4 / Cingolaneide. Sul nucleare “verde” si mescola la lingua del tecnologo col ruolo del ministro 

Il titolare italiano della Transizione ecologica torna sul “nuovo nucleare”, suo chiodo fisso. Direttamente da Glasgow ribadisce che va dato spazio all’energia atomica: all’orizzonte potrebbe esserci qualche tecnologia con meno scorie radioattive e di piccola taglia. Boh, può darsi, si vedrà. Ma che centra col taglio della Co2 da qui a cinque o dieci anni su scala globale? Al professor Cingolani riesce difficile separare il punto di vista del tecnologo (“non chiudiamoci alle novità”, “sperimentiamo” e così auspicando) dal ruolo di ministro della Repubblica italiana. In un dicastero, oltretutto, decisivo. L‘aumento del Pil fa correre anche la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera: nel 2020 i lockdown avevano abbassato la Co2 del 5,4%, la stima per quest’anno è di un rimbalzo del 4,9% 


L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

Annunciati alla Cop 26 in corso a Glasgow mille miliardi di alberi per riforestare il mondo; sotto il titolo, il premier italiano Mario Draghi e il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani arrivano al summit dell’Onu  

TRA ROMA E GLASGOW il mondo discute da una settimana su come farla finita col bla bla bla inconcludente e passare ai fatti per fronteggiare la crisi climatica. Un fatto sembra essere già venuto fuori: mille miliardi di alberi per riforestare il mondo rapato da coltivazioni e pascoli intensivi, prelievo incontrollato di legname e foreste bruciate. Sembra la fotografia del Brasile di Bolsonaro e difatti lo è. L’impegno a cambiare strada pare che lo voglia firmare anche lui e siamo tutti contenti. Se lo farà. Contemporaneamente il mondo celebra la ripresa economica post pandemica con l’aumento del Pil che torna a impennarsi. Benché — vedi l’Italia — l’occupazione stabile continui a scendere (dati Istat) e le delocalizzazioni non s’arrestino (by by Whirlpool da Napoli). Quel che ci interessa sottolineare è un semplicissimo dato di fatto. Tutto questo nuovo movimento di merci prodotte e spostate in giro per il mondo è alimentato quasi interamente da energie fossili. E non soltanto nelle aziende cinesi, giusto per capirci, come ha documentato proprio ieri uno studio del Global Carbon Project. Se nel 2020 i lockdown avevano abbassato le emissioni di Co2 del 5,4%, la stima per quest’anno è di un rimbalzo del 4,9%.

Il cammino per mettersi al passo con il taglio della Co2 proclamato ai quattro venti di Roma sarà lungo. E lo sappiamo. Formidabile — piuttosto — l’annuncio dei media italiani dopo il lancio delle monetine dei “grandi della terra” nella fontana di Trevi: «deciso l’aumento di temperatura di 1,5° al 2030», hanno titolato quasi tutti. Perbacco! E come avverrà, di grazia, dopo i sei anni già passati inutilmente dagli accordi di Parigi ad oggi? Forse per decreto… Eppure, di segnali interessanti da approfondire ne vengono fuori. Come il blocco degli investimenti in tecnologie fossili delineato da un gruppo di 450 Fondi d’investimento con 100 mila miliardi di dollari. Uno solo di loro, il più grande del mondo, ne aveva già annunciato mille miliardi nel decennio per bocca del ceo country di BlackRock ai microfoni del documentario “La spirale del clima” firmato dal sottoscritto e trasmesso su Rai 1 un anno e mezzo fa. Scelte lungimiranti che, in Norvegia (per fare un esempio), praticano da anni.

Il ministro della Transizione ecologica chiede che l’energia nucleare sia dichiarata green per attirare nuovi investimenti

Ed eccoci di nuovo al nostro ministro della Transizione ecologica. Sulle fossili ha appena presentato il nuovo piano di nuove concessioni minerarie da affidare ai petrolieri per 12 mila chilometri quadrati lungo le coste, cui si aggiungono i 45 mila chilometri quadrati di trivelle sulla terra ferma, persino nei parchi e nelle aree protette. Ma è sempre sull’atomo che riesce a dare il meglio di sé. Mercoledì lo ha ribadito con squilli di tromba a “Repubblica” direttamente da Glasgow: bisogna dichiarare “green” l’energia atomica per attirare nuovi investimenti che oggi calano dappertutto, come andiamo scrivendo da mesi sulle nostre pagine con le analisi più accurate dei migliori esperti su piazza. All’orizzonte di un decennio potrebbe esserci qualche tecnologia con meno scorie radioattive e di piccola taglia? Boh, può darsi, si vedrà. 

E che centra tutto questo con la riduzione della Co2 da qui a cinque, dieci o vent’anni su scala globale? Non centra nulla. Lui pensa addirittura di poter fare per il nucleare quel che s’è fatto contro il coronavirus. Una sorta di atomo “ultra rapido” da cavar fuori dai laboratori? Forse ha notizie di sperimentazioni (con gli stessi principi della fisica nucleare da fissione) che il resto del mondo ignora. Al professor Cingolani riesce evidentemente difficile — sull’argomento specifico — separare il punto di vista del tecnologo (“non chiudiamoci alle novità”, “sperimentiamo” e così auspicando) dal ruolo di ministro della Repubblica italiana. In un dicastero, oltretutto, decisivo per il futuro di tutti. 

57 centrali nucleari francesi imbottite di milioni di metri cubi di scorie radioattive appena oltre le Alpi

La classificazione “verde” dell’atomo, lo ripetiamo ancora, è esigenza vitale di un unico Paese europeo: la Francia. I cugini d’Oltralpe sono pieni come un uovo di 57 centrali e milioni di metri cubi di scorie nucleari che non sanno dove mettere né come gestire (14 mila tonnellate le hanno depositate sui fondali dell’Atlantico fino al 1983). Da qui l’idea geniale di ridipingere di verde (attraverso una nuova tassonomia europea) le pareti ultratrentennali dei reattori a fissione, installati appena oltre i nostri confini. Quegli impianti servivano, anzitutto, per ottenere il plutonio e sedersi — questo è storicamente il nucleare francese — al tavolo dei “grandi” con qualche bombetta atomica nei propri arsenali. 

Che centriamo noi con tutto questo? E cosa centra il mondo di cui parlano milioni di giovani e scienziati e tecnologi che vogliono lasciarsi alle spalle eredità fallimentari per la sopravvivenza stessa della specie umana sul pianeta? Dia seguito alle parole, presidente Draghi. Convochi il suo ministro e gli spieghi “la contradizion che nol consente”: a 700 anni dalla morte del sommo-poeta un ripasso ci sta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.