La morte di Mozart sulla strada per Sperlonga, camminando verso le divine plaghe della luce

Veduta panoramica di Sperlonga; sotto il titolo, foto di scena del “Don Giovanni” di Mozart [credit Opera Atelier, 2019]

La prima volta c’era arrivato, ragazzo, con i genitori. Braccia robuste ma gentili si sporgono dai monti Aurunci con non molta altezza sul mare e rendono confrontabile con la Costiera amalfitana quel tratto di costa, rocciosa ma senza strapiombi intimorenti, ricca di grotte e di una vegetazione varia, come l’hanno costruita gli uomini, e di quella macchia che è l’idioma botanico di gran parte del Mediterraneo. Qui si vede lontano l’arcipelago delle Ponziane, un presepe di tre isolette, e, più a Sud, si erge ancora più lontano il profilo suadente di Ischia col suo Epomeo. Circonfusa della nebbia aurea del mito, la baia di Sperlonga era stata uno dei quattro luoghi del Mediterraneo sacri ad Ulisse. Lungo la strada intonava col figlio ragazzino i brani del Don Giovanni di Mozart e si chiedeva come era morto il genio immortale


Il racconto di HERR K

Sperlonga, la Grotta di Tiberio con il tepidario e il calidarium sono ancora lì intatti

SPERLONGA È UN PICCOLO BORGO sulla cresta di un promontorio che divide in due il mare, la rada ovest con dietro il Lago Lungo verso Terracina e il Circeo, e quella est chiusa da un altro promontorio alla cui base si apre, connessa col mare, la Grotta di Tiberio con il suo tepidario e il calidarium ancora lì. Il promontorio di Sperlonga è il primo di altri che lo seguono andando verso Gaeta. Braccia robuste ma gentili che si sporgono con non molta altezza sul mare e che rendono confrontabile con la Costiera amalfitana quel tratto di costa, rocciosa ma senza strapiombi intimorenti, ricca di grotte e di una vegetazione varia, come l’hanno costruita gli uomini, e di quella macchia che è l’idioma botanico di gran parte del Mediterraneo. Non mancano certo gli ulivi, appena nel retroterra, cui fa riferimento il titolo di un film del neorealismo. 

Le braccia gentili sono le propaggini dei monti Aurunci, non le zampe di un gigantesco e mostruoso drago di roccia, che frenando la sua corsa si scompone in un’incredibile molteplicità di “faraglioni” proiettati nel mare, come narra la leggenda della fatata baia di Halong. Qui, al più, si vede lontano l’arcipelago delle Ponziane, un presepe di tre isolette, e, più a Sud, si erge ancora più lontano il profilo suadente di Ischia col suo Epomeo. Qui, dolcezza del paesaggio e benignità del clima avvolgono anche certe asperità. Come il dialetto locale, irto e ostico ma in un manto napoletano con intonazione barese. E quella asprezza della fonazione appare relitto locale della diffidenza, se non dell’ostilità, che tutti i popoli della costa hanno nei confronti del Mediterraneo, quali, nel suo omonimo libro, le rileva Braudel. Più pastori e contadini che non marinai o pescatori. E infatti Sperlonga appartiene alla XXII comunità montana.

Polifemo nel gruppo troiano del Museo nazionale di Sperlonga

In un passato lontano non doveva essere così. Non quello delle scorrerie saracene del Medioevo. Assai più lontano, quando, circonfusa della nebbia aurea del mito, la baia di Sperlonga era stata uno dei quattro luoghi del Mediterraneo sacri ad Ulisse. Così afferma Bernard Andreae (“L’immagine di Ulisse. Mito e archeologia”), traducendo leggenda e mito in un più spesso tessuto, testimoniato dal gruppo marmoreo di Ulisse e i suoi compagni che accecano Polifemo. Riferito agli stessi scultori rodiesi del Lacoonte e conservato nel piccolo museo nazionale, a qualche centinaio di passi dalla Grotta di Tiberio.

