Eracle in viaggio per le Esperidi, Diomede in Romagna e il Vittorio Emiliani magnogreco

Fra i massimi esperti italiani di Beni Culturali, per la cui tutela e valorizzazione continua a battersi strenuamente, menando fendenti sia a destra che a sinistra (ma c’è ancora?), ha una prerogativa che lo avvicina a noi, gli Dei del Pantheon greco e magno greco, e ai luoghi dove sono racchiusi i più preziosi tesori di storia e di civiltà. La sua profonda cultura, lungi dal rinchiuderlo in un recinto debordante di Ybris (iattanza), lo apre al dialogo e alle emozioni più semplici. Tra Metaponto e Locri Epizefiri gli chiesi del suo amore per i lirici greci, ma anche di poetesse magnogreche come Nosside e del tarantino Leonida. Venni così a sapere che l’inviato di punta del “Giorno” sapeva a memoria decine di poesie “meliche”

Vittorio Emiliani


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

“Eracle Farnese”, Museo archeologico nazionale di Napoli

LA MAGNA GRECIA? Anche qui, in Romagna. Direte: ma che c’entra con il Sud Italia con i templi e i siti archeologici che lo caratterizzano? Se è nato in Romagna, ha vissuto la giovinezza tra Urbino e Voghera, ha studiato a Pavia, si è formato a Milano e vive ora, da molti anni, a Roma? Cosa mai può avere da spartire con le genti dello Ionio e del Mediterraneo? Intanto, per sua stessa ammissione, i romagnoli sono i “terroni del Nord”, per cui affiora già una qualche affinità, rafforzata dal fatto che Diomede era di casa in questi luoghi e che lo stesso Eracle, passando dall’Istria, dalla terra, cioè, degli Iperborei (Illiri), si racconta chiedesse, proprio qui, alle Ninfe la via per raggiungere il giardino delle Esperidi, dove crescevano alberi dai frutti d’oro. 

Se, inoltre, aggiungete il fatto che è sicuramente uno dei massimi esperti italiani di Beni Culturali, per la cui tutela e valorizzazione continua a battersi strenuamente, menando fendenti sia a destra che a sinistra (ma c’è ancora?), ecco un’altra prerogativa che lo avvicina a noi, gli Dei del Pantheon greco e magno greco, e ai luoghi dove sono racchiusi i più preziosi tesori di storia e di civiltà. E, poi, poi, c’è il suo autentico amore per queste terre, tanto da avergli fatto stringere amicizie profonde con archeologi del calibro di Dinu Adamesteanu, Francesco D’Andria, Emanuele Greco, Pier Giovanni Guzzo, o grandi medievisti, come Cosimo Damiano Fonseca. E se queste credenziali non dovessero ancora essere sufficienti, vi deve bastare il fatto che è uno dei più cari amici di chi scrive, con cui, negli anni, ha condiviso passioni politiche (ambedue antichi socialisti), interessi culturali, esperienze giornalistiche (egli, naturalmente, sempre ai vertici massimi e il vostro cronista come umile portatore d’acqua) e, perfino, propensioni gastronomiche e passioni sportive (tennis, calcio, atletica, bicicletta). 

Si tratta, insomma, di una di quelle persone che è sempre più difficile trovare e il cui profondissimo spessore culturale, lungi dal rinchiuderlo in un recinto solipsistico e debordante di Ybris (iattanza), lo rende aperto al dialogo e alle emozioni più semplici. Vittorio Emiliani, insomma, è l’amico che tutti vorremmo avere, la persona con cui confidarsi nei periodi bui, ma anche quello dal quale poter attingere per ampliare le nostre (deboli) conoscenze culturali. Con la consueta digressione, mi sento di aggiungere che la sua è una visione “jasperiana” della vita, laddove il filosofo di Oldenburg affermava come lo scientismo, la conoscenza scientifica delle cose, cioè, non può essere la conoscenza dell’essere, poiché non è in grado di offrire alcuna direzione al percorso di vita. La comunicazione, perciò (e qui siamo nell’ambito della sua attività professionale), non è possibile come presentazione di un “sapere oggettivo e astratto”, ma solo come apertura all’altro di spazi, di cammini, di sentieri che può, anche se mai calpestati, riconoscere e farli suoi. Una pratica che egli ha puntualmente esercitato sia come giornalista di punta del “Giorno”, come direttore del “Messaggero”, come parlamentare, come presidente della Fondazione Rossini, nel Consiglio di amministrazione della Rai e, perfino, come semplice consigliere comunale ad Urbino. 

