Guerra e Covid destabilizzano i più giovani. L’incertezza genera inquietudine, paura e smarrimenti

Dopo quasi tre anni di pandemia e una guerra, che sembra avviarsi a durare a lungo, sono i più giovani a pagare il prezzo più alto in questi  momenti di crisi. I ragazzi che si stanno formando per affrontare il mondo, che oggi più che mai sembra pieno di incertezze, non trovano più i punti di riferimento e la protezione dei loro genitori, spesso travolti nell’affrontare i crescenti problemi quotidiani. Pietro Emiliani (laureando in Psicologia, all’Università di Padova) e Monica Teruzzi (psicologa e coordinatrice dei progetti e del team di Area Scuola del Cta) raccontano le loro esperienze professionali


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

Foto di Pexels da Pixabay

SONO SPAVENTATI E impotenti, presi da un senso di inquietudine e di smarrimento, schiacciati da un futuro sempre incerto che ora le immagini in diretta della guerra rendono più angosciante. Il Covid prima, la devastazione e le stragi ora, generano sofferenza e disagi nei ragazzi, spesso abbandonati ai loro incubi da genitori distratti e sotto stress. Il virus e Putin hanno cambiato il loro mondo, sono saltate tutte le regole. La guerra è entrata nella quotidianità, mostra lutti e distruzione e la percezione della vita non è più quella di prima.

«Stanno male, manifestano un disagio profondo, in loro ho trovato tanta rabbia, anche nelle classi elementari c’erano comportamenti irascibili, scomposti, alcuni buttavano tutto per terra. Avevano difficoltà a stare in classe, faticavano a stare attenti e si creavano disordini. Questo — racconta Pietro Emiliani, laureando in Psicologia, a un passo dal titolo di laurea magistrale all’Università di Padova — accade quando i ragazzi sono lasciati soli di fronte ai problemi, senza punti di riferimento, senza il supporto genitoriale o sociale. Ricordo che un giorno, lavoravamo sulle paure, una bambina in lacrime ha detto: “La mia più grande paura è assomigliare ai miei genitori, sono tristi e stanchissimi, non hanno mai tempo per noi.. Da grande non voglio diventare come loro”». Paure, fragilità, comportamenti difficili, emozioni, desideri, le crisi dei giovani. Emiliani, per oltre un anno, ha fatto esperienza sul campo, lavorando in Lombardia come membro di una equipe multidisciplinare (psicologi, psicoterapeuti, educatori professionali e counselor) del Cta, il Centro di terapia dell’adolescenza, che opera per la prevenzione e per il benessere scolastico presso alcuni istituti lombardi.

Se tra i più piccoli c’è uno stato diffuso di ansia, tra i ragazzi più grandi i problemi aumentano. «Usano molto i social — continua Emiliani — e sentono di appartenere a un’ampia rete, in cui trovano modelli culturali che a volte li spingono a interrogarsi sulla loro identità sessuale. In un laboratorio fatto con una terza media alcuni mi dicevano “non so più se mi piacciano i maschi o le femmine”. L’altra grande problematica è quella del corpo, se corrisponda o no a certi canoni sociali. Finiscono per avere un’attenzione morbosa agli aspetti esteriori, tanto che ora si “modificano” con i filtri, poi a 18 anni vanno a “rifarsi” dal chirurgo. Certo, se il corpo è diventato così centrale è dovuto anche al lungo lockdown che li ha chiusi in casa, tra noia e ripiegamento su se stessi». Dunque, il corpo e la costruzione dell’identità si presentano come temi centrali. La carta d’identità data dalla famiglia non basta più. Per chi è spinto a sganciarsi dalle figure di riferimento si apre una sfida difficile e decisiva, che però ha bisogno di sostegno per raggiungere l’obiettivo, quello di stare bene con se stessi e in relazione con gli altri. Diversamente, il rischio è quello di sviluppare un sé non vero, non autentico, prodotto da modelli culturali ingannevoli.

La generazione covid: incollati agli smartphone, ipnotizzati da youtuber e influencer, i ragazzi  premiano icone che allontanano dalla realtà

I due anni di Covid hanno reso tutto difficile e incerto. Gli adolescenti per mesi hanno vissuto il distanziamento sociale, la paura del contagio, sentito le sirene delle ambulanze rompere il silenzio delle città in lockdown. Confinati nelle loro stanze, con le lezioni in Dad, senza scuola, sport e amici, proibita ogni relazione, incollati agli smartphone, a picchiettare sui tasti, ipnotizzati da youtuber e influencer da milioni di followers, i ragazzi sparavano like su TikTok premiando quelle icone che regalano illusioni e allontanano dalla realtà. Ma ora la generazione Covid è segnata anche dal dramma della guerra in Ucraina, che irrompe nella vita di tutti i giorni, con conseguenze psicologiche per tutti. Monica Teruzzi, psicologa e coordinatrice dei progetti e del team di Area Scuola del Cta, spiega: «Nei ragazzi aumentano anche violenza e atti di autolesionismo, molti soffrono di depressione, ansia, disturbi dell’umore, del sonno o squilibri alimentari; ma hanno anche attacchi di panico o comportamenti lesivi. La fatica degli adulti, le preoccupazioni economiche, i conflitti di coppia esplosi con lo smart working e la troppa convivenza se li sono trovati addosso, proprio mentre la didattica a distanza toglieva loro la scuola, la scuola che è tutto, luogo di crescita e di socialità. Ma il Covid ha fatto disastri anche sui più piccoli. Le mamme mi dicevano: “aveva appena cominciato a capire che cosa era la scuola.. e ora torna indietro, regredisce”».

«Per questo — sottolinea la psicologa Teruzzi — i ragazzi sono quelli che hanno sofferto di più. Fanno fatica a studiare e a concentrarsi, e ora c’è la guerra che accentua tutti i problemi. Sono demotivati. Molti, insicuri, pensano di non farcela a scuola e nella vita, hanno forme di depressione e sono tristi, non riescono a riprendersi. Altri sfogano rabbia e aggressività. Altri si fanno del male. “Mi taglio per capire che cosa si prova”, mi ha detto una ragazza di sedici anni. Era al primo colloquio con me, le ferite dei tagli non le ha coperte, si vedevano, così abbiamo cominciato da lì». Fenomeni, questi, che si intrecciano con la dipendenza patologica da internet, perché tra rabbia e pessimismo i ragazzi vivono connessi ai social. Il web per loro è la via di fuga e le emozioni le cercano in rete, con le sfide in chat che non sono sempre uno scherzo; infatti succede che spingano anche a giochi estremi, con comportamenti a rischio, e forme di autolesionismo, fino a mettere in gioco la vita come dimostrano fatti di cronaca recenti.

Gli adulti sono provati, ma i ragazzi lo sono di più. Tanto che la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, ha espresso profonda preoccupazione per gli effetti della guerra in Ucraina, perché bambini e adolescenti sono più fragili, più vulnerabili allo stress, meno capaci di sopportare traumi, in particolare se vivono in un contesto familiare difficile o se hanno problemi di qualunque tipo di disabilità. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.