Contrariamente a quel che si pensa, le aree interne del nostro Paese — lungo l’arco alpino e i versanti appenninici — non sono un deserto socio culturale ed economico. È qui che nascono molte delle eccellenze del “made in Italy” agroalimentare. Esse danno una base effettiva al dettato costituzionale degli art 3, 44 e 119 della nostra Carta fondamentale, garanti del diritto all’eguaglianza, alla rimozione degli squilibri economici e sociali, di equa promozione dello sviluppo economico, della coesione e solidarietà sociale per l’effettivo esercizio dei diritti della persona. Il lavoro creativo di Gianluca e Massimiliano De Serio, già premiato alla Berlinale dello scorso anno, testimonia la forza di territori che non hanno intenzione di arrendersi, di rassegnarsi al declino, convinti della loro storia, della loro memoria e delle opportunità di futuro. Un affresco da cui emerge la circolarità di ritmi archiviati nei canti popolari depositari dei saperi legati alla natura e al ritmo delle stagioni governato dal sole
◆ L’articolo di VALTER GIULIANO
► Nell’ultima relazione della “Strategia Nazionale Aree Interne”, il governo ha prospettato il progressivo abbandono del sostegno alle aree marginali della penisola per lo più ubicate nei territori alpino e appenninico. La struttura demografica compromessa, l’impossibilità che queste aree possano porsi l’obiettivo di inversione di tendenza, suggerirebbero di abbandonarli al loro destino predisponendo per loro un piano mirato che li assista in un percorso verso l’eutanasia… Somiglia un po’ a una resa incondizionata, che dichiara la sua impotenza, la sua incapacità, in definitiva, la rinuncia della politica a svolgere il ruolo cui è chiamata per rispondere al dettato degli art 3, 44 e 119 della Costituzione, garanti del diritto all’eguaglianza, per cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, alla rimozione degli squilibri economici e sociali, di equa promozione dello sviluppo economico, della coesione e solidarietà sociale per l’effettivo esercizio dei diritti della persona. Si decide a tavolino, per alcune aree in difficoltà, un intervento chirurgico per tagliarle fuori dalla programmazione e dalla politica nazionale uccidendo ogni speranza per chi le abita. Quasi si trattasse di estirpare un cancro.
Il documento governativo ha scatenato dapprima stupore e incredulità, rabbia e indignazione. Anche perché la contraddizione è palese, in un esecutivo che un giorno sì e l’altro pure pontifica di orgoglio nazionale e patriottico, sviluppa narrazioni che pongono al centro le eccellenze del “made in Italy” agroalimentare, in gran misura creato proprio nei territori delle aree interne. Ma soprattutto siamo proprio sicuri che la realtà registri questo abbandono? Che si sia di fronte a un deserto socio culturale ed economico?

“Canone effimero”, ultimo documentario “di creazione” dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, già premiato alla Berlinale dello scorso anno, racconta proprio delle aree cosiddette marginali e ne fa emergere tutta la vitalità. Un viaggio in undici tappe, stazioni di un pellegrinaggio che testimonia la forza di territori che non hanno alcuna intenzione di arrendersi, di rassegnarsi al declino, ben convinti della loro storia, della loro memoria e delle opportunità di futuro. Intenzionati a trovare nelle loro radici linfa per germogli capaci di nuova vita sociale, culturale, economica. Ne risulta un affresco da cui emerge la circolarità di ritmi archiviati nei canti popolari depositari dei saperi legati alla natura e al ritmo delle stagioni governato dal sole. Si parte da una zampogna calabrese costruita intagliando legni scelti con consapevole sapienza nella giusta stagione, per finire al canto sulle anime del purgatorio del finale. Un corto circuito che congiunge l’arte del liutaio all’armonica combinazione dei suoni di un coro. “Canone effimero” è già scelta di titolo che scatena intransigenti contrasti mentali, scioglilingua esistenziali, interrogativi che agitano, tra memoria, presente e futuro.
E le attese non saranno deluse, in questo girovagare tra paesaggi mai rivelati, vite intensamente vissute, memorie ritrovate e agitate, flussi di esistenze radicate e non rassegnate ad arrendersi. Il respiro di futuro è quello che giunge dal profondo. È la tradizione che continua a soffiare, tradita ma resistente, capace di intercettare anime giovani cui consegnarsi. Un passaggio che è fiducia, speranza di futuro, rifiuto di consegnarsi alla rassegnazione, all’oblio, al decadimento, al ricordo che rischia di farsi funerale. «Siamo partiti con l’idea di chiamarla “Rapsodia mediterranea”. Strada facendo – confidano i fratelli registi – abbiamo immaginato di cambiare in “Versanti” pensando alle pendici delle vallate in cui stavamo girando e ai versi che ne scaturivano, provenienti direttamente dagli antichi saperi musicali, poetici, corali». Ci propongono così un racconto che intende parlarci, soprattutto, della vita e del suo svolgersi. Seguendo quel timbro d’autore che hanno saputo magistralmente sviluppare già nei loro precedenti lavori. Gianluca e Massimiliano De Serio raccontano una cultura popolare alternativa, esplorano i canti polivocali, l’etnologia musicale e le tradizioni orali.
Undici tappe attraverso le regioni d’Italia dai titoli non scontati. Perché il loro non è un documentario consueto di folclore nostalgico. Hanno rievocato le tradizioni e il patrimonio che le ha originate, non attraverso la registrazione di ciò che ancora viene proposto e accade, ma utilizzando gli strumenti della modernità, la fotografia, i cd, la riproposizione allo smartphone. Una maniera innovativa con cui il cinema può proporsi di raccontare la tradizione con rinnovate interpretazioni. «La nostra scelta, formale, estetica, ma anche etica è stata quella della decontestualizzazione. Abbiamo deciso di fare di quelle situazioni dei momenti, attribuendo loro una dimensione più assoluta». E alla fine emerge la speranza, la sfida di poter accogliere sviluppare un futuro anche per queste comunità apparentemente isolate e marginali che, tuttavia, coltivano dentro di sé la fiamma per far ripartire il fuoco. © RIPRODUZIONE RISERVATA
