Lo “spettacolo” bellico e il cinismo della politica interna: il rebus italiano tra guerra e pace 

Il ritmo dei combattimenti ci appare discontinuo, il fronte incerto, l’avanzata lenta e titubante, il prezzo pagato in perdite di civili inermi spaventoso, nulla è all’altezza delle premesse. Il quartier generale deve essere in grande confusione se Lavrov, ministro degli Esteri e braccio destro di Putin, dichiara che Hitler era ebreo e si inimica Israele, prezioso alleato. In Italia i partiti cominciano a smarcarsi dai sacrifici (dopo averli approvati) nel tentativo di ingraziarsi gli elettori, colpiti dalle conseguenze delle sanzioni. Più importante ancora è il loro tentativo di trovare il posizionamento ideale tra lealtà alle alleanze e pacifismo, Stati Uniti o Cina e Russia, entusiasmo o scetticismo verso l’Europa


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Le illustrazioni di questa pagina riproducono le opere di street artist internazionali contro la guerra in Ucraina; qui in alto, Binnish, Siria: graffito sul muro di una casa distrutta/foto Anas Alkharboutli/Picture Alliance/GettyImages

VI DICO LA verità, non mi aspettavo — nel lasso di tempo che ragionevolmente mi rimaneva da vivere — di partecipare a due avvenimenti che ritenevo consegnati ormai definitivamente alla storia. La guerra in Europa e la pandemia. Situazioni che giudicavo impossibili e persino inimmaginabili all’epoca nostra. Ma che all’epoca loro tuttavia — a fianco dell’orrore primario — comunicavano anche epici sentimenti e mitici eroismi. Oggi invece tutto ciò cui assistiamo appare assurdo, fuori contesto, mal recitato, squallido, una pallida imitazione.

Il ritmo dei combattimenti ci appare discontinuo, il fronte incerto, l’avanzata lenta e titubante, il prezzo pagato in perdite di civili inermi spaventoso, nulla è all’altezza delle premesse. Il quartier generale deve essere in grande confusione se Lavrov, ministro degli Esteri e braccio destro di Putin, dichiara che Hitler era ebreo e si inimica Israele, prezioso alleato. È pur vero che si assiste ad un conflitto supermoderno dove il valore delle tecnologie prevale ormai su quello delle armi stesse. Missili che partono, magari da un sottomarino a centinaia di km di distanza o, al contrario, bombe lasciate cadere da droni poco vistosi che stazionano sulla tua testa a minima distanza. Peccato che cotanta supersonica aggressività serva a distruggere povere casupole di lamiera, dove basterebbe una spallata.

Barcellona: la bandiera della pace piantata da tre bambini in un carro armato russo, opera dello street artist italiano TvBoy/foto Paco Freire/SopaImages/Lightrocket/GettyImages

Ma ci vuole altro per impressionare noi cinici spettatori occidentali: due mesi di guerra sono bastati per assuefarci, allo scadere del terzo ci annoieremo. Forse perché lo spettacolo delle armi da fantascienza ti dà l’impressione di assistere ad un film di supereroi e — come in quelli — la battaglia deve durare non oltre le due ore e finire con un successo trionfale.

A proposito di cinismo. Ormai il conflitto viene strumentalizzato per motivi di politica interna. Questo a qualunque latitudine. Lasciamo perdere la Russia che proprio per ragioni domestiche ha cominciato la guerra. Ma vale anche per gli Stati Uniti. Mi sembra che Biden, in difficoltà elettorali, abbia indossato l’elmetto, deciso a cavalcare lo scontro per recuperare consensi in uno zoccolo duro di nostalgici della guerra fredda, ben rappresentato anche nelle tifoserie trumpiane. E per riuscirci evidenzia anche il suo ruolo di cobelligerante. Altrimenti non si spiegano gli insulti volgari, le infantili battute di scherno verso l’avversario. Perché in diplomazia si possono fare le peggiori cose ma mai qualcosa di inutile o gratuito.

Berlino: murale di Eme Freethinker/foto John MacDougall/GettyImages

Tenete sempre presente che qualunque avvenimento accada nel mondo, gli Usa lo leggeranno prima di tutto in chiave cinese. Ovvero i vantaggi e gli svantaggi che ne deriveranno alla Cina. E qui i vantaggi sono notevolissimi. Si è capito che il presidente americano spera sia possibile disarcionare Putin. Ma in un paese che non ha una opposizione politica organizzata (i dissidenti sono un’altra cosa), come costruisci una alternativa? Per Biden sarebbe meglio un altro oligarca, avido e misterioso? Un generale dell’esercito? Un comunista nostalgico del patto di Varsavia?

In tutto il pianeta chi doveva capire ha capito che “l’operazione speciale” sta andando male, che il presidente russo ha in qualche modo già perso la guerra (grazie al carattere degli ucraini e alle armi inviate dall’Occidente). Le guerre si perdono non solo contando a posteriori i morti sul terreno ma confrontando anche quanto si è avverato delle tante attese suscitate. E come ricordate, il corteggiamento dei capi di stato e di governo al capezzale del lunghissimo tavolo del Cremlino, le incertezze ed i tentennamenti di Putin (risultati poi falsi) avevano alzato la temperatura in modo esponenziale.

Roma: due donne, una vestita con i colori ucraini e l’altra con quelli russi, si abbracciano sopra la parola mir, pace/di Laika/foto Andrea Ronchini/Nurphoto/ GettiImages

Lo zar di tutte le Russie, rifondatore dell’impero, ha perso comunque il suo carisma e — aspetto peggiore — fa meno paura. Queste condizioni sono le migliori perché gli orgogliosi e nazionalistici elettori russi comincino a porsi qualche domanda. Perché allora gli Usa fingono di inseguire una impossibile vittoria totale, impedendo così a Putin di “arrendersi”? La vera diplomazia serve per offrire allo sconfitto le condizioni per salvare la faccia.

Abbiamo sempre detto che l’obiettivo dell’Europa è aiutare gli ucraini a difendersi. Sono loro che devono decidere del loro destino. E per ora lo hanno fatto magnificamente ma pagando dei prezzi esorbitanti, che noi troppo disinvoltamente dimentichiamo o volutamente minimizziamo. Perché questa è la più grande verità: lo stanno facendo per la loro libertà ma anche per la nostra.

Arriviamo infine all’Italia dove i partiti — dopo una breve, nobile, unanime fase di solidarietà — cominciano a smarcarsi dai sacrifici (dopo averli approvati) nel tentativo di ingraziarsi gli elettori, colpiti dalle conseguenze delle sanzioni. Questo serve per vincere le elezioni. Ma più importante ancora è il loro tentativo — in un esercizio di equilibrismo estremo — di trovare il posizionamento ideale tra lealtà alle alleanze e pacifismo, Stati Uniti o Cina e Russia, entusiasmo o scetticismo verso l’Europa. Azzeccare quest’altro rebus sarà invece indispensabile per andare al governo (e rimanerci)© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.