La prima volta c’era arrivato, ragazzo, con i genitori. La via Flacca dopo Terracina diventava bianca, costeggiata da rigogliose siepi di fichi d’india, e si spegneva all’altezza del promontorio sopra la Grotta di Tiberio. Spingersi fino alla “Spiaggia delle bambole” era una piccola avventura, generosamente ripagata dalla bellezza della caletta incontaminata. Allora. Più grande aveva ripercorso quella strada, ormai asfaltata, un numero di volte sufficiente a fargli acquisire la cittadinanza onoraria, ma gli Sperlongani hanno nei confronti dei foresti un atteggiamento analogo a quello dei Calabresi, anche se non predatorio come quello degli esercenti veneziani. 

In una recente trasmissione Tv, Corrado Augias, che ha dedicato parte non irrilevante della sua opera di divulgatore a Mozart, lo aveva fatto sorridere per la bravura che il genio aveva anche nel prendere in giro, imitandole, le “bravure” di certi compositori suoi contemporanei. E allora, di nuovo, via nel ricordo per quella strada verso Sperlonga, dove si era finalmente sbarazzato dello snobismo un po’ cretino del “Dopo Bach, solo cafè chantant” — ma poi, anche Bach qualcosa da Vivaldi aveva imparato e quella impalpabile ouverture della terza sinfonia era diventata commento musicale di molti film e sigla di programmi Tv — e col figlio ragazzino si erano esercitati a riprodurre il “Don Giovanni”; K527. Era da poco uscito il film di Losey, dove il basso-baritono Raimondi aggiungeva alle buone doti vocali una superiore capacità recitativa — non era Verdi che per varie sue opere aveva anteposto questo criterio al saper cantar bene? — ma dove, soprattutto, il brio di una vita di divertimenti si dipanava tra le immagini notturne delle fiammeggianti vetrerie di Murano e i saloni di quei capolavori ineguagliati che sono gli edifici del Palladio. La Rotonda, un palazzo che ammalia per l’armonioso equilibrio, o il piccolo ma grandioso Teatro Olimpico e tutta quell’architettura del centro storico che rendono i Vicentini depositari di un patrimonio Unesco dell’umanità. Immeritatamente, sostengono non unici i Veronesi. 

Aldo Silvestrelli è “il Commendatore” e Ildebrando D’Arcangelo “Don Giovanni” nell’allestimento della San Francisco Opera [credit Cory Weaver]

E le barche che scivolano lungo il Brenta per attraccare a uno dei moli fluviali perché bisogna scendere e partecipare alla festa. Maschere maliziose e leggiadre, vestiti ricchi ma non pesanti come quelli del secolo prima. Un’eleganza insuperata, quella settecentesca, soprattutto per gli uomini. Fin qui, un abisso con il cupo testo di Juan Zorilla, “Don Juan Tenorio”, che aveva letto da ragazzo in assenza di quello di Tirso de Molina, ma gli eventi precipitano tra l’uccisione, in duello, del padre di Donna Anna, che Don Giovanni ha tentato di stuprare, e le corna che il seduttore cerca di impiantare, impudico come pochi, sulle fronti di fidanzati e mariti. A porre fine alla sarabanda, con intermezzi villici, arriva il “convitato di pietra”, la statua marmorea dell’ucciso. E qui si libra il genio libertino di Da Ponte, il librettista, che in uno con Wolfgang celebra la ribellione contro l’oppressione, soprattutto quella delle convenzioni religiose, quando la statua bussa alla porta per accettare il provocatorio invito a cena che aveva ricevuto. A quei tocchi, Leporello, il servo, se la fa sotto, ma Don Giovanni, dopo un iniziale sbandamento («Non l’avrei giammai creduto»), intima orgoglioso: «Leporello, un’altra cena fa che subito si porti» e Leporello ubbidisce mormorando, nel duetto dei due bassi-baritoni: «Ah padron! siam tutti morti». La statua incombe con i raggelanti toni profondi del basso: «Pentiti e cangia vita. È l’ultimo momento», ma Don Giovanni reitera un disperato ma superbo «No, no che non mi pento», che non può non suscitare viva empatia in chi ama davvero la libertà, dissolutezza o meno.  

La statua sprofonda nell’inferno il resistente, non resiliente, e un coretto finale di cornuti, donne e servitori inneggia: «Questo è il fin di chi fa mal; e de’ perfidi la morte alla vita è sempre ugual!».

