Siti Unesco e turismo insostenibile: lo strano caso delle colline del Prosecco. Prosit!

Refrontolo (Treviso), settembre 2010, sbancamenti in zona Mire per far posto ai vigneti di Prosecco

L’Italia è il paese con il maggior numero di siti Unesco nel mondo, ben 59. Ma se pensate che essere un sito Unesco preservi il territorio e l’ambiente, vi sbagliate di grosso. Essere un sito Unesco potremmo dire che ‘fa fine e non impegna’. Ricordiamo il sito Venezia e la sua laguna, dove si è tollerato per anni l’arrivo delle grandi navi da crociera davanti alla basilica di San Marco e non si misura e controlla il livello crescente di inquinanti industriali e da concimi chimici e da pesticidi che colano dalla pianura per le coltivazioni intensive viticole, soprattutto del prosecco. In compenso, il riconoscimento costituisce un formidabile volano per il turismo. Di tale volano ne sanno qualcosa Langhe (solo Bassa Langa) e Monferrato, che ne hanno beneficiato in termini assoluti come presenze da tutto il mondo


L’intervista di FABIO BALOCCO con GIANLUIGI SALVADOR, da Refrontolo (Treviso)

Gianluigi Salvador fra i vigneti di Refrontolo, durante una manifestazione contro l’abuso di pesticidi [credit Massimiliano Modolo]

L’ULTIMO SITO UNESCO in Italia è stato riconosciuto il 7 luglio 2019, a Baku (Azerbaigian), e si tratta delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. E i flussi turistici si moltiplicheranno: «Nelle colline patrimonio Unesco un flusso di 250mila presenze, in 10 anni quadruplicheranno». Ma come si ottiene il riconoscimento Unesco? Davvero bisogna essere così meritevoli per ottenerlo? Ho voluto approfondire l’argomento prendendo lo spunto proprio dal sito del Prosecco, quello dell’happy hour. E sono andato a intervistare Gianluigi Salvador, che, da Refrontolo, in provincia di Treviso, dove abita, ha seguito in prima persona la vicenda del riconoscimento.

— Puoi brevemente raccontarci le tappe che hanno portato al riconoscimento Unesco delle colline del Prosecco?

«Le tappe che hanno portato al riconoscimento di questo territorio sono uniche nella storia del processo di certificazione Unesco. L’idea della certificazione delle Colline del Prosecco  fu sviluppata a partire dal 2008 da un Comitato promotore – l’Associazione temporanea di scopo Conegliano-Valdobbiadene – che fu istituito e finanziato con delibera regionale e supportato anche dalla Provincia di Treviso. Allora si calcolava una ricaduta turistica stimata in circa tre miliardi di euro. Dieci anni dopo, nel 2018, fu presentato il primo progetto alla 44a Convention Unesco in Bahrein. Esso era orientato all’obiettivo di certificare un territorio di produzione viticola. Infatti la commissione Icoms  Unesco – commissione  incaricata di valutare la qualità del progetto – pose a confronto l’area del Prosecco con altre decine di aree agricole e viticole simili certificate in precedenza dall’Unesco. E la sua conclusione fu che l’area non aveva le caratteristiche di originalità e qualità adeguate ad essere inclusa come patrimonio dell’umanità. La conclusione finale fu quella di proporre al Comitato per il Patrimonio Mondiale Unesco la non certificazione affermando nel documento: “non chiarisce come il bene possa essere considerato eccezionale o straordinario e come i criteri proposti siano stati giustificati e come sia stato dimostrato l’Eccezionale Valore Universale del bene nominato.” E terminava dicendo: “Per Icoms raccomanda che le Colline del prosecco di Conegliano e Valdobbiadene Italia, non siano iscritte nel World Heritage List». 

Refrontolo Mondragon, maggio 2013, devastazione del bosco per ampliare il vigneto Bisol

— Ma al di là di ciò, la popolazione locale aveva anche espresso la propria convinzione che il riconoscimento non dovesse essere concesso in virtù dello stravolgimento del territorio causato dall’espandersi della viticoltura, in particolare per l’uso dei pesticidi.

