Anna Oliverio Ferraris: «Spieghiamo ai bambini che la guerra è pericolosa e fa danni, ma la pace è possibile»

Anna Oliverio Ferraris, cattedratica della Sapienza, psicologa dello sviluppo e scrittrice

Parlare della guerra ai bambini che la vedono scorrere sugli schermi in tv e ne parlano a scuola non è semplice. Le immagini portano nelle nostre case distruzione e morte e lasciano ferite invisibili che possono segnare profondamente la vita dei nostri figli o nipoti. La cattedratica della Sapienza, psicologa dello sviluppo e scrittrice, ci parla dell’impatto psicologico della guerra sui bambini sia nelle città sotto assedio che tra i banchi di scuola. Anche in Italia arrivano i primi bimbi profughi ucraini che provano a riprendersi la loro infanzia e la loro innocenza


L’intervista di ANNA MARIA SERSALE

Non lasciamo uccidere l’innocenza/Italia

L’INCONTRO DI ANTALYA in Turchia è stato un flop, ma in mezzo alla diplomazia che ha fallito, in mezzo alle trattative senza soluzione, tra corridoi umanitari che diventano trappole e tregue non rispettate, in mezzo a tutto questo ci sono i bambini, due volte vittime di questa guerra folle. Sanno che la morte arriva dal cielo. In Ucraina vivono sotto le bombe, vedono morte e devastazione. Ma in qualche modo la guerra riguarda tutti, anche noi. I nostri bambini la vedono scorrere sugli schermi tv e ne parlano a scuola. Sanno della morte di Kirill, che aveva appena 18 mesi, hanno visto quel piccolo fagotto tra le braccia del padre, avvolto in una copertina azzurra insanguinata, Il piccolo era di Mariupol, città martire nel Sud dell’Ucraina, centro strategico e simbolico sul mare d’Azov. Città che ha vissuto l’orrore di un attacco aereo contro l’ospedale pediatrico e il reparto di maternità. Un missile di precisione ha colpito le corsie affollate dove c’erano donne incinte e bambini: 47 i morti sepolti in una fossa comune. Alle porte di Kiev altre vittime innocenti: una donna è riversa sulla strada, accanto la figlia di 8 anni con lo zainetto e il figlio poco più grande, la loro fuga si è interrotta durante uno dei raid russi. Il corpo di Tanya, 6 anni, è stato estratto dalle macerie di un palazzo, accanto c’era sua madre. Alisa, uccisa mentre era all’asilo, mentre Polina è morta insieme ai genitori su una strada alla periferia di Kiev. 

“Le immagini hanno una forza di suggestione superiore alle parole”

Immagini simbolo di questa immane tragedia, che testimoniano la guerra contro i civili, la guerra di Vladimir Putin che fa strage di bambini. La distruzione e la morte lasciano ferite invisibili che possono segnare per sempre la loro vita. Moltissimi sono nascosti nei rifugi con le madri e gli anziani che non si possono muovere, vivono in condizioni di emergenza.

Qual è l’impatto psicologico della guerra sui bambini? Quali danni subiranno? Ne parliamo con Anna Oliverio Ferraris, cattedratica della Sapienza, psicologa dello sviluppo e scrittrice.

«In quelle condizioni, nei sotterranei, al buio, con pochi viveri, sotto i bombardamenti e con il suono delle sirene, restano maggiormente traumatizzati se – osserva la professoressa Oliverio – anche gli adulti sono spaventati, soffrono e piangono. Dai dati che sono stati raccolti in passato in zone di guerra (in Palestina come in altri paesi) si è visto che i bambini possono restare abbastanza sereni e non cadere nel panico quando gli adulti di riferimento riescono a mantenersi calmi, a fornire sostegno psicologico e a trasmettere fiducia».

Cantano “Let it go” di Frozen e sorridono se qualcuno porta dei giochi.

“(…) (gli adolescenti) si impegnano perfino a costruire bombe molotov: un modo per non lasciarsi schiacciare dal senso di impotenza di fronte ai lutti, ai bombardamenti, alle separazioni dai genitori (…)”

«Certamente, i giochi sono importanti, così le attività espressive (disegni, canto, recite, racconti ecc.) sono di grande aiuto ai bambini, una vera e propria terapia sul campo. Gli adolescenti, che comprendono quello che sta accadendo, anche loro scioccati da un’aggressione tanto crudele quanto incomprensibile, cercano di reagire. Da quello che abbiamo visto sugli schermi, si impegnano perfino a costruire bombe molotov: un modo per non lasciarsi schiacciare dal senso di impotenza di fronte ai lutti, ai bombardamenti, alle separazioni dai genitori (in particolare dal padre che va a combattere) e dal loro abituale ambiente di vita. Una delle cose peggiori dal punto di vista psicologico è infatti la sensazione di non poter fare nulla, di essere completamente in balìa degli eventi. Per molti, grandi e piccoli, è un’esperienza estrema che lascerà dei segni, tra cui anche quello di rafforzarli nella loro identità nazionale e nella volontà di vendicarsi».

