Stragi nelle scuole: gli Stati Uniti mettono la sicurezza dei loro figli in mano a società di consulenza

Esercitazione di active shooter al Columbia College; sotto il titolo, irruzione in un’aula durante la simulazione di un attacco armato

Di stragi o sparatorie di massa ce n’è una ogni due o tre giorni. Nel 2020 hanno fatto 3000 vittime tra morti e feriti. 45mila i suicidi e omicidi individuali: questi ultimi sono circa 60 al giorno, 21.000 l’anno. Nelle scuole di stragi se ne consuma una alla settimana. E il problema è insolubile: le armi da fuoco sono dappertutto (350.000.000 di pezzi tra pistole e fucili d’assalto). C’è chi sostiene che anche gli insegnanti dovrebbero armarsi per difendere meglio i propri allievi. Molti distretti scolastici hanno aumentato le guardie armate presenti in ogni istituto e organizzano corsi di addestramento ed esercitazioni per insegnanti e allievi su come rispondere se uno sparatore attivo entra nella scuola e comincia ad uccidere. Il 95% dei distretti scolastici americani organizza le scolaresche per esercitarsi alla difesa passiva e attiva


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

GLI AMERICANI, SI SA, sono un popolo pieno di inventiva. Quando c’è un problema di difficile soluzione creano una società di consulenza. I reduci di guerra hanno la brutta abitudine di ubriacarsi, picchiare le mogli e anche suicidarsi a causa dello shock post-traumatico? Quello che ci vuole è una società di consulenza che organizzi una bella terapia di gruppo o individuale. Gli oppioidi e le droghe sintetiche invadono il paese provocando più morti dell’epidemia di Covid? Altre società di consulenza e altra terapia di gruppo. I poliziotti esercitano una violenza ingiustificata ammazzando a caso automobilisti e passanti (preferibilmente se giovani e neri)? Una società di consulenza appositamente costituita aiuterà i parenti prossimi a elaborare il lutto. Naturalmente le cause dei problemi — guerra, droga, brutalità poliziesca — non vengono risolti, ma in compenso si creano centinaia di società di consulenza ben retribuite e si dà lavoro a migliaia di presunti esperti.

Oxford High School (Michigan) dove c’è stato l’ultimo massacro

L’ultimo e più brillante esempio di questa capacità inventiva tutta americana è costituito dalle stragi nelle scuole. Ora, in America le stragi o sparatorie di massa (definite come il ferimento di almeno quattro persone al di fuori della “normale” violenza domestica o criminale) non fanno più notizia. Ce ne sono troppe: una ogni due o tre giorni, circa 600 nel 2020 per un totale di 3000 vittime tra morti e feriti. Non parliamo dei suicidi e degli omicidi individuali che sempre nel 2020 sono stati più di 45.000; quelli non meritano neppure un trafiletto sui giornali o qualche secondo nei notiziari. Del povero ricercatore italiano ucciso qualche giorno fa per un nonnulla a New York hanno parlato solo i giornali italiani. In effetti la differenza di attenzione è facilmente spiegabile: in tutta Italia gli omicidi sono meno di 1 al giorno (300-350 l’anno), mentre negli Stati Uniti sono circa 60 (21.000 l’anno): è chiaro che un morto ammazzato in più o in meno non fa notizia.

Al pari delle altre stragi anche quelle nelle scuole non fanno più notizia, almeno non più di tanto. Dato il loro numero elevato (ce n’è una alla settimana), il ciclo dei notiziari non lo consente. Qualche articolo di cronaca, qualche intervista strappalacrime a genitori e compagni di scuola, la solita veglia con candeline e orsacchiotti nel luogo della strage e poi si passa ad altro, in attesa della prossima strage. Del resto il problema è insolubile: le armi da fuoco sono dappertutto (350.000.000 di pezzi tra pistole e fucili d’assalto) e nessuno vuole o può limitarne davvero l’acquisto e l’uso — al contrario, sempre più Stati ne facilitano la vendita e consentono di portarle con sé ovunque si vada, nascoste nella borsetta o esibite nella fondina al fianco come al tempo del Far West.

