Roma, 1 dicembre 2022. Sala mons. Luigi Di Liegro, Palazzo Valentini: presentazione dell’antologia di scritti discorsi parlamentari e proposte di legge di Antonio Cederna “Un giro d’orizzonte”, Biblion Edizioni

ROMA, 2 DIC 2022 (Red) — È stato presentato ieri a Roma, a Palazzo Valentini (nella sala mons. Luigi Di Liegro) il volume antologico “Un giro d’orizzonte” curato da Andrea Costa e Sauro Turroni, raccolta ragionata di articoli, scritti, discorsi parlamentari e proposte di legge di Antonio Cederna. In una sala affollata di amici ed estimatori di un maestro del giornalismo ambientalista e di un intellettuale militante colto e rigoroso, nel dibattito presieduto da Grazia Francescato, già presidente dei Verdi, sono intervenuti, con gli autori, l’urbanista Paolo Berdini, Rita Paris già direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica in rappresentanza dell’Associazione Bianchi Bandinelli, Emma Tagliacollo segretaria In.Arch del Lazio, esponenti istituzionali del Comune di Roma e della Regione Lazio. La prefazione del libro, pubblicato su impulso della Fondazione Critica Liberale con il coordinamento di Riccardo Mastrorillo, è di Vezio De Lucia, urbanista e saggista. La pubblichiamo integralmente su gentile concessione di Biblion Edizioni.


Scriveva in modo chiaro e semplice, spesso irriverente. Ineguagliata è l’esattezza della descrizione di luoghi e di fatti sempre basata su rigorosa documentazione. La sua lingua è di sorprendente attualità, forse perché, anche oggi, di fronte a ogni nuovo caso di malgoverno urbanistico, il pensiero torna all’indignazione di Cederna e all’efficacia insuperata del suo vocabolario. Il suo primo libro è “I vandali in casa” del 1956 che raccoglie una parte dei suoi articoli su “Il Mondo” dal 1951 al 1956, l’ultimo “Brandelli d’Italia” del 1991. Ma Cederna non fu solo giornalista e scrittore, fu sempre un attivo militante ambientalista. E la tutela dell’Appia Antica è sicuramente la più importante delle sue battaglie che comincia con “I gangsters dell’Appia”, il suo articolo forse più noto, sul “Mondo” dell’8 settembre 1953, la cui memorabile conclusione è che l’Appia Antica «andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di una opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene»


La prefazione di VEZIO DE LUCIA, urbanista e saggista

IL 27 OTTOBRE dell’anno scorso Antonio Cederna avrebbe compiuto cento anni. Di famiglia borghese, era nato a Milano nel 1921, si era laureato in archeologia all’università di Pavia e si era specializzato a Roma, dove si trasferì definitivamente nel 1949. La sua unica esperienza di archeologo fu uno scavo a Carsoli, in Abruzzo, lungo la via Tiburtina, condotto con Lucos Cozza, poi docente di topografia antica all’università di Perugia.

Cominciò a scrivere d’arte su “Lo Spettatore Italiano”, rivista diretta da Elena Croce e dal 1949 al 1966 collaborò con “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio; nell’ambiente del prestigioso settimanale conobbe Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi che lo invitarono a continuare lungo la strada intrapresa. Dal 1967 scrisse sul “Corriere della Sera”, dov’era stato chiamato da Giulia Maria Crespi, poi su “la Repubblica” dalla fondazione (1976), e su “L’Espresso”. Scriveva in modo chiaro e semplice, spesso irriverente. Ineguagliata è l’esattezza della descrizione di luoghi e di fatti sempre basata su rigorosa documentazione. La sua lingua è di sorprendente attualità, forse perché, anche oggi, di fronte a ogni nuovo caso di malgoverno urbanistico, il pensiero torna all’indignazione di Cederna e all’efficacia insuperata del suo vocabolario.

Il suo primo libro è “I vandali in casa” del 1956 che raccoglie una parte dei suoi articoli su “Il Mondo” dal 1951 al 1956. Irrinunciabile è la lunga introduzione in cui Cederna, per la prima volta, sostiene l’inscindibile unitarietà degli insediamenti storici, impostazione ripresa e perfezionata nella relazione, scritta con Mario Manieri Elia, per l’indimenticabile convegno di Gubbio del 1960. I libri successivi, “Mirabilia Urbis” del 1965 e “La distruzione della natura in Italia” del 1975 sono anch’essi raccolte di articoli. “Mussolini urbanista” del 1979 è invece un’accurata ricerca storica sullo sventramento di Roma negli anni del fascismo con spietate ed esilaranti biografie (cognome e nome) dei protagonisti dell’urbanistica di quegli anni: Brasini Armando; Giovannoni Gustavo; Muñoz Antonio; Piacentini Marcello. Ecco come presenta quest’ultimo: «maestro insuperabile del doppio gioco e della riserva mentale: nei suoi innumerevoli scritti sostiene tutto e il contrario di tutto, e parte sempre dalla necessità di conservare “questa nostra cara e vecchia Roma per proporne, nel capoverso seguente, la distruzione”». Il suo ultimo libro “Brandelli d’Italia”, del 1991, è anch’esso una raccolta di scritti che riguardano tutto l’arco della sua vita, da “Il tempio sotto il melo”, resoconto dello scavo archeologico a Carsoli, fino a un articolo sul “Corriere” dell’agosto 1979 che anticipa il Progetto Fori.