Andrea Emiliani, allievo “eterodosso” di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli, è stato Sovrintendente per i Beni Artistici e Storici per le province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna

E, del resto, l’arte è sempre stata di casa fra gli Emiliani, con il fratello Andrea, grandissimo storico dell’Arte, scomparso di recente, o dei consanguinei, acquarellisti urbinati. A questo punto, son sicuro che il mio antico maestro, mi farebbe notare di aver dimenticato il papà Nicola, segretario comunale di Predappio, Cervia, Urbino, Forlì e di altre città romagnole delle quali non mi ricordo, dal quale egli, Vittorio, ha ereditato la passione per l’arte di Tersicore, per il ballo, insomma. «Fra Romagna, Emilia, Lombardia, Roma — ebbe una volta a raccontarmi — ho finito per fare almeno quindici traslochi, che mi hanno lasciato un po’ déraciné o, se vuoi, con tante radici diverse». «Tuttavia — aveva continuato — anche se considero Roma come la mia città di adozione, mi sento ancora cittadino della Romagna, che, poi, ha dato a Roma ben tre Papi di fila, Clemente XIV, Pio VI e Pio VII. E forse un quarto Papa, nell’alto medioevo, se è vero che Pasquale II è nato a Bleda, proprio sopra Predappio, la mia città natale». E ben quattro Presidenti del Consiglio, avevo aggiunto io, Farina, Fortis, Mussolini e Zoli». 

Allora il dialogo si era fatto stringente con il vostro “malizioso” cronista che aveva, in una sorta di inusitata allitterazione, legato il paese, Predappio, a Mussolini. «Non fare lo gnorri — mi aveva rintuzzato Vittorio — sai benissimo della mia lontana parentela con Mussolini. Cosa che non ho mai rinnegato, anche se ho scritto libri abbastanza critici sul Duce e i suoi nipotini». E null’altro? «Forse ricorderai — la sua risposta — la mia amicizia con altri due romagnoli, Federico Fellini, forse il più grande poeta di Roma dell’intero Novecento, e Luciano Lama, che per me è stato come un fratello maggiore. E l’amicizia con Antonio e Camilla Cederna o con Paolo Volponi». E quel Paolo Grassi che gli aveva fatto amare la Puglia e la sua città natale, Martina Franca? In comune, lo sconfinato amore per la musica. 

Tempio di Hera, Tavole Palatine di Metaponto, in una suggestiva foto notturna

Impaziente di tornare in Magna Grecia, da dove mi ero allontanato fin troppo, e di “trascinarlo con me”, giù a Metaponto, a Policoro, a Crotone a Reggio Calabria o a Locri Epizefiri — in quelle terre, cioè, dove anche Pindaro adagiava la sua poesia “alata” — ricordo di avergli chiesto del suo amore per i lirici greci, ma anche di poetesse magnogreche come Nosside o del tarantino Leonida. Così venni a sapere che l’inviato di punta del “Giorno”, che aveva descritto magistralmente tutti i porti delle Penisola, rimarcandone virtù e carenze, sapeva a memoria decine di poesie “meliche”, nella traduzione dello straordinario Manara Valgimigli. Non era magno greco, per concludere, George Byron, ma anch’egli amava disperatamente il mondo classico, tanto da aver sacrificato la vita a Missolungi, aiutando i Greci nella loro lotta di liberazione dai Turchi. E, sempre, guardandomi intorno, in queste terre desolate da ciminiere, camini industriali, fabbriche in disuso — a Taranto, come a Pisticci, a Ferrandina, a Siracusa o Gela —, mi torna in mente un brano dell’“Oceano” di Byron, che voglio offrire alla sensibilità del mio amico Vittorio Emiliani, ma anche a voi: «Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma, Cartagine? Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti. Poi vennero parecchi tiranni stranieri, la loro rovina ridusse i regni in deserti […]. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.