E qui interviene l’ingegnosità americana. Impedire che qualcuno entri in una scuola armato non si può (anzi, c’è chi sostiene che anche gli insegnanti dovrebbero esserlo per difendere meglio i propri allievi). Vietare le armi in genere se non a chi ne ha davvero bisogno per difendersi, no davvero, c’è il secondo emendamento della Costituzione che lo vieta! Capire se un ragazzino ha seri problemi psichici e comportamentali che lo rendono pericoloso è troppo complicato e lo screening psicologico troppo costoso. Certo, le armerie non possono vendere armi da fuoco ai minori (almeno non legalmente), ma puoi forse impedire che un genitore affettuoso regali al proprio bambino o bambina una bella pistola nuova di zecca, magari una colt d’epoca come quella con cui qualche tempo fa l’attore  Alec Baldwin ha ammazzato (involontariamente, certo) sul set la sua fotografa di scena?

Dipartimento Fountain Police all’Active Shooter Response Training al Fountain Middle School [credit Dougal Brownlie/AP]

Ecco quindi trovata la soluzione, ripescandola per di più dalla pratica di qualche decennio fa. Allora (siamo negli anni ’60) c’era l’uso nelle scuole di fare periodiche esercitazioni in caso di attacco nucleare. Si insegnava ai bambini che quando suonava la sirena dell’allarme dovevano recarsi nei rifugi contrassegnati dall’apposito simbolo o in mancanza di meglio ripararsi sotto i banchi. Poi, con la fine della guerra fredda, non ce n’è stato più bisogno. A qualcuno è venuta allora la brillante idea che le tecniche studiate per combattere i cattivissimi comunisti, potevano essere adottate per contrastare gli altrettanto cattivi stragisti di oggi: un compagno di scuola, un vicino di casa, bambino, giovane o adulto che fosse. Molti distretti scolastici hanno così deciso non solo di aumentare il numero delle guardie armate presenti in ogni istituto ma di organizzare esercitazioni e corsi di addestramento per insegnanti e allievi su come rispondere in caso che un “active shooter” (uno sparatore attivo) entrasse nella scuola e incominciasse ad uccidere. 

Come funghi sono sorte società di consulenza a livello locale e nazionale per fornire questi nuovi servizi di sicurezza reclutando psicologi, ex poliziotti e ex militari (questi ultimi in abbondanza dopo la fine delle guerre mediorientali). In questi corsi denominati con l’acronimo ALICE (per Alert, Lockdown, Inform, Counter, Evacuate) si insegna ai ragazzi la difesa passiva: come barricarsi nelle aule, come evitare di essere nella linea di tiro dello sparatore, come rimanere in silenzio; ma anche di difesa attiva: come prendere a sediate l’assalitore o aggredirlo con una mazza da baseball. Inoltre, dal momento che lo sparatore è spesso un giovane e anche lui uno studente della scuola, i ragazzi vengono addestrati ad uscire dalla scuola con le braccia bene in evidenza dietro la nuca obbedendo agli ordini della polizia perché ognuno di loro può essere un sospetto.

Simulazione di difesa attiva durante una esercitazione a scuola

Dell’efficacia di queste tecniche innovative ancora non ci sono prove nonostante siano state adottate da ben il 95% delle scuole del paese. A qualche genitore, insegnante e cittadino di buon senso è però venuto il sospetto che tutto questo armamentario di sicurezza passiva e attiva possa provocare disturbi psichici — ansia, insicurezza, desiderio di emulazione — negli allievi, che finiscono col pensare che una scuola invece di essere un luogo dove si impara e ci si diverte non è molto diversa da un campo di battaglia dove la minaccia di vita e di morte può venire da qualunque parte in qualsiasi momento. Ma il problema — hanno risposto le società di consulenza — è facilmente risolvibile con un’adeguata assistenza psicologica preventiva e ex post che loro stesse sono in grado di fornire a ragazzi e insegnanti per un modico prezzo come parte del pacchetto.

Naturalmente, in questo come negli altri casi citati, tutto ciò non ha nulla a che fare con la causa principale delle sparatorie di massa, che è la presenza universale di armi da fuoco. E infatti, nonostante le società di consulenza, le stragi continuano. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)