Sproloqui no-vax e notizie: il giornalismo alla prova dei fuori di testa (veicolati da Facebook)

Una manifestazione no-vax con un cartello sul loro programma sanitario

Qualche anno fa Umberto Eco diceva che i social hanno dato la parola a legioni di imbecilli. Ma il giornalismo è — o  dovrebbe essere — un’altra cosa. È capacità di capire. È desiderio di spiegare e di distinguere il giusto dall’ingiusto. È cultura. Quando rinuncia al suo ruolo per rincorrere l’ultimo post dell’ultimo cretino, il giornalismo perde la sua ragione d’essere e, molto semplicemente, scompare


Il corsivo di BATTISTA GARDONCINI

C’È UN TIZIO, rigorosamente no vax,  che da qualche giorno impazza sui social con i suoi sproloqui sulle mascherine, il green pass e il governo cattivo che dopo due anni non ha trovato una cura efficace per il covid, tant’è vero che perfino lui se lo è preso. Adesso però si sta curando grazie ai consigli  di un’altra tizia, una psicoterapeuta sospesa dall’ordine per i suoi deliri no-vax, ed è convinto che presto guarirà. Glielo auguro di cuore, anche se alcune sue precedenti esternazioni su Mussolini, Hitler e l’Olocausto non me lo rendono particolarmente simpatico.

Qui, però, non voglio parlare di lui, ma dei giornalisti che regolarmente riprendono le sue dichiarazioni, le corredano con una fotografia del suo stolido faccione, e le rilanciano con titoli a tre o quattro colonne, seguiti a ruota dalle televisioni. Fosse uno solo lo capirei. Nel mucchio qualche collega tonto o distratto si trova sempre. Ma qui sono molti, e sembrano convinti di quello che fanno. Interrogati sull’argomento, sono quasi certo che risponderebbero con la frase standard usata in questi casi, quella che serve a chiudere ogni discussione di merito: era una notizia, non si poteva non dare. E comunque abbiamo preso le distanze.

E invece no, cari colleghi. Gli sproloqui del nostro no vax non sono una notizia. Sono per l’appunto sproloqui, in nulla diversi da quelli che per tanti anni abbiamo sentito al bar sugli argomenti più disparati: il calcio, le donne, il tempo e il governo, naturalmente ladro. Con la sostanziale differenza che quegli sproloqui si esaurivano nel chiuso del bar, e che nessuno mai si sarebbe sognato di ripeterli in luoghi diversi, neanche per prenderne le distanze. 

Come diceva qualche anno fa Umberto Eco, i social hanno dato la parola a legioni di imbecilli. Ma il giornalismo è — o  dovrebbe essere — un’altra cosa. È capacità di capire. È desiderio di spiegare e di distinguere il giusto dall’ingiusto. È cultura. Quando rinuncia al suo ruolo per rincorrere l’ultimo post dell’ultimo cretino su Facebook, il giornalismo perde la sua ragione d’essere e, molto semplicemente, scompare. 

Pensateci, cari colleghi, quando vi tornerà la voglia di trasformare uno sproloquio in una notizia.

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L’autore dirige Oltreilponte.org

About Author

Giornalista, già responsabile del telegiornale scientifico Leonardo su Rai 3. Ha due figlie, due nipoti e un cane. Ama la vela, la montagna e gli scacchi. Cerca di mantenersi in funzione come le vecchie macchine fotografiche analogiche che colleziona, e dopo la pensione continua ad occuparsi di scienza, politica e cultura sul blog “Oltreilponte.org”.