Disuguali di fronte alla crisi climatica: più colpiti i paesi già devastati dal colonialismo

Quando parliamo di crisi climatica globale dobbiamo ricordarci che cause ed effetti non sono distribuiti uniformemente sul globo, né equamente. A essere più colpiti sono in genere i paesi che per secoli sono stati anche i più devastati dallo sfruttamento coloniale. Non per nulla la giustizia climatica è stata al centro dell’incontro mondiale milanese di “Youth4Climate”, dove l’ugandese Vanessa Nakate ha denunciato che «Gli africani stanno subendo uno degli impatti più brutali dei cambiamenti climatici: siccità, ma anche uragani e alluvioni devastanti, che si lasciano dietro una scia di dolore, fame e morte. Milioni di persone in Africa subsahariana soffrono la scarsità di acqua e cibo».


L’articolo di MARIO SALOMONE

CHE COSA HANNO in comune i gelati più diffusi negli Stati uniti con Mitzi, Disha, Ravi, Nicki, Laura, Sofia Gutierrez, Sofia Hernandez, Hyally, Adriana e Kevin, che provengono da America latina, Filippine, India e Africa? Ben&Jerry nel 1978 hanno iniziato artigianalmente la loro attività di gelatai nel Vermont (quasi vicini di casa di Bernie Sanders), ottenendo poi un clamoroso successo (li troviamo anche in Italia). Sarà che nel verde stato americano tira un’aria speciale, ma con i gelati (equosolidali e sostenibili) loro sostengono la giustizia sociale, la causa LGBT e, appunto, la giustizia climatica. Le loro proposte per la decarbonizzazione (magari fossero sottoscritte dalla COP) collimano pari pari con quelle dei Fridays for future. Le nove ragazze e il ragazzo di cui sopra (bravo chi lo individua) un anno fa hanno lanciato l’appello “It’s time to #FightClimateInjustice“. È made in FFF, infatti, l’acronimo MAPA, che sta per “Most Affected People and Areas”. 

La mappa “geoclimatica” del Global Climate Risk Index del Germanwatch institute

Il Global Climate Risk Index del Germanwatch institute che calcola gli impatti diretti degli eventi estremi (ma non altri impatti) segnala che i dieci paesi più colpiti da inizio secolo sono Portorico, Myanmar, Haiti, Filippine, Mozambico, Bahamas, Bangladesh, Pakistan, Thailandia e Nepal. Agli eventi estremi dobbiamo aggiungere la siccità, la mancanza di cibo, l’innalzamento del livello dei mari che stanno mettendo a rischio di sommersione o di salinizzazione interi piccoli stati insulari e ampie zone costiere, il degrado dei suoli dovuto anche a deforestazione e monocolture. Tra gli effetti indiretti potremmo annoverare, poi, le guerre per il controllo delle risorse energetiche e minerarie e delle rotte commerciali. I paesi al fondo della graduatoria dell’Indice di sviluppo umano hanno ovviamente meno risorse tecnologiche e finanziarie per fronteggiare gli effetti del riscaldamento globale: non arriva la Protezione civile con i gommoni quando c’è l’alluvione o con le autobotti per riempire un acquedotto in secca, non ci sono ospedali né soldi per i ristori, i trasporti e gli altri servizi pubblici sono spesso inesistenti. I mezzi per fermare gli incendi dolosi, quelli mancano, invece, sia qui sia lì.

In compenso (si fa per dire) a questi paesi non facciamo mancare nulla dei peggiori guasti del nostro modello basato sul profitto, sul consumo di massa e sull’usa-e-getta: i rifiuti formano cumuli immensi e la plastica impera (a quanto usato localmente aggiungiamo il carico che gli inviamo gentilmente), le nuvole di smog coprono le megalopoli dei paesi in via di sviluppo. Non c’è dunque da stupirsi se, come ci informa uno studio pubblicato da The Lancet Planetary Health, l’inquinamento atmosferico sia la seconda causa di morte in Africa, più di tabacco, alcol, abuso di droghe, incidenti stradali, infezioni alle vie respiratorie inferiori, malattie cardiache, disturbi neonatali, malattie polmonari e ictus. Per un totale, nel 2019, di un milione e centomila morti.

Sud Africa – Elefanti, giraffe, Impala e Springbok all’abbeverata presso Lower Sabie Camp 2 – Kruger Park

Per la biodiversità di interi continenti il riscaldamento globale è ovviamente una catastrofe, per i popoli nativi che li abitano (avendo sviluppato nel corso dei millenni un delicato equilibrio di proficua convivenza con la forza della natura) significa la perdita delle fonti di sussistenza, attaccate anche a suon di oleodotti, di strade e ferrovie che servono al saccheggio delle risorse locali, di “land grabbing” (l’acquisto o l’affitto a lungo termine di terre per riempire le dispense dei paesi ricchi), di diffusione di allevamenti e coltivazioni per l’esportazione, di estrazioni inquinanti e spesso illegali di minerali. E alla perdita dell’ambiente di vita si aggiunge la perdita di identità, di diritti e di libertà.