Ma Cederna non fu solo giornalista e scrittore, fu sempre un attivo militante ambientalista. Desideria Pasolini dall’Onda, tra i fondatori di Italia Nostra, ha scritto che Antonio non volle comparire tra i fondatori: all’insistenza dei suoi amici «Tonino perplesso taceva. Poi rifiutò». Ma fu da lui voluto il riferimento all’«urbanistica moderna» nell’atto istitutivo dell’associazione. Chi lo definisce passatista non sa che apprezzò e descrisse con passione le vicende dell’urbanistica moderna e contemporanea di Amsterdam, di Stoccolma, della Ruhr, di Zurigo, di Vienna. Indimenticabile è il suo racconto dell’Amsterdamse Bos, la foresta di quasi mille ettari fondata negli anni Trenta del secolo scorso a Sud di Amsterdam.

Si schierò con entusiasmo a favore del recupero del centro storico di Bologna al tempo di Pierluigi Cervellati, dell’Addizione Verde di Ferrara e mi permetto di ricordare il suo consenso all’urbanistica napoletana dopo il terremoto degli anni Ottanta del secolo scorso. Fu anche due volte consigliere comunale a Roma (dal 1958 al 1961 e dal 1989 al 1993), e deputato indipendente del Pci (dal 1987 al 1992). Per Roma spese il meglio di sé e mi limito a ricordare due suoi fondamentali contributi: la proposta di legge per Roma Capitale e la localizzazione del nuovo auditorium. La legge per Roma Capitale è del 1989, fu scritta con la collaborazione di Filippo Ciccone e Luigi Scano ed è preceduta da una vasta e documentata relazione che riguarda il trasferimento dei ministeri in un’apposita zona della periferia (il famoso Sdo, Sistema direzionale orientale, poi colpevolmente abbandonato). Lo spazio guadagnato non doveva essere riempito da nuove funzioni, ma destinato a vuoti urbani attrezzati, parchi archeologici e pedonali, soprattutto allo straordinario Progetto Fori, punto di partenza del grande parco che avrebbe dovuto estendersi extra moenia, lungo l’Appia Antica dal Campidoglio ai Castelli Romani.

Se dello Sdo e del Progetto Fori si è quasi persa la memoria, è andata avanti invece la realizzazione del nuovo auditorium in uno spazio libero nei pressi del Villaggio Olimpico, soluzione suggerita dall’architetto Francesco Ghio, prematuramente scomparso. La proposta fu illustrata da Cederna al Consiglio comunale, di cui era componente, che la condivise quasi all’unanimità e l’auditorium fu realizzato, in tempi sorprendente brevi, su progetto di Renzo Piano.

Credo che sia stato il primo a denunciare il consumo del suolo («la macchia d’olio», a proposito dell’espansione di Roma); definì «scandalo del secolo» il comportamento della famiglia Torlonia, possessori di 620 statue greche e romane depositate negli scantinati del loro palazzo in via della Lungara, impossibile da visitare. Solo nella recentissima mostra sui Marmi Torlonia nella villa Caffarelli sul Campidoglio sono esposte 92 delle 620 statue: nel voluminoso catalogo, con 17 pagine di bibliografia,non è mai nominato Cederna.

Ma la tutela dell’Appia Antica è sicuramente la più importante delle sue battaglie che comincia con “I gangsters dell’Appia”, il suo articolo forse più noto, sul “Mondo” dell’8 settembre 1953, la cui memorabile conclusione è che l’Appia Antica «andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di una opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene». Almeno altri cento articoli, dopo quello sui gangster, per quarantatré anni, Cederna dedicò alla salvezza dell’Appia, sul “Corriere”, “la Repubblica”, “L’Espresso” e altre pubblicazioni.

L’Appia Antica fu salvata quando «accadde un fatto grandioso e insperato» (ricorda Desideria Pasolini): il decreto di approvazione del piano regolatore di Roma del 1965 prescrive che, per «interessi preminenti dello Stato», l’intero comprensorio dell’Appia Antica (2.500 ettari), da Porta San Sebastiano ai confini del comune di Roma è destinato a parco pubblico, con la cancellazione delle immani previsioni del piano paesistico allora vigente. Il decreto era stato firmato dal ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini (prima delle Regioni gli strumenti urbanistici erano approvati da quel ministero), sensibile alle idee di Cederna. Dal 1965, anche se oltraggiata da abusi impuniti, l’Appia Antica è salva, un grande cuneo di verde e di archeologia che dai Castelli Romani al Campidoglio interrompe la sventurata conurbazione romana. Dal 2008, al IV miglio dell’Appia Antica, in località Capo di Bove, in una villa per la quale è stato esercitato il diritto di prelazione dalla Soprintendenza Archeologica diretta da Adriano La Regina, e grazie alla particolare dedizione di Rita Paris, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna – che si è spento a Sondrio nell’agosto del 1996 – ceduto dalla famiglia allo Stato.

Urbanista, è stato: direttore generale del ministero Lavori pubblici; consigliere regionale del Lazio (Pci); assessore all’Urbanistica del comune di Napoli (sindaco Bassolino); presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli; consigliere nazionale di Italia Nostra; segretario generale dell'Istituto nazionale di urbanistica. Fra i suoi libri: Se questa è una città; Le mie città; Nella città dolente; Napoli, promemoria. Ha collaborato con Il Messaggero, l’Unità, il manifesto. Progettista del piano comprensoriale di Venezia e della Laguna, dei piani provinciali di Pisa, Lucca, Caserta, dei piani regolatori di Pisa, Lastra a Signa, Eboli e di altri comuni.