“L’anno del parassita”. Un racconto dalla Catalogna

di SILVIA PIETRANGELI, lettera da Barcellona

«Secondo l’oroscopo cinese il 2020 corrisponde all’anno del topo. Io credo invece che, dopo tutto quello che stiamo vivendo per colpa del virus, dovrebbero fare un’eccezione e sostituire il topo con un altro essere vivente. Penso che il 2020 debba essere ufficialmente rinominato l’anno del parassita e, a pensarci adesso, con un po’ di buon senso avremmo dovuto capire, sin da febbraio, che le quattro statuette assegnate nella notte degli Oscar al film coreano “Parasite” suonavano come una sinistra premonizione».
Sorride e sputa il fumo della sigaretta la mia vicina di casa. «Tienes razòn» hai ragione, mi dice divertita. La nostra è una relazione “da balcone”, nata durante le serate in piedi sui terrazzini ad applaudire medici e infermieri nel corso del primo lockdown. Per il momento le finestre delle case sono chiuse e silenziose, e i balconi frequentati solo per innaffiare i fiori, a meno che il re non parli in televisione, così da far scattare nei sudditi indipendentisti la voglia di sbattere con furia pentole e coperchi, creando un frastuono capace di coprire i rumori dell’intera città catalana.
La mia vicina di casa spegne la sigaretta. «Yo voy» mi dice e rientra nella sua abitazione. Io invece mi trattengo qualche istante a osservare l’incrocio trafficato sotto il nostro appartamento. Conto ben sei taxi liberi con la luce verde che sfilano al semaforo e noto con tristezza che un altro cartello è stato appeso sopra l’ennesima serranda abbassata, annunciando la disponibilità del locale commerciale ormai vuoto. Anche i cassonetti della raccolta differenziata sono molto più frequentati di prima: ormai c’è un via vai costante di persone che cercano, frugano, raccolgono qualcosa.

Purtroppo, ho l’impressione che più passano i mesi e più tutti noi assumiamo le sembianze di quei tronchi delle palme che svettano lunghi, secchi, spogli, dietro i muri di qualche cortile. Solitamente si tratta di fusti sopravvissuti alla furia devastatrice del punteruolo rosso, un parassita famelico, che scava e mangia e compromette la vita delle piante. Una specie di Covid del mondo vegetale, con la differenza che quest’ultimo, oltre a nutrirsi dei corpi di chi si è ammalato, si ciba anche delle sicurezze, certezze, speranze, con voracità, quasi a volersi ingoiare il futuro intero.
Sono le cinque ed è l’ora di andare a prendere Michele. Indosso la mascherina, esco dal portone del palazzo e mi avvio alla fermata dell’autobus del colegio.
Mi fermo al solito bar a comprargli la merenda. I caffè e i ristoranti sono chiusi da settimane, autorizzati solo alla somministrazione di cibo da asporto e, nonostante i contagi stiano decisamente rallentando, le porte dei locali resteranno accostate ancora sino a fine mese.
A quanto pare l’uso massiccio dei test rapidi, le restrizioni mirate e le chiusure chirurgiche, hanno frenato la corsa del parassita, sia qui, a Barcellona, che a Madrid, ma l’ottimismo, per il momento, è un lusso che non ci possiamo concedere.
Mi avvicino al gruppetto delle mamme in attesa dei figli. «Quante classi in quarantena ci sono state nel nostro istituto questa settimana?», domanda una; «Tre, però tutte delle superiori».

Poco dopo arriva l’autobus della scuola e i bambini scendono, uno dopo l’altro, con i sorrisi nascosti dietro le mascherine colorate che indossano tutto il giorno senza un lamento.
«Mamma possiamo andare a giocare a casa di Adriano?», mi domanda Michele all’orecchio mentre morde una magdalena al cioccolato.
«No tesoro, non si può. Lo faremo quando sparirà il Coronavirus».
Mi guarda perplesso, poi sottovoce aggiunge: «Perché questo virus ha una corona? È un re?».
«Non proprio» rispondo, cercando di trovare una risposta breve ma efficace, «ma possiamo dire che è una specie di re di una banda di cattivissimi».
Sembra soddisfatto, perché corre allegro dai suoi compagni.
Saluto le altre mamme. «Animo!» ci diciamo «Un dìa mas es un dìa menos!».
Ed è proprio così: un giorno in più è un giorno in meno dentro quest’incubo, un giorno in meno che ci separa dalla distribuzione del vaccino, dalla normalità perduta, dal nostro futuro. Ma anche un giorno in meno nel conto alla rovescia verso il nuovo anno, il 2021, nella speranza che possa essere, finalmente, l’anno dell’anticorpo. ◆

About Author

È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.