L’avvento del Gnl (Gas Naturale Liquefatto) in Europa e dei contratti spot (a breve termine) ha fatto pensare a qualche Paese dell’Unione Europea che uno Stato potesse avvantaggiarsi con una contrattazione migliore a danno di un altro. Si sono innescati, così, fenomeni di concorrenza dannosi alla politica Comunitaria, che pretende invece di orientare il mercato

Per tamponare l’aumento del prezzo del gas, l’Europa ha già speso 280 miliardi di euro, 70 miliardi in più dei 210 previsti per finanziare il piano RePowerEu, che doveva servire per renderci autonomi dal gas russo e produrre energia pulita. A generare l’aumento del prezzo è stato forse il gas russo? La risposta che raccogliamo alla fiera GasTech svolta nei giorni scorsi a Milano è questa: «I contratti tra Paesi acquirenti e fornitori sono secretati, ma il gas russo ha un prezzo  stabile tuttora in vigore, essendo fissato da un contratto valido fino al 2036». Peraltro, ci viene spiegato, tutti i contratti sono “take or pay”: il produttore viene pagato comunque, anche se il gas non viene comprato. Cos’è, allora, successo? Il Gas Naturale Liquefatto naviga per gli Oceani, s’affaccia in Europa e rimescola le carte del mondo


L’inchiesta di LAURA CALOSSO, dalla Fiera GasTech di Milano

IL MONDO È in lotta quasi permanente per le risorse naturali e la competizione economica. Dall’inizio del XXI secolo, questa lotta si è fatta sempre più intensa. E i motivi sono tanti: tra questi, l’aumento della popolazione mondiale, l’emergere di nuove potenze regionali e i cambiamenti climatici. Lo scontro sul loro controllo determina squilibri notevoli tra domanda e offerta, e poiché non esiste una governance globale in grado di regolare la produzione e la distribuzione delle risorse, la sfera delle tensioni non è più solo economica ma diventa immediatamente politica. I Paesi emergenti cercano di accaparrarsi le materie prime in giro per il mondo e, di conseguenza, ciò comporta il ridisegno del quadro geopolitico, con scossoni oggi ben più forti rispetto a quelli del passato. Come avvenne, ad esempio, con la guerra del Kippur del 1973 che mise fine al boom economico iniziato dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quell’occasione le Nazioni Unite, preoccupate per la possibile escalation bellica, imposero un “cessate il fuoco” che, seppur con minacce, venne rispettato. Anche allora, alla base del conflitto, c’erano ragioni energetiche. 

Alla Fiera GasTech dal 5 all’8 settembre a Milano sono spariti gli stand di Arabi, Giapponesi, Cinesi e Russi, numerose compagnie americane e africane partecipate o finanziate da società cinesi

Alla fiera GasTech svolta a Milano, nei giorni scorsi girava questa domanda: viene prima la guerra in Ucraina o la speculazione sul gas? «La speculazione che si consuma sotto i nostri occhi è iniziata ben prima della guerra per il Donbass», ci dicono analisti ed esperti che intervistiamo fra gli stand: «forse, serviva una guerra per giustificare una speculazione mai vista prima». Il crudo pensiero degli operatori del settore, in sintesi, è questo, come è cominciato ad emergere da dicembre 2021. Ci siamo fatti spiegare dai manager i meccanismi che hanno alzato a dismisura il prezzo del gas: circa 17 volte più alto rispetto a un anno fa. E il quadro che emerge è piuttosto sconcertante. Ci viene fatto notare anzitutto una situazione di fatto: la fiera che si svolge attorno a noi è stata diversa rispetto agli anni passati, molto ridimensionata. Spariti gli stand di Arabi, Giapponesi, Cinesi e Russi. Presenza massiccia di compagnie americane e africane, molte di queste ultime partecipate o finanziate da società cinesi, che negli ultimi anni hanno consolidato importanti relazioni industriali in tutta l’Africa.

Partiamo dai dati. Per tamponare l’aumento del prezzo del gas l’Europa ha già speso 280 miliardi, 70 miliardi in più dei 210 previsti per finanziare il piano RePowerEu, che doveva servire a renderci autonomi dal gas russo e a produrre energia pulita. A generare l’aumento del prezzo è stato il gas russo? «I contratti tra Paesi acquirenti e fornitori sono secretati, ma il gas russo ha un prezzo stabile tuttora in vigore, essendo fissato da un contratto valido fino al  2036», è stata la risposta. Peraltro, ci spiegano, tutti i contratti sono take or pay: il produttore viene pagato comunque, anche se il gas non viene comprato. E allora come è avvenuta l’escalation dei prezzi? La risposta che riceviamo da più parti è univoca: la speculazione è possibile perché non è più come qualche tempo fa, quando il prezzo del gas era deciso in autonomia dai singoli governi in funzione dei contratti long-term che ognuno di loro stipulava con i propri fornitori. 

