re di Pilo, figlio di Neleo, quanto di quella straordinaria coppa (la coppa di Nestore, per l’appunto, e della quale aveva letto sui giornali), un preziosissimo manufatto rodio, importato dall’isola dell’Egeo a Phitecusa, e attorno alla quale, dal 1955, data del suo ritrovamento, continuano a sbavare archeologi, epigrafisti, storici, filologi e, naturalmente, ceramologhi. 

Cartina geografica di tutta la Magna Grecia

Intanto si era fatto da presso una mia antica conoscenza, chiamato forse dallo stesso Griffi, il grande storico ed etruscologo anglo-greco, David Ridgway (1938-2005), il quale, dopo avermi affettuosamente salutato, mi aveva spiegato, sorridendo, che l’interesse del Patroni Griffi era probabilmente dovuto al fatto che la coppa, portata alla luce dagli archeologici Giorgio Buchner e Carlo Ferdinando Russo, era stata ritrovata a Lacco Ameno, nell’isola di Ischia, dove il commediografo era solito villeggiare e che ben sapeva (non per niente era anche un letterato) che l’isola era proprio l’euboica Phitecusa, la prima in assoluto dell’intero occidente e di Magna Grecia. «Gli Euboici — continua il prof. Ridgway — erano straordinari marinai, forse ancor prima dei celebrati Micenei, e qui nel Sud Italia (da Corfù, sede del palazzo di Alcinoo, siamo tornati intanto in Magna Grecia) avevano numerosi empori, prima della fondazione di Phitecusa». 

«Si racconta — si rende finalmente utile Velleio Patercolo — che questa oikia, questa colonia, e poi anche quella successiva di Cuma siano state fondate seguendo, gli Eubei, il volo di una colomba che li aveva guidati proprio in quei luoghi». «C’è, però un altro mito in proposito», zittisce con un cenno imperioso il vostro saccente cronista, che stava per interromperlo, «e racconta di coloni greci che marciano al suono di bronzi percossi, come più tardi si sentirà nei Cerealia di Roma, e come era nella tradizione di Demetra Achaia in Eubea e ad Eretria. E si fermano e fondano la città, solo quando hanno, o pensano di avere avuto, un segno della Dea». E a capo di questi coloni, ci sarebbe stato Eumelos, principe tessalico, eroe di Fere. Confesso che con tutti questi eroi, miti, storia e tradizioni, mi potrebbe anche cogliere una sindrome “oculogira” a furia di girarmi dall’uno all’altro dei miei interlocutori. Tuttavia, chiedo per il mio amico Igor Staglianò, che ama moltissimo quest’isola, possibile che i Greci, che sciamavano per tutto il Mediterraneo, fondando colonie a destra e a manca, non siano mai approdati in Sardegna, lasciando questo privilegio ai Fenici e, più tardi, ai Punici? 

Lingotti a pelle di bue di Serra Ilixi datati intorno al 1200 a.C.

«Quest’isola, la Sardegna — spiega pazientemente David Ridgway —, a mio parere considerata troppo sbrigativamente, anellenica, ha invece rilevanze archeologiche che fanno pensare il contrario». «Come ignorare — continua il grande storico — i famosi lingotti a pelle di bue di Serra Ilixi e altrove, e che trovano confronti diretti e una datazione intorno al 1200 a.C. con quelli del naufragio di una nave greca a Capo Gelidohya, in Turchia? E che dire dei ritrovamenti nel ripostiglio del Nuraghe di Flumenelongu, dell’archeologa Fulvia Lo Schiavo, la cui esegesi dei reperti della stessa studiosa li mette in rapporto, tra la fine del X e gli inizi del IX sec. a.C., proprio con quella Via dello stagno che parte dall’Egeo, tocca Cipro, e, passando dalla Sicilia, le coste tirreniche e proprio la Sardegna, prima di raggiungere la Spagna e, perfino, le coste atlantiche?». 

Insomma, qui da noi, mentre altrove di faticava a scendere dagli alberi o ad uscire dalle caverne, era tutto un incrociarsi di idiomi, di razze, di tradizioni, di miti. In una parola, di civiltà. «La presenza di questi arditi marinai dell’Eubea — conclude il cattedratico di Oxford, che un po’ greco deve sentirsi, per essere nato ad Atene (e, purtroppo, anche a morirci), e per aver amato moltissimo il nostro Sud — è testimoniata anche dagli scambi commerciali con gli Etruschi, con le coppe a semicerchi pendenti di Veio, nell’Etruria meridionale e di Villasmundo, nella Sicilia sud orientale». Ma, a questo punto, il vostro cronista, ritiene di averne avuto abbastanza e vuole chiudere, magari brindando, insieme ai suoi interlocutori, con qualche ettolitro (sic!) di possente “Cerasuolo” (forse lo stesso con il quale Odisseus ubriacò Polifemo), in una delle famose “coppe a chevrons” di Veio e degli “emporoi” euboici precoloniali della Campania. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.