Una mamma, una giornalista a New York l’11 settembre: cielo limpido poi neve di morte

«Vent’anni dopo, due ricordi restano impressi. Il cielo blu di quella mattina e il silenzio dei vivi, spettrale, quando a metà pomeriggio uscimmo in strada. Era il silenzio di una città da cui, attraverso i ponti, milioni di persone fuggivano a piedi». Quella che segue è un’ampia sintesi di una delle 48 testimonianze di giornalisti d’agenzia contenute nel libro, appena pubblicato, “Pezzi di Storia” curato da Polli e Protettì


Il ricordo di ALESSANDRA BALDINI, corrispondente dell’Ansa da New York

La copertina del libro collettaneo “Pezzi di storia” a cura di Stefano Polli e Cesare Protettì, edito da “Istimedia”

MANHATTAN, 11 SETTEMBRE 2001: una mattina di fine estate di quelle che, quando ti svegli e metti il naso fuori casa, ti regalano una carica di ottimismo. Cielo limpido, cristallino. Aria pulita. Per noi giornalisti di agenzia a New York, era una mattina senza vere notizie: sfilate di moda, con Fashion Week appena entrata nel vivo, incontri con imprenditori italiani di passaggio in città. Quando alle 8.46 di New York, le 14.46 in Italia, il volo AAa11 partito  da  Boston e dirottato dai  terroristi di al Qaeda si schiantò sulla Torre Nord del World Trade Center, la riunione della mattina con Washington era appena cominciata.

Quell’istante ci ha cambiato la vita, ha cambiato la storia. Incredula, detto ai dimafoni al condizionale: «Un aereo si sarebbe schiantato contro una delle torri del World Trade Center». Nessuno, lì per lì, ci riusciva a credere. Ma durò poco e subito l’adrenalina salì alle stelle. Si scrive, si detta, tenendo al tempo stesso i contatti con radio e tv e con i familiari che dall’Italia cercano di chiamare e vogliono sapere, ma c’è tempo solo per una frase: “Stiamo bene”.

11 settembre 2001, ore 9:06, il secondo aereo colpisce la Torre Sud

Che fosse successo qualcosa di epocale lo avevamo presto capito, anche prima che il secondo aereo, alle 9:06, colpisse la Torre Sud. Marco Bardazzi arrivò trafelato in ufficio: «Il traffico è semiparalizzato, le strade percorse da ambulanze, auto della polizia, vigili del fuoco». Le esplosioni dentro le torri si susseguivano. Alle 9.43 venne colpito il Pentagono. A poca di- stanza dalla redazione di Washington, che allora aveva sede nel National Press Building, la Casa Bianca fu evacuata. Comunicare divenne ai limiti dell’impossibile: le comunicazioni con la capitale e il resto dell’America entrarono in blackout per ore.

Alle 9.55 crolla la Torre Sud, alle 10.08 Manhattan è isolata: il sindaco Rudolph Giuliani ordina il blocco di tunnel e ponti. Pochi minuti prima del crollo della Torre Nord, alle 10.29, viene evacuato l’Onu. Una colonna di fumo è visibile da quasi tutta Manhattan. Migliaia di persone abbandonano gli uffici e si riversano in  strada. Anche il palazzo dove aveva sede l’Ansa, 866 UN Plaza, di fronte al Palazzo di Vetro, viene evacuato. Con Bardazzi ci trasferiamo a casa mia, a due isolati di distanza. Accampati tra gli scatoloni di un trasloco non ancora finito attacchiamo i computer alle linee telefoniche e cerchiamo di far funzionare i cellulari: ma spesso non c’è campo.

Alessandra Baldini

Da osservatori di fatti di cronaca si diventa protagonisti: si pensa col batticuore ai figli, accompagnati a scuola in quella mattina senza nuvole, quando il mondo sembrava ancora normale.

Vent’anni dopo, due ricordi restano impressi. Il cielo blu di quella mattina e il silenzio dei vivi, spettrale, quando a metà pomeriggio uscimmo in strada: Marco verso sud e Downtown; io verso nord, verso l’Upper East Side e mia figlia lasciata da un’amica. Era il silenzio di una città da cui, attraverso i ponti, milioni di persone fuggivano a piedi verso Queens, Brooklyn, il Bronx, il New Jersey, mentre per chilometri si stendeva su New York una neve di morte: la polvere delle Torri crollate in cui Marco affondò fino al ginocchio prima di dettare da Ground Zero l’ultimo servizio della giornata.

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