Quella volta dei persiani in Italia. La spy story del medico Democede, da Persepoli a Crotone

Milone di Crotone, scultura di Pierre Puget (Parigi, Museo del Louvre); sotto il titolo, Kermanshah (Persia), le iscritzioni di Bisotun

Quando nel VI secolo avanti Cristo, Dario, il re di Persia, organizzò una missione “spionistica” in Grecia, in vista di una possibile invasione, inviò anche il celebre medico Democede, originario di Crotone, ma fatto schiavo ad Atene, profondo conoscitore del mondo greco. La delegazione però, che doveva giungere fino alla città natale del medico per consegnare doni ai suoi parenti, si fermò a Taranto, dove il Wanax Aristofilide, fece imprigionare le spie persiane. Da qui il dipanarsi del racconto del nostro cronista inviato di guerra per un reportage nella terra dei Faraoni. Sulle tracce lasciate da Erodoto ci spiega come Crotonati e Tarantini non si piegarono alle minacce del Re dei Medi


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

I PERSIANI IN ITALIA, a Taranto e nella Japigia? Tranquilli, non si tratta degli inviati di qualche Ayatollah iraniano, per cercare, magari, di islamizzare il sud della nostra penisola, quanto di una sorta di delegazione “spionistica”, inviata dal re di Persia, Dario I, che anch’egli, come il suo predecessore Ciro, poteva fregiarsi del titolo di “Grande”. I segugi persiani erano accompagnati da un medico crotoniate di gran fama, Democede, che aveva guarito Dario dagli esiti invalidanti (era divenuto  zoppo) a seguito di una brutta caduta e, dato che era di lingua greca, l’ambiziosa moglie del re, Atossa, convinse il marito a mandarlo con una delegazione di spioni in Grecia. Democede i greci li conosceva molto bene per essere stato “yatros”, medico, a Cnido e ad Atene (prima di finire nelle grinfie dei Persiani, ed essere fatto schiavo): avrebbe dovuto guidarli nei luoghi più opportuni per una possibile invasione persiana della Grecia.

Dario I Re di Persia

Con sottile astuzia, visto che dopo la sua guarigione aveva fatto diventare molto ricco il medico di Crotone, Dario gli disse che poteva portare tutte le sue ricchezze nella sua patria achea, per darli a genitori e fratelli, a patto, però, che, finita la missione, ritornasse in Persia. Democede, però, non cadde nel tranello e, nel ringraziare Dario per la sua generosità, gli disse che preferiva lasciare i suoi beni, lì, a Persepoli, in quanto aveva deciso di trascorrere il resto della sua vita in Media. Il Re, convinto della sua buona fede, gli regalò altri doni per portarli ai suoi parenti, giù in Magna Grecia. Gli regalò, racconta Erodoto (III libro delle Storie), addirittura una nave zeppa di tesori. Finita la missione spionistica in Grecia, le navi persiane dovevano far vela verso l’Italia, per consegnare ai parenti di Democede il mercantile regalato da Dario, e fargli riabbracciare fratelli e genitori, prima di ritornare a Persepoli. 

Siamo nel primo quarto del VI secolo avanti Cristo e, per il solito caso fortunato, il vostro cronista, stavolta inviato di guerra in Egitto, aveva scritto tutto il male possibile del predecessore di Dario, Cambise, il primo in assoluto nella storia dell’umanità a sperimentare stragi di massa di Egizi, a partire dal loro faraone Amasi (quasi, come, secoli dopo, l’Olocausto dei nazisti, o il genocidio degli Armeni, così ben raccontato da Antonia Arslan, nel suo “La Masseria delle Allodole”). Temendo ritorsioni, si era anch’egli imbarcato in fretta dall’Egitto per far ritorno in Patria. Perciò, si trovava a Taranto alla corte del Wanax (una specie di sindaco ante litteram) Aristofilide, che gli aveva commissionato il reportage nella terra dei Faraoni, quando approdarono le due triremi e il mercantile persiani, prima di riprendere la navigazione verso Crotone. 

Qui, Democede disse ai Persiani di volerli precedere a Palazzo di Città per chiedere ospitalità, visto che conosceva bene Aristofilide. «Tutto quello che hai scritto su Cambise — mi confessò il medico calabrese — è vero in ogni sua parte, e se Dario non ha la stessa crudeltà del suo predecessore, tanto che, si sussurra a Persepoli, non sia stato estraneo al suo avvelenamento, è smisuratamente ambizioso e ha in mente di invadere la nostra amatissima Grecia».  A queste parole, Aristofilide, fece staccare i timoni delle navi della Media (è sempre il padre della Storia, che racconta) e fece imprigionare i Persiani, con l’accusa di spionaggio. Democede — stenterete a crederlo — chiese al vostro cronista di accompagnarlo a Kroton, dove gli avrebbe potuto presentare il gran filosofo e matematico Pitagora, del quale era amico. E non solo lui ma anche il famoso olimpionico crotoniate, Milone, una vera leggenda nel mondo antico dello sport, per avere inanellato nella lotta ben sei titoli ad Olimpia, sei vittorie ai giochi Pitici, dieci ai Giochi Istmici e nove ai Nemei. Inoltre, Milone pare fosse anche il genero di Pitagora per averne sposata la figlia Myia. Democede stesso stava per convolare a nozze proprio con una figlia di Milone. A sufficienza, perciò, perché il vostro intrepido narratore mettesse qualche tunica e un paio di calzari in un sacco e si imbarcasse subito con il medico, pregustando già quello che avrebbe potuto raccontarvi. 

