Grazie alla sapiente cura di Antonella Marino, la mostra sino al prossimo 26 maggio fa incontrare e dialogare le ricerche di Michela Rondinone e Luca Granato, artisti legati ai territori della Basilicata, della Puglia e della Calabria. Pur partendo da un’attenzione comune all’idea di traccia, i lavori degli artisti conducono le loro pratiche in direzioni differenti. Nel “restare” di Luca Granato, temi come lo spopolamento, la marginalità, le migrazioni e le trasformazioni ambientali emergono attraverso immagini che non illustrano, ma evocano. Per Michela Rondinone, la “restanza” rivela una condizione ambivalente: insieme scelta e destino, piacere e croce. In uno spazio sospeso, il corpo diventa emblema di una resistenza muta, dove la fermezza non coincide con l’immobilità, ma si afferma come gesto carico di senso, oscillante tra desiderio di vivere e peso del restare
◆ La recensione di ANNALISA ADAMO AYMONE

► ‘Perché sono qui? Vale la pena di restare?’ Sono le due domande che George Ivanovitch Gurdjieff invitava a porsi prima di lasciare un luogo e intraprendere qualsiasi cambiamento. Il rimanere, inteso come scelta consapevole di relazione con il proprio contesto d’origine, si manifesta così come ‘perché radicante’ e non casuale, generativo e non solo intimo ma anche sociale e politico. Una tensione che molto spesso convive con la materialità dei resti di qualcosa che è accaduto in passato, che rimane in forme di tracce. In questa prospettiva si sviluppa Remain(S) mostra d’arte contemporanea alla Momart Gallery di Matera, assumendo un importante ruolo per la riflessione su alcune delle tematiche più significative non solo del nostro Sud ma di tutti i paesi del Sud mediterraneo.
In un momento in cui la città dei Sassi è chiamata a svolgere il ruolo di Capitale della Cultura e del Dialogo, insieme con la città di Tetouan (Marocco), Remain(S) fa incontrare e dialogare, grazie alla sapiente cura di Antonella Marino, le ricerche di Michela Rondinone e Luca Granato, artisti legati ai territori della Basilicata, della Puglia e della Calabria, che pur partendo da un’attenzione comune all’idea di traccia, conducono le loro pratiche in direzioni differenti. Nella pratica di Luca Granato (Cosenza 1999) il Resto assume invece una dimensione più critica e politica. I suoi lavori si confrontano con materiali segnati – cenere, tessuti, oggetti recuperati – che portano con sé una memoria stratificata e spesso traumatica. Temi come lo spopolamento, la marginalità, le migrazioni e le trasformazioni ambientali emergono attraverso immagini che non illustrano, ma evocano.
Come ‘Slowly in the dream’ un progetto transdisciplinare che − attraverso scultura, fotografia e video − racconta il dramma della migrazione a partire dal naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, traendo ispirazione dalla poesia di Franco Costabile sull’emigrazione e sull’abbandono delle terre. L’artista, infatti, ha trascorso diversi mesi, insieme ad associazioni no-profit, nei luoghi della Calabria lonica dove quotidianamente sbarcano migranti africani e mediorientali, recuperando alcuni effetti personali che il mare ha restituito dopo il naufragio. L’opera “Le ceneri dell’entroterra” rappresenta, invece, un sudario del paesaggio e un richiamo alla necessità di politiche efficaci, di una maggiore sensibilizzazione pubblica, e di un impegno collettivo per salvaguardare ciò che resta delle nostre foreste. Ispirata dai fatti di cronaca l’opera assurge a traccia di ciò che si è perso testimoniandone l’assenza.
Nel 2023, la Calabria ha visto oltre 22 grandi incendi che hanno devastato più di 10.000 ettari di foreste, un disastro che si ripete ogni anno con drammatiche conseguenze per l’ambiente e la comunità. Questi incendi sono spesso il risultato di cause dolose, legate a interessi criminali e speculativi, o di pratiche agricole scorrette e disattenzioni. Dietro le fiamme, c’è un sistema complesso di malaffare e mancanza di responsabilità che sta rapidamente distruggendo un patrimonio naturale inestimabile. Nell’opera “O briganti o migranti” storia, cultura e ritualità s’intrecciano, evocando memorie collettive e attuali dinamiche sociali del Sud Italia. Infatti, Granato si ispira alle lotte contadine del Mezzogiorno per produrre una serie di tredici lettere anonime su foglio bianco. Ogni lettera, firmata con un’impronta di sangue richiamando il rito della punciuta, ricorda che oggi come allora siamo chiamati a scegliere se essere briganti o emigranti. Dalla denuncia alla riflessione, una cosa è chiara come sottolinea Michela Rondinone nella sua opera: «restare è un gioco serio».
La “restanza”, come concepita dall’antropologo Vito Teti, si rivela come condizione ambivalente: insieme scelta e destino, piacere e croce. L’opera prende la forma di una campana, rimando al gioco infantile e alla ciclicità dell’esistenza. Così in uno spazio sospeso, il corpo diventa emblema di una resistenza muta, dove la fermezza non coincide con l’immobilità, ma si afferma come gesto carico di senso, oscillante tra desiderio di vivere e peso del restare. Al suo interno, l’immagine dell’artista in posa cruciforme apre una tensione irrisolta tra leggerezza e gravità, tra gioco e sacrificio.
Dicotomie che ritornano in tutte le altre opere e istallazioni, da “Il gioco del mondo” videoperformance e scultura in ceramica non smaltata, ai tentativi di fioritura in plastilina con dimensioni ambientali. Questo paesaggio artificiale coloratissimo, composto da forme in plastilina simili a steli o organismi che oscillano, si piegano, si trasformano lentamente, si staglia invece nella videoproiezione Ibrido (2024). La plastilina, sempre manipolabile, conserva le tracce del gesto, mostrando pieghe, impronte, deformazioni. Qui il movimento, ciclico e quasi impercettibile, produce una tensione tra immobilità e trasformazione, rendendo visibile un tempo dilatato. Ciò che resta è dunque una forma in continua mutazione, mai definitiva. «Ed è in questo quadro, fragile e instabile – sottolinea la curatrice Antonella Marino – che il remain(s) della mostra trova la sua piena risonanza». Perché restare, in questo senso, non significa aderire passivamente a un luogo né subirne le condizioni, ma abitarlo criticamente, mantenendo uno sguardo capace di distanza e consapevolezza. Intanto Remain(S) “resta” a Matera sino al prossimo 26 maggio. © RIPRODUZIONE RISERVATA