Infine (ultimo ma assolutamente non ultimo), l’ingiustizia climatica si abbatte in modo differente in base al sesso e al genere. La condizione di vulnerabilità di miliardi di persone è amplificata nel caso delle donne (meno responsabili rispetto ai maschi, tra l’altro, delle emissioni di gas serra e più gravate da una serie di incombenze legate all’ambiente, ma le cui condizioni di discriminazione sono aggravate dagli effetti del riscaldamento globale) e dei “WLINTA” (“donne – women –, lesbians, inter, non-binary, trans, agender people”). Tanto che da un po’ di COP la giustizia climatica “di genere”, grazie alla spinta di reti di associazioni di tutto il mondo, è entrata a far parte dei documenti ufficiali, disattesa come tutto il resto.

A veder acuire ingiustizie e disuguaglianze sono, insomma, gli abitanti dell’immenso “Sud globale”, che copre però tutto il pianeta e si stende (oltre a quello detto un tempo Terzo Mondo) anche nei quartieri degradati del ricco Nord, nelle periferie vicine alle fabbriche inquinanti, nei campi avvelenati da fuochi e sversamenti abusivi, nei ghetti nordamericani abitati da afroamericani e minoranze etniche (non a caso si parla anche di “apartheid climatico” e dove non a caso è nato il concetto di “giustizia ambientale”), nelle aree interne dei paesi sviluppati.

La città di Sheffield in una incisione del 1879

Al danno sociale e ambientale si aggiunge una beffa: le maggiori vittime della crisi ecologica sono le popolazioni che meno (o meno volontariamente o anticipatamente) vi hanno contribuito. Per citare nuovamente la giovane attivista dell’Uganda Vanessa Nakate, «L’Africa è il continente che ha contribuito di meno alle emissioni di CO2, a eccezione dell’Antartide.

Storicamente l’Africa è responsabile solo del 3% delle emissioni globali accumulate finora». In effetti, se sulla linea del tempo seguiamo il corso delle emissioni di gas serra (CO2 e CO2 equivalente) da metà XVIII secolo ai giorni nostri, le vediamo presenti prima nella sola Inghilterra (culla della Rivoluzione industriale), per poi sbarcare sul continente in Francia e nell’Europa centrale ed estendersi quindi al Nord America e via via alle altre nazioni industrializzate e, andando ancora verso est, all’India e alla Cina.

Bisogna comunque aspettare la vigilia della Prima guerra mondiale perché l’intera regione Asia-Pacifico superi l’1 per cento delle emissioni globali. La quasi totalità delle emissioni era ancora dovuta all’Europa (60 per cento) e agli Stati Uniti (circa un terzo). Ma per superare l’1 per cento del totale l’Africa ha dovuto aspettare il 1960 e tutt’oggi riveste un ruolo marginale nel cambiamento climatico, con paesi che emettono solo lo 0,01 per cento delle emissioni globali, come il Mali o la Repubblica Democratica del Congo: un abitante degli Usa produce 200 volte pro-capite la CO2 di un abitante del Mali e un italiano 100 volte di più di un abitante della Repubblica Democratica del Congo.

Inquinamento da fumo su New York City

Agli Stati Uniti resta il record delle emissioni totali dal XVIII secolo ad oggi e non serve prendercela con la Cina, divenuta oramai la maggior responsabile mondiale di emissioni di gas serra. Una parte delle emissioni prodotte nel grande, popoloso e antico paese asiatico, infatti, viene prodotta per fornire merci all’Europa, al Nord America e a molti altri paesi. Ricordiamoci che abbiamo “delocalizzato” le fabbriche, per incrementare i profitti, dove i salari sono più bassi e mancano diritti sindacali e legislazioni ambientali. Usa, Europa, Giappone insieme a ogni dollaro di valore delle importazioni “importano” anche una certa quantità di CO2. È una “carbon footprint” virtuale, come c’è la “water footprint” che è l’acqua servita (altrove) per produrre alimenti e oggetti importati. Insomma, l’iperconsumo dei privilegiati alza il termostato del pianeta, così come deforesta l’Amazzonia la bresaola della Valtellina fatta con le carni del bestiame allevato nell’ex-polmone verde del pianeta. Tra i privilegiati, poi, ci sono i più privilegiati e più energivori di tutti: tra il 1990 e il 2015 (parola di Oxfam) l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha causato da solo più del doppio di CO2 del 50 per cento più povero dell’umanità. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mario Salomone dirige le riviste “.eco” (fondata nel 1989) e “Culture della sostenibilità” (fondata nel 2007). È Segretario Generale della rete mondiale di educazione ambientale (WEEC), fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Aurelio Peccei (sezione italiana del Club di Roma), del comitato scientifico di CNESA2030 (Comitato nazionale per l’educazione alla sostenibilità-Agenda 2030 della Commissione italiana UNESCO) e del Comitato di direzione della Cattedra UNESCO in sviluppo sostenibile e gestione del territorio dell’Università di Torino. Tra i suoi libri più recenti, Giustizia sociale e ambientale (Doppiavoce) e Al verde! La sfida dell’economia ecologica (Carocci) e Il sito web è www.mariosalomone.it