Riccardo Ehrman, sullo sfondo la foto del Muro di Berlino crollato il 9 novembre 1989; sotto il titolo, nel suo studio con in mano il libro di Günther Schabowski “Abbiamo sbagliato quasi tutto. Gli ultimi giorni della Ddr”

Il corrispondente dell’Ansa a Berlino Est pose la fatidica domanda al rappresentante del partito comunista della Ddr: «Quando entrerà in vigore il nuovo regolamento?» per transitare da est a ovest nella città. Fu il primo a cogliere immediatamente la dirompente risposta del dirigente comunista Günther Schabowski, e trasmise la notizia 31 minuti prima di tutte le altre agenzie mondiali. Nonostante le immagini televisive lo immortalino, ancora oggi almeno cinque giornalisti (due inglesi e tre tedeschi) se ne attribuiscono il merito. La replica di Ehrman è sempre stata: «Più che le domande sono importanti le risposte. Quando se ne capisce l’importanza». Ora che non c’è più, resta la sua lezione per tutti


L’articolo di CESARE PROTETTÌ

IL 14 DICEMBRE è morto a Madrid, a 92 anni, Riccardo Ehrman, il corrispondente dell’Ansa da Berlino Est passato alla storia come il “giornalista italiano che fece cadere il Muro di Berlino”. In realtà lui, il 9 novembre 1989, nella sala stampa del comitato centrale della Sed, il partito comunista della Repubblica Democratica tedesca, fece solo una domanda, ma fu il solo a capire immediatamente l’importanza epocale della risposta e a dare la notizia, con 31 minuti di vantaggio sulle altre agenzie di stampa mondiali. In gergo tecnico si chiama “scoop” ed è per i giornalisti l’equivalente di una medaglia per un soldato che ha combattuto in prima linea. Ehrman gli aveva chiesto quando sarebbe «entrato in vigore il nuovo regolamento» che lasciava finalmente transitare i cittadini dell’Est verso l’Ovest e Schabowski rispose: «A quanto ne so, subito, da ora».

Poco tempo fa, Stefano Polli, vicedirettore dell’Ansa, gli aveva chiesto un “pezzo” (altro gergo tecnico per dire articolo) per un libro che stavamo scrivendo e poi uscito, a settembre di quest’anno, con il titolo “Pezzi di Storia”. In quell’articolo Ehrman ci raccontava dettagli inediti di quella storica giornata e anche il retrogusto amaro del suo scoop.  «Nei giorni successivi — scrive Ehrman nel suo contributo al libro (per “Pezzi di Storia” abbiamo coinvolto una quarantina di colleghi di varie agenzie di stampa) — mi risulta che per lo meno cinque colleghi (due inglesi e tre tedeschi) avevano scritto nei loro servizi, attribuendosene il merito: “Rispondendo a una mia domanda il portavoce del Politburo…”. Per fortuna l’inequivocabile testimonianza delle telecamere pose fine a quelle pretese palesemente false. E tuttavia, in tempi recenti, un cosiddetto ‘giornalista’ tedesco ha dichiarato al Wall Street Journal che le famose domande le aveva poste lui» e ha spiegato che pur mostrando la tv le immagini di Ehrman, era “incredibile” che il giornalista italiano potesse parlare “in perfetto tedesco” e che perciò era un altro (lui) a parlare”. «Lo sprovveduto non sapeva — è la replica di Ehrman — che io avevo avuto una nutrice tedesca e che parlo la bella lingua di Goethe (come anche l’inglese) praticamente dalla nascita».

In alto, la conferenza stampa nella sala del comitato centrale della Sed (il partito comunista della Ddr), in basso (cerchiato in rosso) Riccardo Erhman fa la domanda che segnerà (e chiuderà) il “secolo breve”

Contrariamente a quello che si può pensare, il racconto di Ehrman scritto espressamente per il nostro libro non è un’autocelebrazione, ma una sorta di testamento deontologico, in cui con umiltà, pochi mesi prima di morire scriveva: «Dopo tanti anni si continua a dare importanza alla mia Domanda. Per quanto mi riguarda io continuo a sottolineare anche in questo caso — come in quasi tutti i casi della vita — che non sono le domande che contano, ma le risposte e che se (dato e non concesso) mi si dovesse riconoscere un merito, il mio è quello di aver capito immediatamente la risposta». Ma aggiungeva: «Confesso che leggo con una certa amarezza le contestazioni che mi vengono mosse da alcuni colleghi della stampa tedesca: prima hanno scritto che la mia domanda era stata frutto di “pura casualità”, poi sono arrivati a suggerire che ero stato un complice del regime di Berlino Est, che mi aveva indotto a fare la famosa domanda. Un giornale ha persino scritto nel titolo che ero stato ‘uno strumento dei comunisti’».

“Non escludo — scrive Ehrman — che ci sia di mezzo un incomprensibile risentimento per il fatto che la ‘Domanda’ non fosse stata formulata da un tedesco. Comunque sia, ai miei denigratori rispondo che l’ipotesi di una mia ‘complicità’ è prima di tutto falsa e poi anche assurda. Infatti non si può ragionevolmente supporre che per fare un annuncio così importante come quello del 9 novembre 1989, il regime della defunta Repubblica Democratica Tedesca avesse bisogno di una domanda ammaestrata».

Riccardo Ehrman nella sua casa di Madrid, dov’è scomparso il 14 dicembre scorso a 92 anni

«L’amarezza di queste voci denigratorie è però temperata — conclude Ehrman — dalla reazione nei miei confronti di due grandi tedeschi: del presidente federale Horst Koehler che un paio di anni fa mi dette la BundesVerdienstKreuz (la Croce Federale al Merito) e poi nientemeno che di Willy Brandt (che incontrai poco dopo la caduta del Muro) e che abbracciandomi con entusiastico calore mi disse ‘Kleine Frage, Enorme Wirkung’ (piccola domanda, enorme effetto) e dagli entusiastici elogi di Sergio Lepri e di Paolo de Palma, direttore e amministratore delegato dell’Ansa».

Senza dimenticare quello che accadde, nella stessa sera del 9 novembre, alla stazione ferroviaria di frontiera della Friedrichstrasse, quando Ehrman fu riconosciuto come ‘quello della domanda’ dalla folla che aspettava per uscire da Berlino Est. Fu festeggiato e portato a spalla da gente che gridava contenta: «È lui, è lui!…». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).

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