Donne, minori e teoria della “madre malevola”: i guasti della sindrome da alienazione parentale

Le testimonianze dei minori raccolte non sempre da consulenti specializzati

Se i figli minori di una coppia separata non vogliono vedere il padre, da qualche tempo succede che a finire sul banco degli imputati sia la madre. Anche se la donna è stata vittima di violenze, sotto giudizio finisce lei perché condizionerebbe i figli e li disporrebbe male nei confronti del padre. Un fenomeno grave e diffuso che porta ad affido condiviso anche se l’uomo è stato denunciato per violenze familiari, o ad allontanamento traumatico dei minori verso case-famiglia. Un nodo intricato che dovrebbe essere sciolto con la riforma del processo civile in discussione in parlamento e con l’istituzione del tribunale della famiglia


L’intervento di ROSSELLA MURONI, ecologista e deputata FacciamoEco

NON SOLO VIOLENZA psicologica o fisica, da qualche anno a questa parte donne e minori subiscono anche un’aggressione più subdola e devastante. Si definisce con tre lettere: Pas e starebbe per Sindrome da alienazione parentale. Una teoria che arriva dallo psichiatra forense statunitense Richard Gardner, che abbiamo prontamente adottato e che viene usata spesso nei procedimenti per l’affido dei minori a danno di madre e bambini, nonostante non abbia alcun riscontro scientifico. Una teoria disconosciuta con una importante ordinanza dalla stessa Cassazione.

In pratica se i figli minori di una coppia separata non vogliono vedere il padre, si mette la madre sul banco degli imputati. Anche se la donna è stata vittima di violenze, finisce lei sotto giudizio perché condizionerebbe i figli e li disporrebbe male nei confronti del padre. È un fenomeno tanto grave e diffuso che porta ad affido condiviso anche se l’uomo in questione è stato denunciato per violenze familiari, o ad allontanamento traumatico dei minori verso case-famiglia, o all’affido esclusivo al genitore rifiutato, e alla messa in discussione della stessa potestà genitoriale delle donne. Con grande sofferenza sia per le donne che per i bambini. E in spregio alla Convenzione di Istanbul, che prevede siano valutati e presi in seria considerazione gli episodi di violenza nelle decisioni su custodia e diritto di visita. Questo soprattutto in un’ottica di prevenzione.

Le aule dei tribunali sono piene di consulenti senza adeguate specializzazioni

Come è possibile? Un concorso di colpa direi. Intanto la giustizia civile che segue i casi di separazione e affido troppo spesso non acquisisce, o se lo fa non ne tiene adeguatamente conto, gli atti e le sentenze dei processi penali contro mariti e compagni violenti. Poi le aule dei tribunali civili e dei minori si sono riempite di consulenti cui si affidano compiti sempre più ampi e delicati, senza fare attenzione che abbiano adeguata specializzazione. Inoltre, mi sembra che il fenomeno sia possibile anche perché si dà poco credito ai minori e alle loro testimonianze. Spesso giudici e consulenti non capiscono che il rifiuto di un bambino verso un genitore — di solito il padre — può nascondere episodi di violenza nei suoi confronti, verso la madre o verso sorelle e fratelli. Come se non bastasse è prassi diffusa che i bambini siano ascoltati non dai giudici ma dai consulenti. Non necessariamente psicologi specializzati. Da notare inoltre che la Pas spinge al pregiudizio e a giudicare le persone per un presunto modo di essere, perché considerate ‘alienanti’, non per fatti e comportamenti effettivamente avvenuti.

Da questi elementi combinati insieme a una cultura ancora patriarcale e maschilista deriva questa maionese impazzita. Uscirne si può e si deve. La ricetta credo sia quella di mettere finalmente fuori dai nostri tribunali teorie e costrutti che non hanno alcun fondamento scientifico, limitare le consulenze tecniche facendo affidamento a competenze specializzate e ristabilire il dovere del giudice di ascoltare i minori. Inoltre, in caso di valutazione dell’idoneità genitoriale, vanno applicate le norme costituzionali che proteggono i minori dalla violenza. In nessun caso deve più accadere che si emettano decreti di sospensione della responsabilità genitoriale, o decadenza, o allontanamento del minore sulla base della Pas o teoria della madre malevola. Perché una donna che denuncia violenza va sostenuta, e deve sentire alleate, non nemiche, le istituzioni.

Nel nuovo processo civile, la nomina del consulente dovrà avvenire «con provvedimento motivato»

Un passo avanti importante nella direzione auspicata arriva dalla riforma del processo civile varata al Senato con alcuni emendamenti migliorativi proposti dalla Commissione di inchiesta sul femminicidio presieduta da Valeria Valente, a partire da quello sull’esclusione della sindrome da alienazione parentale dai tribunali italiani. La riforma come approvata da Palazzo Madama prevede, infatti, che se un minore rifiuta di incontrare un genitore «il giudice, personalmente, sentito il minore e assunta ogni informazione ritenuta necessaria, accerta con urgenza le cause del rifiuto». Nella determinazione dell’affidamento e degli incontri con i figli, inoltre, va tenuto conto di eventuali episodi di violenza. Infine, se il giudice vuole ricorrere al parere di un consulente, la nomina dovrà avvenire «con provvedimento motivato, indicando gli accertamenti da svolgere» e il consulente si dovrà attenere a protocolli e metodologie riconosciuti dalla comunità scientifica. Requisito che esclude automaticamente la Pas, come ribadito dalla stessa ministra Cartabia rispondendo a un mio question-time a Montecitorio.

La riforma istituisce il tribunale della famiglia che unifica in una sola struttura i tribunali dei minorenni e tutte le questioni che hanno a che vedere con la famiglia, però restano alcune perplessità. Ad esempio, sulla mediazione familiare possibile anche nei casi con presunta violenza. Credo, invece, che con la violenza non si debba mediare e che si debbano tutelare le vittime. Ma ora che la riforma sta per ricevere l’ok anche dalla Camera spero aiuti a scongiurare altre sofferenze per donne e minori, archiviando definitivamente l’era della Pas. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ecologista, vicepresidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera e deputata di FacciamoEco. Arrivata in Legambiente come volontaria, ne è stata direttrice generale per 8 anni e poi presidente nazionale dal 2015 al 2017. Sociologa, esperta nei temi della sostenibilità ambientale nell’ambito turistico e di organizzazione dei servizi territoriali. Fa parte dell'ufficio di presidenza di Green Italia e del Forum Diseguaglianze e Diversità, è tra i garanti della missione umanitaria collettiva Mediterranea e tra le promotrici de “Le Contemporanee”, startup sociale e digitale nonché media civico per la parità di genere.