Voto in parlamento: perché segreto? Nel luogo più sacro si gioca a nascondino con la democrazia

I partiti, come noto, sono i luoghi meno democratici della nazione. Il segretario è un autocrate che di fatto decide chi sarà eletto. Volete convincermi che gli eletti non sono pedissequi esecutori degli ordini del loro “creatore”? E vi pare giusto che tra un mese mille persone votino in segreto la persona più importante del paese? Hanno in mano un potere eccezionale e cercheranno di usarlo. Centinaia di loro sanno già che non torneranno nel loro emiciclo. Per un seggio (o anche solo la promessa di questo) sono pronti a cambiare partito. Pensate che, come i cardinali in conclave, saranno illuminati solo dallo spirito santo?


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Chi è eletto in parlamento diventa la donna o l’uomo più pubblico del Paese, le sue decisioni sono politiche non personali

PUÒ DARSI CHE la mia idea sia molto contro intuitiva. Che il mio pensiero laterale mi faccia brutti scherzi ma comincio a pensare che in Parlamento non dovrebbe esistere il voto segreto. Tutti straparlano di trasparenza e poi si nasconde — nel luogo più sacro — l’atto fondamentale in una democrazia. Chi si candida e, ancor più, chi viene eletto è consapevole della responsabilità che sta assumendo: diventa la donna o l’uomo più “pubblico” del paese. Chi ricopre quell’incarico non può essere oscurato in nessun momento delle sue decisioni perché esse sono tutte politiche e non “personali”. 

La sua non può essere un’opinione come un’altra — disinformata momentanea o umorale — e neanche, al contrario, guidata da pregiudizi e fondamentalismi perché porta con sé conseguenze sociali e collettive. Anche quando si trattano argomenti eticamente sensibili, perché essi sono diventati i temi più politici che ci siano. Proprio i diritti civili sono gli snodi delle libertà, dei divieti e degli obblighi dei cittadini ovvero dei loro modelli di vita. Possono essere determinati senza che l’elettore sappia chi ha deciso cosa? Ovviamente il deputato deve essere libero di votare come ritiene giusto: la famosa libertà di coscienza si “manifesta” esprimendosi anche in dissenso con il proprio partito. Come prevede la Costituzione, il parlamentare risponde all’interesse del Paese e, solo subordinatamente, a quello del suo raggruppamento politico.

L’Aula di Montecitorio pronta per le votazioni del nuovo presidente della Repubblica [credit Ettore Ferrari / Ansa]

La mia impressione è che questa tutela nei confronti del proprio partito sia molte volte una scusa per ben altro. I partiti, come noto, sono i luoghi meno democratici della nazione. Il segretario è un autocrate che — aiutato da una legge elettorale che non riconosce agli elettori grandi poteri di scelta — di fatto decide chi sarà eletto. Volete convincermi che gli eletti non sono pedissequi esecutori degli ordini del loro “creatore”? Credo che spesso succeda l’esatto contrario. È il segretario (o il capo corrente che gli vuole mandare un messaggio non amichevole) che decide quanti voti fare mancare senza esporsi, senza venir meno a quanto (con grande retorica ed enfasi) dichiarato nel programma o ad una lealtà di alleanza e di governo. Anche perché il “franco tiratore” in precedenza si è già dovuto esprimere pubblicamente in commissione ed in aula durante le votazioni sulle “eccezioni” e le pregiudiziali.

Anche sulle autorizzazioni a procedere nei confronti di colleghi inquisiti c’è molta ipocrisia. Gli onorevoli non sono una giuria popolare, non devono decidere se uno è colpevole o innocente. Devono decidere se esiste da parte del magistrato una volontà persecutoria nei confronti dell’esponente politico. Vi pare giusto che tra un mese mille persone votino in segreto la persona più importante del Paese? Hanno in mano — molto provvisoriamente — un potere eccezionale e cercheranno di usarlo. Centinaia di loro sanno già che non torneranno nel loro emiciclo. Per un seggio (o anche solo la promessa di questo) sono pronti a cambiare partito. Pensate che, come i cardinali in conclave, saranno illuminati solo dallo spirito santo? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.