Al di là della disputa tra la versione del debutto a Praga (1787) e quella del debutto a Vienna (1788) — e lui riteneva che predominante rispetto all’esigenza del chiudere con la stessa tonalità dell’ouverture (Vienna, re minore) fosse l’esigenza dell’“opera buffa” settecentesca di terminare con tutti sul palco a declamare la morale della storia (Praga, re maggiore) — restava, aere perennius, quanto del Don Giovanni aveva sorprendentemente detto Kierkegaard: «un lavoro senza macchia, di ininterrotta perfezione». 

Mozart moribondo in una scena con Antonio Salieri nel film “Amadeus” di Milos Forman del 1984

Ma come era morto lui, Mozart? Nel suo “Amadeus”, Milos Forman riprende l’ipotesi avanzata da Aleksandr Puškin (“Mozart e Salieri”, 1830) e musicata da Rimskij-Korsakov (1898) su un ruolo attivo da parte di Antonio Salieri, grande musicista, che di moventi ne aveva più d’uno. Da quando il “fanciullo osceno” l’aveva umiliato riproducendo là per là, e con pregevoli varianti, una marcetta che il compositore di corte e kapellmeister aveva dedicato all’imperatore Giuseppe II. Per non parlare di quando Salieri aveva capito che il ruolo affidato alla “sua” Madame Cavalieri ne “Il ratto dal Serraglio”, primo Singspiel di Mozart, aveva suggellato una vicenda corposamente sentimentale tra lei e Wolfgang. Insomma, una vita in ascesa irrimediabilmente segnata dal “Poi è venuto lui”.

Protagonista sarebbe l’avvelenamento da antimonio, il tarassaco emetico usato dai crapuloni per emergere dalle sbornie. E che la vita di Mozart fosse stata dissoluta in molti sensi, lui che con la sua Constanze avevano praticato intensamente il rapporto di “coppia aperta”, non c’erano molti dubbi. Al punto che qualcuno aveva voluto vedere nel “convitato di pietra” la figura del padre, Leopold, che dopo avergli fatto girare le corti di tre quarti d’Europa esibendolo, infante, come prodigio della natura si era in seguito eretto a fustigatore dei dissipati costumi dell’infante cresciuto.

Un avvelenamento di successo letterario, tra le 150 ipotesi di morte che sono state avanzate nel tempo. Anche quella, francamente irriverente, di una trichinellosi (J. V. Schirman, Archives of Internal Medicine, 2001), cioè un’infezione da carne di suino impanicata, mal cotta. 

Una scena di prorompente vitalità e anticonformismo del protagonista nel film “Amadeus” (1984) di Milos Forman

Tra tutte, a lui sembrava però la più attendibile, sicuramente la più congruente con la vita da “libero artista”, quella avanzata da un suo amico, che, avendo curato il rilancio del Metastasio, hofdichter presso la corte asburgica di Maria Teresa e ispiratore dei migliori compositori italiani del Settecento, aveva inevitabilmente incontrato, nella corposa ricerca, Amadeus. Il genio immortale, e per lui liberatorio di falsi schemi, era stato caricato di botte per conto di un marito che non aveva apprezzato le invasive e ricambiate attenzioni nei confronti della moglie. Fatto riportare a casa, Mozart era morto alcuni giorni dopo. Il timore dello scandalo, anche per l’alto lignaggio del “punitore”, aveva indotto la corte imperiale a insabbiare sbrigativamente il caso. Un’autopsia del “corpo gonfio” interrotta, un funerale di terza classe senza amici e conoscenti, una fossa comune nel cimitero di St. Marx. 

In realtà, l’esatto luogo di sepoltura non era stato mai identificato. E lui si rammaricava di non sapere se l’impegno dell’amico e della ricercatrice viennese che avevano curato le celebrazioni metastasiane, entrambi morti da non molto, avesse prodotto una ricerca più avanzata, una versione più documentata di quella ipotesi. Ad attenuare il rammarico restava la genialità moderna e coinvolgente della musica di Mozart, la memoria dei brani del Don Giovanni cantati, in realtà straziati, mentre percorrevano la strada senza più i fichi d’india verso le divine plaghe della luce. Sperlonga, mito e benigna realtà. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco 😂. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo