Il capo di “Azione” nasce bene col difetto di innamorarsi presto di se stesso il che in politica (vedi Renzi) non giova mai granché. Eppure alcune sue idee potrebbero risultare utili se meglio ancorate ad un quadro generale avendo retto il dicastero dello Sviluppo economico. Già ma il quadro generale dov’è? 


Il corsivetto di VITTORIO EMILIANI

Di nuovo insieme: Matteo Renzi con Carlo Calenda ad un incontro organizzato dal Partito Democratico presso l’Auditorioum di Largo Mahler a Milano per le elezioni europee del 2019 (Foto LaPresse / Mourad Balti Touati); sotto il titolo, Calenda assorto (credit Ansa)

CALENDA VIENE PER parte di madre da una stirpe gloriosa, quella dei Comencini. Al nonno si deve il film “Tutti a casa” che meglio di tutti ha raccontato lo sbando totale di una Italia priva di comando con un re “guerriero” fuggito a Pescara e poi a Bari con tutta la real casa e il principe ereditario in lacrime (“che figura, che figura”). Col padre che, liquidato con un lapidario “si arrangi” il motociclista mandato a prendere ordini sulla difesa di Roma, lo consolava cinicamente “Non piangere, Bebo, non serve a niente”.

Comencini l’ho conosciuto in casa Cederna perché aveva frequentato a Milano Architettura ed era amico del Tonino. Quindi Carlo Calenda nasce bene col difetto di innamorarsi presto di se stesso il che in politica (vedi Renzi) non giova mai granché. Eppure alcune sue idee potrebbero risultare utili se meglio ancorate ad un quadro generale avendo retto il dicastero dello Sviluppo economico. Già ma il quadro generale dov’è? Questo è un po’ il difetto di tutta la campagna elettorale italiana con la Meloni che evita accuratamente sovranismo e fascismo e non si sa bene in Europa con quali forze si raccorderà. Adesso son tutti democratici e pluralisti. E dopo? © RIPRODUZIONE RISERVATA 

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.