Nel 2001 (dati della Banca Mondiale) il Prodotto interno lordo pro capite (a parità di potere d’acquisto) era di 43.859 dollari, il  più alto fra quelli considerati, e superava dell’8.8% quello medio dell’area Euro. Nel 2019 invece era il penultimo (prima della Spagna), con 42.746, un valore inferiore a quello del 2001, mentre in tutti gli altri paesi o aree considerati era nettamente superiore (l’incremento più basso, 13,7%, si è avuto in Spagna, il che fa presagire che presto la Spagna, con un valore di 40.802 nel 2019, supererà l’Italia). Rispetto alla media dei paesi Euro (47.043) era più basso del 9.1%. È la fotografia di un’Italia in declino. Abbiamo smesso di crescere dal 2008. Fra l’inizio del 2007 e la fine del 2019 sono trascorsi 156 mesi; il Pd è stato al governo in 98 di essi. Il Pd quindi è stato corresponsabile del declino dell’Italia, e del suo progressivo allontanamento dai paesi più sviluppati. Un motivo sufficiente per punirlo col voto


L’intervento di GUIDO ORTONA, economista

Il grafico è interattivo cliccando sul link che segue (sotto il titolo, foto Pixabay): https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.PCAP.PP.KD?locations=IT

I DATI CHE SEGUONO, di fonte World Bank, sono in dollari a prezzi costanti del 2017, e si riferiscono al Prodotto Nazionale Lordo pro capite PPA dell’Italia e di alcuni paesi o aggregati di riferimento per il 2001 e il 2019 (ultimo anno pre-covid): vedi il grafico interattivo qui accanto. PPA (abbreviazione di [a]parità di potere d’acquisto) significa che nella loro stima si tiene conto del potere d’acquisto del dollaro. Vediamo meglio con un esempio: se un paese ha un PILpc (pro capite) di 1000 dollari, un altro di 1000 rupìe, e il cambio è di 3 rupìe per un dollaro, il PILpc non PPA del secondo paese risulta pari a un terzo di quello del primo. Ma questo non vuol dire necessariamente che gli abitanti del secondo paese siano tre volte più poveri: se i prezzi nel secondo paese sono in media un terzo di quelli del primo, il potere d’acquisto per il cittadino medio è lo stesso nei due paesi. Per confrontare la qualità della vita dei vari paesi (nei limiti in cui questa è approssimata dal PILpc) l’indicatore corretto è quindi quello PPA (Parità di potere d’acquisto), che infatti è stato elaborato proprio a questo scopo.

Nel 2001 il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto era in Italia di 43.859 dollari, più alto di Germania, Francia, Spagna, Regno Unito: superava dell’8.8% quello medio dell’area euro. Nel 2019 era il penultimo (prima della Spagna) con 42.746 dollari, un valore inferiore a quello del 2001

Nel 2001 (dopo i cinque anni di governo dell’Ulivo) il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto era in Italia di 43.859 dollari. In Germania era 43.577, nell’area euro 40.301 in media, in Francia 40.227, nel Regno Unito 39.569, in Spagna 35.875, fra i paesi OCDE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: grosso modo l’insieme dei 38 paesi più sviluppati) 35.825 in media, fra i paesi dell’Unione Europea 35.328 in media. Il valore dell’Italia era il più alto fra quelli considerati, e superava dell’8.8% quello medio dell’area euro. Nel 2019 invece era il penultimo (prima della Spagna), con 42.746, un valore inferiore a quello del 2001, mentre in tutti gli altri paesi o aree considerati era nettamente superiore (l’incremento più basso, 13,7%, si è avuto in Spagna, il che fa presagire che presto la Spagna, con un valore di 40.802 nel 2019, supererà l’Italia). Rispetto alla media dei paesi Euro (47.043) era più basso del 9.1%.

Il punto di svolta, l’anno cioè in cui il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto in Italia ha smesso di crescere, è stato il 2008. Fra l’inizio del 2007 e la fine del 2019 sono trascorsi 156 mesi; il Pd è stato al governo in 98 di essi. Il Pd quindi è stato responsabile, o quanto meno corresponsabile, del declino dell’Italia, e del suo progressivo allontanamento dai paesi più sviluppati (che continuerà; le previsioni collegate al Pnrr assumono una crescita dell’Italia fino al 2026 nettamente più bassa di quella media dell’area euro).

Ora, un elemento fondamentale del buon funzionamento di una democrazia è che gli elettori penalizzino i partiti che hanno governato male. In effetti, il rischio di questa penalizzazione è il principale — se non unico — strumento che vincoli i partiti, una volta al governo, a governare bene. In Italia (e altrove) i partiti di governo hanno spesso tentato, e tentano, di sfuggire a questo giudizio: formando grandi coalizioni e demonizzando i partiti che non ne fanno parte, intervenendo sul sistema elettorale, e così via. Questi tentativi sono pericolosi per la democrazia, e rendono quindi non solo giusto, ma quasi necessario che gli elettori penalizzino quei partiti che stanno causando il declino dell’Italia.

Si dirà che la situazione era diversa, che il Pd ha corretto la sua politica, e così via. Non è vero: il Pd ripropone l’agenda Draghi, ovvero la continuità con le politiche dell’ultimo quindicennio. I discorsi sul voto utile, sulla minaccia fascista, eccetera hanno una loro validità; ma urtano contro il pilastro fondamentale su cui si basa una democrazia parlamentare: il diritto/dovere dei cittadini di non votare per chi ha governato male© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha studiato economia a Torino, dove è stato allievo di Siro Lombardini, e ad Ancona, dove è stato allievo di Giorgio Fuà. È stato professore ordinario di politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale; in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla Luiss di Roma. È in pensione dal 2017. Si è occupato di politica economica, scelte collettive ed economia sperimentale. È autore di un’ottantina di pubblicazioni scientifiche e di un romanzo di fantaeconomia, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro, Biblioteca del Vascello, 2016.

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