Per uscire dai combustibili fossili, Milano la rivoluzione energetica può farla con l’acqua (che butta via)

Qui in alto, falda sotterranea; sotto il titolo, i grattacieli di Porta Nuova e CityLife che utilizzano la geotermia per riscaldare e raffrescare uffici e appartamenti con l’uso delle pompe di calore integrate nella progettazione degli edifici

Milano. Pompaggio delle acque di falda dai garage, scaricata nella rete fognaria

Quattro delle cinque linee della “subway” meneghina sarebbero dei veri e propri corsi d’acqua sotterranei se le idrovore non le prosciugassero con regolarità. Eppure proprio l’acqua potrebbe rappresentare la chiave per l’abbandono dei combustibili fossili per il riscaldamento e il raffrescamento della città. A2A, la multiutility di cui il Comune di Milano è comproprietaria con Brescia, vorrebbe utilizzare 96 pozzi di prima falda per entrare nel business geotermico. Oggi la città usa geotermia e pompe di calore solo per il 15 per cento per la climatizzazione sia in caldo che in freddo. Potrebbe rivoluzionare il quadro energetico cittadino se nei 100mila appartamenti popolari di proprietà comunale facesse quel che s’è fatto nella CityLife nei grattacieli delle assicurazioni e nei condomini di stralusso


L’analisi di IVAN BERNI, da Milano

MILANO È UNA SPUGNA zuppa d’acqua. Un tesoro di enorme valore, di cui i milanesi, quasi, non si rendono conto. L’acqua è il patrimonio più a buon mercato della grande città lombarda. Da quando la deindustralizzazione ha ridotto drasticamente i consumi idrici, Milano ha visto risalire il livello della sua acqua di falda fin quasi ai bordi del piano stradale. Si calcola che ogni anno circa 200milioni di metri cubi di acqua vengano pompati fuori dalle gallerie della metropolitana, e da piani interrati, seminterrati e garage sotterranei per permetterne l’agibilità, Quattro delle cinque linee della “subway” meneghina, la due, la tre, la quattro e la cinque, sarebbero dei veri e propri corsi d’acqua sotterranei se le idrovore non le prosciugassero con regolarità. L’acqua di prima falda viene risucchiata e gettata nel condotto fognario. Acqua non potabile, certo, dato l’inquinamento storico da atrazina, azoto e trace di metalli, ma buona per usi irrigui, industriali, per navigazione ed eventualmente anche per usi umani, che viene gettata “normalmente” nelle fogne. Più di un quarto dei 700 milioni di metri cubi annui “consumati” dalla città metropolitana di Milano vengono buttati perché non si sa cosa farsene. Anche se proprio l’acqua potrebbe rappresentare la chiave per l’abbandono dei combustibili fossili per il riscaldamento e il raffrescamento della città. La risorsa strategica per rispondere all’obbligo di abbattere drasticamente le emissioni di Co2 entro il 2030 e di eliminarle completamente nel 2050. 

Rete piezometrica di Milano (in alto) e misurazione della prima falda (in basso)

Con l’acqua si possono riscaldare e raffrescare case, uffici, negozi, centri commerciali, impianti sportivi come e meglio che con i combustibili fossili. È la geotermia, ovvero lo sfruttamento del differenziale di temperatura fra l’acqua di prima falda — che a Milano è di 15-16 gradi — e la temperatura esterna. Lo strumento per passare dalle caldaie al geotermico si chiama pompa di calore ed è lo stesso principio che garantisce il funzionamento di frigoriferi e condizionatori. Nulla di cervellotico e particolarmente complesso. E nemmeno troppo costoso. Anzi: Milano ha l’acqua a più buon mercato d’Europa: 0,90 euro al metro cubo. Meno della metà delle altre grandi metropoli europee. L’acqua costa così poco, a Milano, che nemmeno ci accorgiamo di pagarla. È un costo che nelle bollette d’affitto o delle spese condominiali va sotto la voce delle spese generali. Nessuno sa quanto spende. Tutti sanno che si spende molto poco. 

Viste le premesse si dovrebbe concluderne che il geotermico è il nuovo mantra dell’amministrazione milanese. E che una bella fetta dei fondi del Pnrr destinati a Milano e finalizzati alla guerra alle emissioni di Co2 siano destinati alle pompe di calore. Non è così. Allo stato non risultano grandi progetti di conversione al geotermico. C’è qualche esperimento circoscritto al Municipio 5, con un asilo, una sede comunale e un condominio, ma nulla di rivoluzionario o risolutivo. E c’è A2A, la multiutility di cui il Comune di Milano è comproprietaria con quello di Brescia, che vorrebbe utilizzare 96 pozzi di prima falda per entrare nel business geotermico. Ma intanto c’è il problema che la competenza sull’acqua di falda non è del Comune ma della città metropolitana, che avrebbe buone ragioni per tariffare l’uso dell’acqua di falda, o anche metterlo a gara. E poi, dettaglio non proprio ininfluente, il geotermico funziona se gli edifici da riscaldare o raffrescare, sono termicamente efficienti. Coibentati e predisposti per un risparmio energetico che consenta di sfruttare caldo e freddo a temperature moderate. In altri termini non avrebbe molto senso portare calore “geotermico” in abitazioni ad alta dispersione, come gli attuali quartieri delle case popolari milanesi. Per offrire temperature accettabili bisognerebbe arrivare nelle case con un teleriscaldamento a 75 gradi: costosissimo e fuori mercato per un’utenza di reddito medio-basso. Ci vorrebbero case nuove o ristrutturate, come quelle che beneficiano del bonus del 110%. Peccato che quel bonus, per ora, non sia previsto per gli 80mila appartamenti amministrati da Aler (l’azienda regionale di edilizia residenziale) e solo in piccola parte dai 27000 di Mm, che cura il patrimonio di case del Comune. Ci vorrebbero determinazione politica e un rapporto di collaborazione fra Comune  di Milano e Regione Lombardia, che tuttavia negli ultimi mesi non hanno fatto altro che prendersi a schiaffi.  