Lo shock della guerra, la vicinanza con il dolore e le privazioni quanto incideranno sul loro sviluppo?

«Non tutti reagiscono allo stesso modo, comunque un senso di spaesamento, di sconforto e di confusione ha riguardato probabilmente tutti fin dall’inizio dell’invasione delle forze armate russe. Nel giro di ventiquattr’ore molti sono passati improvvisamente, senza nemmeno avere il tempo per organizzarsi, dalla condizione di giovani che avevano una casa, degli amici, una scuola, una residenza, una città, dei ritmi giornalieri scanditi da attività diverse (anche sportive), degli oggetti personali e familiari (computer, abiti, cibi…) alla condizione di rifugiati e profughi. In modo repentino sono stati spogliati di aspetti importanti della loro identità in una età in cui la personalità si sta costruendo e con essa anche il senso di fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e nel contesto sociale in cui incominciano a posizionarsi».

A volte diventano dei piccoli eroi. Un ragazzino di 11 anni di Zaporizhzhia ha viaggiato da solo in treno per mille km, mentre continuavano gli attacchi dei russi. La mamma gli aveva nascosto in tasca il passaporto e una lettera di ringraziamenti per chi lo avrebbe ospitato. Ce l’ha fatta, ma a che prezzo?

«Accade anche questo, che un bambino interiorizzi e faccia proprio il senso di fiducia che sua madre gli trasmette, assicurandogli che ce la può fare, che è il momento di contare su di sé e sulla propria forza interiore, quella che oggi chiamiamo resilienza. Certamente, il rischio era elevato ma il fatto di esserci riuscito lo farà sentire orgoglioso dell’impresa che ha realizzato, delle paure che è riuscito a tenere sotto controllo e anche, in ultima analisi, di non avere deluso sua madre. In seguito, momenti di quella fuga solitaria potranno riemergere nella sua mente e nei suoi sogni a volte in maniera allarmante, ma il fatto di poterli raccontare come un successo gli sarà di aiuto». 

La guerra è feroce, non risparmia i civili, moltissimi bambini sono stati mutilati dalle bombe o uccisi. Le immagini scorrono in tv, quali gli effetti sui nostri ragazzi? Capiscono che è drammaticamente vero? O guardano con distacco come se fosse un film?

È l’età a fare la differenza di come viene percepita la guerra e assimilata la guerra – Foto di Jim Atkinson Pixabay

«Alcuni vivono la guerra come un film. Altri invece si rendono conto che è reale e si immedesimano nelle scene di distruzione che vedono. L’età fa la differenza. Per quanto riguarda i più piccoli è meglio tenerli lontani dagli schermi dove possono vedere i bombardamenti, i palazzi che bruciano e crollano ma anche cadaveri, persone ferite, bambini come loro in difficoltà o scene di disperazione. Le immagini hanno una forza di suggestione superiore alle parole. Quindi, per non spaventarli creando paure e ansie che non possono risolversi in azioni costruttive e difensive, in primo luogo si cerca di capire che cosa hanno visto e sentito e quali sentimenti provano, poi si può spiegare che la guerra è sì pericolosa e fa molti danni, ma che a fronte dei violenti che l’hanno scatenata la maggior parte delle persone è contraria alla guerra, che i governi stanno cercando vie diplomatiche per fermarla e che molti stanno aiutando in vari modi le persone in difficoltà. Un escamotage che ho visto utilizzare da alcune maestre con un discreto successo è lo spostamento del discorso dalla guerra alla pace. Può sembrare un paradosso però, come ho già detto, una delle cose peggiori dal punto di vista psicologico è la sensazione di non poter fare nulla. Avere invece la sensazione di poter reagire, di poter fare attivamente qualcosa aiuta sul piano psicologico. Un disegno, una lettura, pregare, cantare, ma anche racconti in cui i bambini dopo avere litigato hanno fatto la pace, sono di aiuto, perché trasmettono la sensazione di esercitare un qualche controllo sugli eventi e che la pace è possibile. Così come aiuta sapere che ci sono centri di raccolta di fondi per soccorrere i profughi. Aiutare gli altri aiuta se stessi. Con i ragazzi si ragiona, si ascoltano le loro impressioni, le loro opinioni e i loro sentimenti. Si parla dei luoghi in cui avvengono gli scontri e delle strategie che vengono usate da entrambe le parti. Si scoraggiano gli stereotipi (come quello contro gli scrittori, gli artisti e gli scienziati russi) e in quelle classi in cui arriveranno degli alunni ucraini si progetta insieme l’accoglienza».

Da Kiev a Roma, da Mariupol a Milano, Trieste, Bologna, Ancona, Napoli, i piccoli profughi stanno arrivando. Si calcola che ne ospiteremo almeno diecimila. Ci vorranno mediatori linguistici e culturali.

«Vero, molti sono già qui, sono stata consultata da alcune scuole con un collegamento web, gli insegnanti si stanno preparando ad inserirli».

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About Author

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.