L’arrivo del Gas Naturale liquefatto in Europa e i contratti spot (a breve termine) ha innescato la contrattazione di uno Stato contrapposto all’altro dando vita a fenomeni di concorrenza dannosi alla politica Comunitaria

Cos’è avvenuto? L’avvento del Gnl (Gas Naturale Liquefatto) in Europa e dei contratti spot (a breve termine) ha fatto pensare a qualche Paese dell’Unione Europea che uno Stato potesse avvantaggiarsi con una contrattazione migliore a danno di un altro. Si sono innescati, così, fenomeni di concorrenza dannosi alla politica Comunitaria, che pretende invece di orientare il mercato. La Germania fece pressione su Francia e Spagna che stavano costruendo grandi depositi costieri di Gnl e avrebbero diminuito la dipendenza del gas da metanodotto. All’epoca dei fatti il Gas Naturale Liquifatto non era molto diffuso in Europa e costava addirittura meno di quello in arrivo dal tubo russo. Spingere l’Europa ad agganciare il prezzo del gas alle quotazioni della Borsa di Amsterdam — regolata da un meccanismo messo a punto negli Stati Uniti — è stata l’esca per dar seguito a tutto il resto. Non collegare Amsterdam agli indici gas della Borsa Nymex (New York Mercantile Exchange) di New York, creando di fatto due mercati disgiunti, di certo poteva destare sospetti, ma nel mercato delle commodities ci si muove anche con scaltrezza. In sostanza, oggi, il barile di petrolio viene quotato allo stesso valore in tutto il mondo, il metro cubo di gas no.

E il famoso tetto al prezzo del gas slittato ad ottobre? Anche in questo caso, la risposta degli operatori è la stessa: «Difficile stabilire  il tetto a un prezzo “mondiale” perché se ci riuscissero non sarebbe più possibile pilotare una speculazione. La speculazione interessa solo l’Europa», ci fanno notare i nostri interlocutori: «dunque nessuno ha interesse a fissare limiti. Il paradosso del momento è che un operatore, ipotizziamo Indiano, compra Gas Liquifatto a buon mercato in America e invece di importarlo per utilizzarlo nel suo Paese lo cede ad un reseller che lo rivende in Europa agli alti prezzi di oggi. Entrambi realizzano profitti enormi. E dunque…».

La Borsa di Amsterdam non è collegata alla Borsa Nymex di New York, creando due mercati disgiunti, con la conseguenza che il barile di petrolio viene quotato allo stesso valore in tutto il mondo, il metro cubo di gas no

«Il mercato delle commoditiesci spiegano — è particolare, rispetto ad altri beni. Ad esempio, quando il gas è in transito in mare, nei serbatoi delle navi gasiere, può essere ancora negoziato da chiunque. Un episodio eclatante si registrò nel 2020: la Cina comprò a diverse volte il suo valore di mercato un carico di gas americano destinato all’Europa, quando era ancora in transito. È vero che eravamo a ridosso della pandemia, il gas mancava e, a differenza nostra, la produzione cinese era già ripartita. Ma nessuno aveva mai pagato così tanto un carico di gas. Nel nostro ambiente venne recepito come un segnale politico, l’esempio serviva per dire che in futuro il mercato non sarebbe mai più stato libero. Trump, a cui è subentrato Biden nel gennaio 2020, non avrebbe mai permesso di agevolare la Cina e sarebbe forse intervenuto nella vicenda. Da quell’episodio si capì che il prezzo sarebbe potuto andare fuori controllo e così è stato». 

Dunque se il prezzo del gas non c’entra con la guerra, perché la guerra viene indicata come il motivo scatenante del prezzo alle stelle? A questa domanda, il gruppo dei manager con cui stiamo dialogando si dirada di colpo. Ne rimangono due in visibile imbarazzo. Su nostra insistenza, alla fine decidono di parlare: «Il potere ricattatorio del gas è notevole — ci spiegano —: se una relazione con la guerra esiste, è perché la speculazione serve anche per avere risorse da investire in armamenti. Potrebbe essere questo il motivo per il quale sono state fatte certe scelte, oggi visibili nei risultati. La crisi in Ucraina si è riaccesa a speculazione già iniziata, ma la speculazione non avrebbe mai raggiunto certi livelli senza una guerra. Si è creato un capro espiatorio mediaticamente credibile per rompere gli argini a una speculazione organizzata, divenuta ormai inarrestabile».

La lotta per il controllo delle risorse assume un cinismo mai visto prima d’ora: armai conflitti e confeziona narrazioni di facile comprensione per mascherare speculazioni nefaste 

Una risposta che suscita molte perplessità. È, difatti, un’affermazione molto grave, e saranno probabilmente i fatti dei prossimi giorni a dirci se l’ipotesi è vera. Se così fosse, vorrebbe dire che la lotta per le risorse assume un cinismo mai visto prima d’ora: non solo arma i conflitti, ma confeziona narrazioni di facile comprensione utili a mascherare speculazioni dagli esisti nefasti per i cittadini costretti a pagare con il denaro, e in alcuni casi addirittura con la vita. 

Ma quali sono le nuove vie del gas in cui si consuma il processo speculativo già in atto? E l’Italia riuscirà ad avere, anche stra-pagandolo, il quantitativo di gas sufficiente a superare l’inverno? No, a quanto pare… Il discorso lo riprendiamo domattina. (1 – continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.

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