La figura del vignaiolo ha mutato il volto delle cantine e del territorio vocato al turismo chic e all’elevata qualità delle bottiglie prodotte e apprezzate, sopratutto nei mercati esteri, come Germania e Stati Uniti. Un cambiamento accompagnato da un naturale aumento dei prezzi dei vini più pregiati. Dopo due anni di pandemia il settore non sembra subire battute di arresto per redditività, indebitamento e patrimonializzazione. 310.000 imprese viticole, 46.000 aziende vinificatrici (media di fatturato stimata in 250.000 euro), con le 30 più grandi che insieme fatturano quasi 4 miliari di euro sui 7 miliardi fatturati del 2021. Un record dovuto alle esportazioni di bottiglie made in Italy cresciute del 12%


L’articolo di COSIMO TORLO

Una cantina di vino nobile di Montepulciano

COME STANNO I VIGNAIOLI italiani? Diciamo bene, in molti casi molto bene, lo dicono i dati economici, ma per chi come me ha molto girato nei territori del vino lo vede semplicemente guardando cosa sono diventati oggi alcuni di questi territori. Decenni fa erano zone in buona parte ad agricoltura mista, vigneto, cereali, animali, oggi è tutta una vigna. Cantine super fighe spesso affiancate da resort, case vacanze con tutto il necessario per proporre soggiorni chic. Insomma la figura del vignaiolo è decisamente cambiata, il salto generazionale ha cambiato radicalmente il volto di cantine e degli stessi territori, quelli più noti sono cambiati nel profondo, e in alcuni casi quasi non li riconosco.

Molti i fattori che hanno contribuito a questo successo, sicuramente il cambiamento epocale avvenuto tra la fine degli anni ’80 e inizio ’90 con il miglioramento della qualità del prodotto che ha fatto sì che soprattutto in America e Germania il vino italiano sia entrato in maniera decisa, seguita negli anni successivi anche da moltissimi altri paesi. Non si può dimenticare la favorevole fiscalità per le aziende agricole che ha spinto molti imprenditori italiani e stranieri ad investire nei nostri territori, questo ha portato molto spesso ad un aumento dei prezzi molto elevato delle bottiglie in particolare di quelle più pregiate.

L’aumento del volume d’affari è dovuto all’esportazione di bottiglie made in Italy in tutto il mondo cresciute del 12% (Foto di Jörg Peter da Pixabay)

Ma vediamo di entrare più nel merito dei dati. Dopo due anni di pandemia il settore si conferma più in salute di molti altri per redditività, patrimonializzazione e indebitamento. È difficile generalizzare quando si parla di un comparto, quello del vino italiano, fatto da 310.000 imprese viticole 46.000 aziende vinificatrici (con una media di fatturato stimata in 250.000 euro). Le 30 aziende più grandi insieme fatturano quasi 4 miliari di euro sui 7 miliardi fatturati del 2021, un record che si deve alle esportazioni di bottiglie made in Italy in tutto il mondo cresciute del 12%, ma, ad aumentare, sono stati anche gli acquisti domestici con un incremento del 2,1%.

Il vino italiano è un comparto che da solo vale il 10% del totale dell’industria agroalimentare italiana, con un valore aggiunto nazionale del 19%

Ma quello che colpisce di più è questo dato: fatto 100 il Prodotto Interno Lordo (Pil) ed il fatturato delle imprese vinicole nel 2008, nel 2020 il Pil del Belpaese è più o meno lo stesso di 12 anni fa, mentre il giro d’affari delle cantine è cresciuto di 50 punti. Una crescita guidata dall’export, che, dal 2000 al 2020, sottolinea il Banco Bpm su dati Istat, è cresciuto del 14% in volume e soprattutto del 61% in valore, con un prezzo medio del +69%. Certo, resta il nodo della concentrazione dei mercati, visto che i primi tre — ovvero Usa (23%), Germania (17%) ed Uk (11%)pesano da soli per oltre il 50% dei valori esportati (dato 2020). In ogni caso si conferma il fatto che le esportazioni hanno compensato, in parte, la perdita dei consumi interni che hanno visto i consumi pro-capite scendere dai 50 litri del 2000 ai 38 del 2020, con i consumatori quotidiani di vino che erano ancora la maggioranza nel 2008 (54,6% contro il 45,4% dei bevitori occasionali). Oggi i consumatori quotidiani sono invece la minoranza (42% contro 58%), con un consumo complessivo appannaggio, per oltre il 45%, degli over 55 (che rappresentano il 40% della popolazione). Trend che oggi fanno del vino italiano una comparto che vale da solo il 10% del totale dell’industria agroalimentare italiana, con un valore aggiunto a livello nazionale del 19%, un patrimonio netto delle aziende tricolori che sfiora il 41%, e debiti finanziari al 32%. Una situazione media che in alcuni territori è ancora migliore. Come raccontano i dati, nettamente sovra performanti, delle aziende del Brunello di Montalcino, che, dal 2006 al 2019, hanno visto la crescita del valore aggiunto dal 39% al 42%, l’incremento del patrimonio netto dal 37% al 63% e la riduzione dei debiti finanziari dal 45% al 23,4%.

Una veduta panoramica della città di Montalcino

In “soli” 30 anni, mentre il Brunello conquistava i mercati del mondo, Montalcino ha costruito uno dei più importanti e redditizi “distretti” del vino d’Italia ed a livello internazionale. Un exploit testimoniato dalla crescita del valore degli stessi vigneti: nel 1992 un ettaro di terreno vitato e/o vitabile di Brunello di Montalcino valeva 40 milioni di vecchie lire, pari a 36.380 euro attuali (cifra ottenuta con il calcolo del coefficiente Istat per l’attualizzazione dei valori), ed oggi vale 750.000 euro, 20 volte in più, con una rivalutazione record del +1.962%. Ma sono molti i distretti del vino che hanno avuto performance incredibili, dalla zona del Prosecco alla Sicilia, le Langhe; praticamente, anche se con dati inferiori a Montalcino, tutto il vino italiano ha beneficiato di questo trend.

Va ricordato che pur non avendo dati precisi, è sicuramente vero che il vino ha trascinato una economia parallela che nei territori interessati vogliono dire accoglienza, ristorazione, con tutti i servizi ad esso collegati per l’enoturismo. Insomma, chi ha avuto la fortuna di disporre di una vigna si può dire che ha vinto un terno al lotto. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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La mia scuola è stata la fabbrica, la Flm prima, la Fiom e la Cgil poi, in un percorso che mi ha permesso di sperimentare sul campo la comunicazione e il giornalismo. Mi sono anche cimentato nell’organizzazione di eventi con mostre e concerti, in particolare a Torino. In questa città nel 1996 ho promosso il “Premio Cipputi” insieme ad Altan all’interno del “Torino Film Festival”. Il Premio continua a vivere ora nel capoluogo emiliano-romagnolo organizzato insieme alla Cineteca di Bologna. L’approdo alla comunicazione istituzionale è stato il proseguimento del percorso precedente, tenendo al centro del mio impegno le tematiche legate al lavoro, al sociale e all’economia. Ultimo ma non ultimo coltivo una passione inestinguibile per l’enogastronomia, attività che svolgo a tavola e sulla stampa.

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