Democede, medico crotoniate di gran fama

Democede, del resto, oltre a conoscere la scienza di Esculapio era anche uno storico raffinato, per cui, durante il viaggio, mi raccontò di come la sua città fosse stata una “apoikia”, una colonia dei Greci dell’Acaia (donde, la definizione di Achei) fondata da un ecista famoso, Myskellos di Rhype, nell’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C. Inoltre, il suo futuro suocero Milone non era soltanto un uomo di sport ma anche un valoroso comandante, in grado di sconfiggere, nel 510 prima di Cristo, il formidabile esercito di Sibari. Inutile raccontare i festeggiamenti che accolsero Democede quando la sua nave, carica di oro e di spezie rare, gettò l’ancora a Capo Lacinio, anche se, con mia somma delusione, nella cena organizzata dai parenti del medico nella casa avita, Milone mi strinse solo la mano temendo mi potesse fratturare qualche falange, mentre Pitagora non mi degnò neanche di uno sguardo. Democede mi spiegò poi che bisognava avere una tessera speciale (sic!) per poterlo avvicinare. Bisognava, insomma, essere un adepto, o almeno un filosofo.

E gli agenti segreti persiani, lasciati in prigione a Taranto? Aristofilide, con il medico amico tornato a Crotone, li lasciò liberi, restituendo loro le navi. «I Persiani — racconta Erodoto — salparono da Taranto ed inseguirono Democede fino a Crotone. Lo trovarono nella piazza del mercato e riuscirono ad acciuffarlo». «Alcuni Crotoniati — continua l’insigne storico di Alicarnasso — erano pronti a consegnarlo, timorosi della potenza persiana. Però la maggior parte dei cittadini che si trovavano nell’Agorà presero a bastonate i Persiani e, malgrado questi ultimi si affannassero a minacciare come sottrarre un uomo che apparteneva al potente Re Dario potesse significare la distruzione di Crotone e la loro schiavitù, li fecero fuggire a gambe levate». Certo, questa delle “gambe levate” è una licenza narrativa del vostro cronista che non troverete nelle Storie di Erodoto, ma l’ipostasi, il traslato visivo dei persiani che scappavano tenendosi le tuniche, mi intrigava davvero troppo. Nel III Libro delle Storie di Erodoto, troverete, però, come Democede, ai persiani in fuga, gridò di riferire a Dario il «suo prossimo matrimonio con la figlia di Milone, un uomo rispettato e ammirato anche fuori dalla Grecia, a conferma di come egli fosse un uomo grandemente stimato anche in Patria». 

Statua di Erodoto

Ma le disgrazie dei Persiani non erano ancora finite. Sbarcati in un approdo della Japigia per rifornirsi di acque e di viveri, furono catturati ed, ancora una volta, imprigionati e ridotti in schiavitù. Finché Gillo, un nobile tarantino, forse mandato dallo stesso Aristofilide per ingraziarsi il potente Re persiano, non riuscì ad ottenerne la liberazione e ad accompagnarli personalmente da Dario. «Quest’ultimo — racconta sempre Erodoto — per i servizi resi da Gillo era disposto ad esaudirne qualunque desiderio. Egli, però, chiese solo di poter tornare a Taranto. E, per non sconvolgere la Grecia, nel caso che una grande flotta persiana avesse fatto rotta per l’Italia, dichiarò che i soli Cnidi sarebbero stati in grado di riaccompagnarlo in patria, essendo questi ultimi, i Cnidi, molto amici dei Tarantini». Dario, a sentire Erodoto, nell’acconsentire a incaricare i Cnidi a riaccompagnare Gillo a Taranto, diede loro, però, l’incarico di minacciare a suo nome Taranto e Crotone per fargli riconsegnare Democede». Ai Cnidi, però, fu detto da Crotoniati e Tarantini di riferire al Re dei Medi che non avevano paura, e che prima di venire in Occidente dovevano avere la meglio sui loro fratelli greci. 

Poi, sapete tutto come i Greci della Madrepatria lottarono strenuamente contro i Persiani con alterne vicende, fino alle vittorie di Platea e di Salamina. Finché, un altro greco, Alessandro Magno, con le sue truppe, fra i quali un numeroso contingente di guerrieri magno greci, tolse ai Persiani ogni velleità di espansione in Occidente, portando loro la guerra fin sotto le mura di casa. 

E Democede? A quanto si racconta, creò a Crotone una Scuola di Medicina, che ebbe grande rinomanza del mondo antico e che fu frequentata da discepoli provenienti da tutte le colonie della Magna Grecia, dalla Sicilia e, perfino, da Atene e da Corinto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.