Le case popolari del comune di Milano superano i centomila appartamenti; con la ristrutturazione, l’efficientamento energetico e l’uso delle pompe di calore darebbero un contributo rilevante al fabbisogno energetico della città e all’abbattimento delle emissioni di Co2, riducendo le bollette 

«In realtà stiamo parlando di una vera e propria rivoluzione energetica di cui dovrebbero essere protagonisti i gestori del ciclo idrico, assieme ai player tradizionali come A2A», spiega Giuseppe Santagostino, imprenditore di reti e impianti idraulici ma, soprattutto, infaticabile propugnatore della centralità delle acque nelle politiche di riconversione energetica e di contrasto al cambiamento climatico. «I gestori del servizio delle acque, che a Milano sono Mm spa per la città e il Cap, Consorzio acqua potabile, per la provincia e i suoi 133 comuni, dovrebbero fondersi. Ne verrebbe fuori un soggetto industriale che dagli attuali 500 milioni di euro potrebbe facilmente arrivare a 1 miliardo di fatturato annuo. A quel punto diventerebbe possibile realizzare l’infrastruttura indispensabile per passare al geotermico e sfruttare la ricchezza idraulica di Milano e della sua area metropolitana: un secondo acquedotto per le acque di prima falda. L’acqua che ci serve, nell’arco di dieci anni, per abbattere del 50% il ricorso ai combustibili fossili, per mandare in pensione i camini e le emissioni di Co2 e per ridurre la bolletta energetica».

Santagostino, che alle ultime amministrative si è presentato come candidato al Consiglio comunale nelle liste del Pd ottenendo 450 voti (la metà di quelli necessari per farsi eleggere) è una sorta di evangelizzatore dell’uso salvifico delle acque, ma non è un illuso né un predicatore utopista. Infatti il paradosso è che mentre nei palazzi dell’amministrazione, e della politica, non si prende in considerazione seriamente la rivoluzione ecologica delle acque, c’è chi, invece, ne ha fatto la propria bandiera. Primo fra tutti Bill Gates, che indica la soluzione delle pompe di calore come una delle ricette più efficaci e concrete per tagliare le emissioni di Co2 e rinunciare ai combustibili fossili, ma anche molto più prosaicamente gli immobiliaristi (e non solo) che negli ultimi dieci anni hanno costruito a Milano. Già, perché funzionano con la geotermia e le pompe di calore i nuovi quartieri simbolo della metropoli lombarda come Porta Nuova, con il Bosco Verticale e le sue Torri svettanti; Citylife con i grattacieli delle assicurazioni e i condomini di stralusso disegnati da Zaha Hadid e perfino l’Università Bocconi, che da poco ha varato il suo nuovo avveniristico polo nell’area dell’ex Centrale del Latte. Più altre decine di situazioni. Tutte private. Oggi Milano usa geotermia e pompe di calore per il 15 per cento delle sue necessità di  climatizzazione sia in caldo che in freddo. Utilizzando quello straordinario, e unico, patrimonio della città di Milano che la politica al momento sembra preferisce ignorare. L’acqua. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista professionista dal febbraio 1983, è collaboratore del mensile Prima comunicazione e del quotidiano il Foglio. Dal 2014 è titolare del corso ufficiale Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico dell’università Iulm. Dal 2004 al 2018 è stato coordinatore didattico del Master in giornalismo Iulm, Campus Multimedia. Fra i fondatori di Radio Popolare, è stato redattore, conduttore e responsabile dei programmi. Direttore editoriale di Radio Popolare network nel 2003. È stato cronista, redattore politico e caposervizio di Repubblica dal 1988 al 2003. Dal 2007 al 2018 è stato commentatore-editorialista dell’edizione milanese del giornale. Ha pubblicato due libri: nel 1998 l’inchiesta “Pattumiere, pepite e pistole, affare e malaffare all’ombra delle discariche”, Baldini e Castoldi, e, nel 2013, con Stefano Boeri, “Fare di più con meno, idee per riprogettare l’Italia”, Il Saggiatore.