«In effetti, in quel periodo furono indette diverse manifestazioni dagli abitanti locali contro la certificazione: assemblee, marce, sit-in e altro. P.a.n. Europe (Pesticides Action Network) – insieme al World Heritage Watch (che è l’rganizzazione ufficiale delle Ong Unesco, collaterale alle organizzazioni Unesco che certificano i siti) chiese ufficialmente di “Non certificare la monocoltura dei 15 comuni del Prosecco Docg a Treviso (Italia) come Patrimonio dell’Umanità fino a quando non interromperanno l’uso di Hhp — Pesticidi Altamente Pericolosi. P.a.n. Europe offre all’Unesco e all’ente del Prosecco di collaborare con quest’ultimo per fermare l’uso di Hhp e spostarsi invece verso pratiche agro ecologiche”. Per inciso, considera che sono ben 150 i tipi di pesticidi utilizzati nel nostro territorio. E infatti, dopo tutte queste sollecitazioni addirittura interne all’Unesco ed esterne, alla convention tenutasi In Bahrein dal 24 giugno al 4 luglio 2018,  il Comitato per il Patrimonio Mondiale Unesco (Committee) — composto da  21 rappresentanti internazionali Unesco — su proposta di Icomos, stava per bocciare la certificazione con 12 sì e 9 no a fronte di una maggioranza favorevole richiesta pari a 14 voti. A quel punto la delegazione italiana, composta da una ventina di persone, tra l’altro dal presidente della Regione Veneto e dal Ministro italiano dell’agricoltura, convinse qualche Stato  del Nord Africa ad aggiungersi ai favorevoli per proporre un voto di rinvio per la valutazione all’anno successivo, al 2019 alla 45a Convention di Baku in Azerbaijan. Un caso di rinvio  unico nella storia dell’Unesco. Subito dopo il rinvio della certificazione continuò la mobilitazione popolare e a Conegliano furono raccolte oltre 2500 firme  di residenti per un referendum comunale contro i pesticidi di sintesi, referendum approvato dai garanti e dalla giunta comunale, ma osteggiato fortemente sia dai due Consorzi del prosecco DOCG  e sia dai tre sindacati agricoli».

Mauro Agnoletti (ex Fao-Unesco), coordinatore del nuovo Dossier: «Il nodo importante è quello di riuscire a raccontare in maniera culturale adeguata il paesaggio agricolo». E voilà, “raccontare” e il gioco è fatto!

— Ci fu poi il colpo di scena del cambio di richiesta di certificazione…

«Sì, accadde che il Comitato promotore italiano, vista la impraticabilità della strada precedente, con l’ausilio di nuovi consulenti esperti (persone che hanno già lavorato per la Fao e  l’Unesco), presentò un nuovo dossier rivoltando letteralmente la frittata e cambiando le prospettive: da territorio di produzione vitivinicola, a sito culturale e paesaggistico. Si inventarono “meravigliosi” ciglioni collinari (filati a girocollo sempre esistiti), scavarono nelle vecchie fotografie i ritagli di antichi vigneti tra i boschi,  furono promesse azioni di vero e proprio greenwashing come le colorazione delle botti all’aperto, l’eliminazione dei pali di cemento, insomma, si cercò in tutti i modi di recuperare la storia della vecchia viticoltura eroica, anche se oramai non ne esisteva più traccia. In sostanza, disse il coordinatore del Dossier Mauro Agnoletti, ex Fao-Unesco, “il nodo importante è quello di riuscire a raccontare in maniera culturale adeguata il paesaggio agricolo”. Tieni presente che una volta nel nostro territorio esisteva solo una viticoltura inserita in una produzione multifunzionale, nella quale la vite di vino bianco era relegata solo nelle colline più solarizzate ed impervie, mentre in pianura c’era il vino nero clinton, raboso, merlot gestito con la tipica “belussera” e tanto foraggio, cereali e mais per l’amata polenta gialla dei veneti ‘polentoni’. Oggi invece esiste solo una viticoltura intensiva tanto di pianura quanto di collina, “drogata” in modo massiccio da protesi come i concimi chimici e i pesticidi di sintesi. In seguito a questo stravolgimento di prospettiva, P.a.n. Europe  si recò all’Unesco a Parigi per presentare agli ispettori Icoms i problemi relativi agli sbancamenti, all’inquinamento, nonché la palese ostilità della popolazione locale a che venisse ri-certificato il territorio del Docg Prosecco. Contemporaneamente, anche le N.g.o. del WhwUnesco riunite a Parigi emisero una risoluzione per l’Icoms affinché non certificasse le Colline del Prosecco. Nel contempo, il governatore del Veneto, Zaia, si recò a sua volta a Parigi diverse volte per perorare invece la causa del riconoscimento».

7 luglio 2019 a Baku la delegazione italiana esulta per le colline del prosecco dichiarate patrimonio dell’Unesco

— E cosa avvenne?

«Il nuovo Dossier Colline del Prosecco fu approvato da parte del ministro dell’Agricoltura italiano a febbraio 2019, e inviato all’Unesco di Parigi per l’approvazione preliminare. La commissione Icoms, senza inviare alcuna ispezione in loco, rifece la valutazione del sito Colline del Prosecco secondo le nuove prospettive fondate su cultura e paesaggio, e non diede più un parere negativo, bensì uno positivo condizionato a quindici raccomandazioni. Incredibilmente però nel documento non si nominava mai la parola “pesticidi” o gli sbancamenti dovuti alla impetuosa crescita delle superfici viticole, sbancamenti che stravolgevano proprio quel paesaggio sulla cui base si sarebbe dovuta concedere la certificazione! Ancora più incredibilmente, l’Unesco di Parigi inviò al Committee, riunito a Baku per l’approvazione, un documento mutilato proprio della 15a raccomandazione che richiedeva il controllo da parte di Parigi dell’attuazione delle altre 14 raccomandazioni. E fu così che,  il 7 luglio 2019 il Committee certificò le Colline del Prosecco pur avendo ascoltato appena prima della decisione la lettura di un nostro comunicato, con critiche profonde alla certificazione,  letto dal nostro coordinatore World Heritage Watch Stephan Doempke. Successivamente, P.a.n. Europe fece ricorso al Committee, segnalando che le 14 raccomandazioni vincolanti e migliorative da attuare (la prima raccomandazione era addirittura la richiesta di avere la dimensione superficie da certificare del sito),  non vi era nessuna garanzia che venissero in effetti attuate posto che era stato eliminato il dovere di controllo da parte dell’Unesco stessa. Fu tutto inutile. Anzi, a soli dieci giorni dalla certificazione di Baku, il 17 luglio 2019, la Regione Veneto approvò una legge sull’albergo diffuso, con concessioni urbanistiche da dare ai singoli comuni a discrezione della regione, norma volta ad alimentare i futuri flussi turistici. Si tratta di una normativa che prevede una infinità di deroghe e modifiche a leggi come quelle urbanistiche, territoriali, paesaggistiche».

Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia mostra la targa Unesco ai sindaci della zona del Prosecco

— Giustamente i cittadini residenti hanno evidenziato nelle sedi opportune l’imponente uso di pesticidi, ma anche le modificazioni apportate ai territori per realizzare i nuovi impianti di vite. Non credi che anche questo si possa definire consumo di suolo? E comunque si realizza una perdita secca di biodiversità.

«Vero, ormai la zona vocata al Doc Prosecco interessa 23.250 ettari tra Veneto e Friuli e in particolare la superficie vitata del Prosecco  Conegliano Valdobbiadene Docg, che è una “enclave” entro l’area prosecco Doc,  ha avuto un aumento vertiginoso: si è passati dai 1371 ettari del 1970 ai 7549 del 2017 e ai circa 8700 di quest’anno, 2021. Ormai sono tante le voci, anche autorevoli, non solo di cittadini e comitati, che denunciano i gravi danni che la viticoltura sta apportando a territorio e ambiente».

— Conforto la tua affermazione. Uno studio del 2019 dell’Università di Padova afferma che, con una superficie di circa 210 km², l’area del Prosecco Docg (continuando nella coltivazione attuale) potrebbe erodere circa 300.000 tonnellate di suolo ogni anno. Stesso discorso per la zona del Chianti classico. I ricercatori di Padova hanno anche prodotto una stima dell’impronta ecologica della singola bottiglia di Prosecco Docg: nello scenario convenzionale risulterebbe essere 3.3 kg di suolo annui a bottiglia.

«Già, dobbiamo renderci conto che paesaggi tanto carini, tanto da cartolina come quelli del Prosecco, del Chianti, del Barolo o del Barbaresco, che catturano migliaia e migliaia di turisti ogni anno, soprattutto stranieri, sono in realtà delle bombe ecologiche, sia come uso di pesticidi sia come consumo del suolo. E in particolare per il Prosecco la gente dovrebbe sapere cosa c’è dietro quelle bollicine. E lo dovrebbe sapere prima di tutti l’Unesco, prima di certificare un sito naturale o “culturale”. Infatti come World Heritage Watch stiamo preparando un progetto per proporre una conversione dei siti agricoli Unesco al biologico. Una proposta in linea con le attuali emergenze sul caos climatico e la salvaguardia dei fattori ambientali del pianeta: aria, acqua, suolo, cibo, ecosistemi, che sono anche i nostri beni comuni». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.