In guerra l’arma più preziosa è la propaganda e la sta vincendo senza ombra di dubbio il presidente Zelensky. Da una parte Putin in saloni enormi e splendenti che minaccia chiunque con aria annoiata e che non sembra un maestro di humor inglese. In un bunker sotterraneo e spoglio il presidente ucraino, sfatto dalla stanchezza, impegnato giorno e notte a inorgoglire i suoi, a stigmatizzare gli episodi più scandalosi del nemico. All’inizio scherzavamo sul suo essere un comico di mestiere. Il plebiscitario consenso alle elezioni aveva fatto giustizia di questo preconcetto. La padronanza della scena e la capacità di intercettare la psicologia del pubblico sono armi molto utili nella comunicazione presidenziale


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Manifestazione a Roma in Piazza del Campidoglio contro l’invasione dell’Ucraina

ASSISTIAMO, PER LA prima volta nella storia, a un conflitto “in diretta”. Pur essendo un appassionato di “media”, avrei volentieri rinunciato a questo primato. È vero che abbiamo avuto corrispondenti sul campo in molte battaglie ma mai avevamo seguito in tempo reale il sorgere, deflagrare e degenerare di una vera e propria guerra. Che significa pianificare l’invasione, la distruzione e la decapitazione di un’altra nazione. Per la verità vediamo relativamente poco degli scontri. Per carità! Sono contrario all’uso di immagini di violenta emozione, utilizzate con compiacimento per aumentare gli ascolti. Ma nei primi giorni abbiamo assistito ad una specie di “war game”, qualche lampo in lontananza e, molte ore dopo, le distruzioni conseguenti. Un racconto virtuale ed asettico, seguendo l’immancabile cartina geografica dove comparivano man mano i simboli delle esplosioni, delle occupazioni.

Temo che la vista dei morti, in momenti contestualizzati, sia necessaria. Come quello di un uomo, un fagotto, che giace da giorni sulla strada, a pochi passi da casa sua, senza che alcuno possa sfidare i cecchini per riservargli l’ultima pietà. Oppure il reparto maternità dell’ospedale, bombardato sotto l’occhio delle telecamere, dalle cui macerie esce una donna sanguinante, praticamente già partoriente. Riprese che hanno permesso di sbugiardare la versione russa sul cambio di destinazione dell’edificio. Naturalmente questa prudenza e parsimonia nella documentazione visiva ha molte giustificazioni. Innanzitutto è dovuto alla sacrosanta tutela degli “inviati” (mai così tanti da ogni parte del mondo), poi al rispetto della sensibilità del pubblico (davanti alle tv ci sono anche i bambini), ma anche a causa del tipo di operazioni militari.

Il braccio di ferro sui destini dell’Ucraina tra Stati Uniti (Obama) e Russia (Putin) cominciato nel 2014, con l’Europa (Renzi, Merkel e Hollande) che assiste alla sfida muscolare

Gli ucraini, vista la disparità delle forze in campo, hanno optato per un tipo di scontro più simile alla guerriglia che al confronto diretto, faccia a faccia, di tipo novecentesco. E questa forma di combattimento, che punta tutto sulla sua imprevedibilità, si presta poco alle immagini. Non c’è una linea del fronte che ti mostra l’avanzamento dell’invasore e che permette al giornalista di scegliere dove piazzarsi per testimoniare gli accadimenti. Certamente i russi guadagnano terreno ma a macchia di leopardo. Doveva essere una guerra lampo, un raid spettacolare, una corsa verso la capitale per detronizzare il governo ed eliminare il suo presidente.  Si è tramutata in una campagna di occupazione, metodica e capillare, che pensa per prima cosa a distruggere ogni infrastruttura economica, fisica e sociale del paese. Un paese quindi che, comunque finisca, non si riprenderà per decenni. L’operazione chirurgica, essenziale pulita rapida, si è tramutata in un dilagare in ogni direzione, in un accerchiamento che punta sullo sfinimento per fame, freddo e buio della popolazione.

Come sappiamo, in guerra l’arma più preziosa è la propaganda e la sta vincendo senza ombra di dubbio il presidente Zelensky. Da una parte Putin in saloni enormi e splendenti, ben distanziato — come un monarca — da qualunque essere umano, che minaccia chiunque con aria annoiata e che non sembra un maestro di humor inglese. In un bunker sotterraneo e spoglio il presidente ucraino, vestito da paramilitare, sfatto dalla stanchezza, impegnato giorno e notte a inorgoglire i suoi, a stigmatizzare gli episodi più scandalosi del nemico, a supplicare (mettendoli spesso in imbarazzo) gli alleati a fare di più. All’inizio scherzavamo sul suo essere un comico di mestiere. Ma già il plebiscitario consenso ottenuto alle elezioni aveva fatto giustizia di questo preconcetto. Anzi la padronanza della scena, la capacità di intercettare la psicologia del pubblico diventano armi molto utili nella comunicazione presidenziale.

Cessate il fuoco ultima speme

D’altronde c’è una grande differenza tra comicità e satira che fa già parte, volendo, della dimensione politica (Beppe Grillo lo ha insegnato benissimo agli italiani). E poi, scusate, quest’uomo finora ha rifiutato la garanzia americana (l’unica affidabile) di fuga e credo che oramai sia impossibile anche per loro. Egli rischia la vita in ogni momento. È infatti immaginabile che i russi riterrebbero molto imbarazzante e scomodo un suo arresto e il conseguente processo. A proposito di comicità (involontaria), mi dicono: la Russia ha dichiarato l’Italia “paese ostile”. Vi confesso che avendo visto la guerra fredda, un “brivido” sulla schiena mi è venuto. Poi ho letto l’agenzia stampa: l’Italia non è menzionata perché inserita nella Unione Europea ed è in compagnia di molti altri, compresi San Marino e Andorra (molti nemici, molto onore). Se non fosse tutto così tragico, ci sarebbe da ridere. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.

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