«Che ci siano 4000 case editrici può essere una situazione non comune ma non vedo perché ci si dovrebbe preoccupare: tante realtà che producono contenuti e cultura, tanta cultura in più disponibile per il nostro paese e anche, perché no?!, da esportare. E poi, onestamente, chi dovrebbe decidere chi ha il diritto di fare l’editore e chi no?». Per la fondatrice di Neos Edizioni, «che si pubblichino tantissimi libri poi, cosa incontestabile, non sarebbe di per sé un male: significa che oggi ci sono molte persone in grado di scrivere (magari male, ma meglio scrivere che stare sul cellulare o essere analfabeti). Il male sta nel setaccio: editori che pubblicano l’inutile, il banale, l’impubblicabile. E l’autopubblicazione che si sottrae a qualsiasi forma di verifica di qualità». Un mestiere in salita nel Paese in cui solo il 35,4% degli italiani legge almeno un libro all’anno e 500 copie vendute sono già considerate un best seller. Tra il tallone d’Achille della distribuzione l’online e l’A.I. c’è un futuro «sempre entusiasmante»


◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con SILVIA MARIA RAMASSO

Silvia Maria Ramasso, fondatrice di News Edizioni

Silvia Maria Ramasso, torinese, maturità al liceo classico Cavour e poi studi di Scienze Naturali, ha iniziato il suo percorso nella tipografia editoriale di famiglia, la Tipolito Subalpina, nata nel 1955, che lavorava con tutti i più importanti editori torinesi. Nel 1996, inizialmente come ramo d’azienda, ha fondato Neos edizioni che oggi lavora con sette diversi marchi relativi alla pubblicazione di libri e riviste, alla diffusione culturale on-line, ai progetti letterari dedicati al territorio e alla formazione. La casa editrice pubblica circa 50 titoli all’anno e a oggi ha pubblicato più di 700 titoli dei quali 500 circa ancora a catalogo. È stata per 15 anni presidente nazionale della categoria Grafici/editori delle Pmi.

Silvia, comincerei con una frase dello scrittore Giuseppe Cesaro, che ha annunciato in una lunga lettera di non voler più pubblicare romanzi, giustificando così la sua scelta: «C’è qualcosa di distorto – per non dire folle – in un’editoria che pubblica 85mila titoli nuovi ogni anno. Più di 230 al giorno. Quasi 10 ogni ora» (vedi link). Qual è la tua opinione al riguardo? Considerando anche che in Italia si contano tantissime case editrici, più di 4000 secondo gli ultimi dati (soprattutto al nord), e pochi lettori (secondo i dati Eurostat dell’anno scorso solo il 35,4% degli italiani legge almeno un libro all’anno)?

«Non commento le frasi a effetto, né chi dà eco alle proprie opinioni/frustrazioni banalizzando scenari complessi come quello attuale dell’editoria, frutto e impasto di fattori economici, culturali e sociali costruitisi nei decenni passati. Per rispondere alla tua domanda ci vorrebbero pagine di rapporti, di storia dell’economia della cultura e della società nel nostro Paese. Proverò a sintetizzarti i pensieri che derivano dai 45 anni di lavoro nel mondo dei libri, prima a contatto con i maggiori editori torinesi e poi editore io stessa. Che ci siano 4000 case editrici può essere una situazione non comune ma non vedo perché ci si dovrebbe preoccupare: tante realtà che producono contenuti e cultura, tanta cultura in più disponibile per il nostro paese e anche, perché no?!, da esportare. E poi, onestamente, chi dovrebbe decidere chi ha il diritto di fare l’editore e chi no? Se le nuove tecnologie hanno abbassato la soglia di ingresso nel settore, è ovvio che ci entrino più aziende. Semmai c’è da chiedersi come mai queste aziende non si consorzino, riuniscano, associno, ma in Italia, questo non è un comportamento specifico dell’editoria, quindi non c’è da stupirsi. Il fatto che si pubblichino tantissimi libri poi, cosa incontestabile, non sarebbe di per sé un male: significa che oggi ci sono molte persone in grado di scrivere (magari male, ma meglio scrivere che stare sul cellulare o essere analfabeti), che gli strumenti per pubblicare/autopubblicarsi hanno un costo accessibile, che scrivere un libro e quindi – per traslazione – “il libro” ha ancora un valore di prestigio, che moltissime idee, visioni, riflessioni, storie vengono messe a disposizione di tutti in un pluralità immensa di voci che fa sempre bene alla democrazia (che si sa, non è perfetta, ma per ora è la forma di governo migliore che l’uomo abbia inventato). Il male sta nel setaccio. Un tot editori che a volte pubblicano l’inutile, il banale, l’impubblicabile, certo. L’autopubblicazione che si sottrae a qualsiasi forma di verifica di qualità. Ma soprattutto il lettore! Il lettore che, come la società odierna, passa dall’essere aristocratico (erudito e fortissimo) all’essere trash (ho visto ragazzi acquistare un libro per farsi fotografare con l’autrice influencer di turno e poi buttare il libro nei rifiuti appena usciti dalla libreria) , con una “classe media” di lettori affezionati e desiderosi di acculturarsi ciascuno a suo modo sempre più sottile, moribonda, esausta, quella meravigliosa classe di lettori che hanno riconosciuto e fatto crescere la grande editoria italiana del Dopoguerra: gli studenti orgogliosi delle loro letture, gli operai consapevoli, gli impiegati sul tram delle 7, le mamme in sala d’attesa del pediatra. Tutti loro, che leggevano non per divertirsi, magari anche, ma per conoscere, per capire, per allargare la loro vita, per scoprire, per essere all’altezza: motivati e quindi ben capaci a distinguere le cose utili dalle inutili». 

— Un caro amico che dirigeva una piccola casa editrice, quattro anni fa mi disse che un titolo che venda più di cinquecento copie è da considerare un bestseller. Sei d’accordo?

«Ovviamente dipende da quanto capitale ha la casa editrice da spendere in distribuzione e promozione, ma se arrivare a 500 copie di un titolo non è banale arrivare a 1.000, lo si fa, ma per la mia esperienza è già un’impresa».

— Tu hai il polso della situazione della cultura, visto che pubblichi da alcuni decenni. Non trovi che il livello culturale medio si sia abbassato notevolmente in questi anni? E non trovi che un sintomo, nel campo della letteratura, sia il numero dei thriller pubblicati, essendo il thriller una delle opere più facili da scrivere?

«Sicuramente, come dicevo prima, il livello della fascia media si è abbassato, onestamente non so cosa sia capitato fra la popolazione meno scolarizzata. Ma non perché si leggono gialli. Anche il thriller e le altre letterature di genere hanno tutta la loro dignità, possono proporre opere di mera trama per divertire il lettore ma anche opere contenitore per riflessioni importanti sulla società; non si può pensare che Fruttero e Lucentini o Scerbanenco (e tantissimi altri) abbiano fatto letteratura di seconda categoria. Anche qui sarebbe la qualità del lettore a fare la differenza: la lettura, di qualsiasi genere sia, non può essere solo “divertente”, il lettore vero riconosce i libri che gli lasciano qualcosa, anche quando magari non sono di suo gusto».

— Adesso ti pongo una domanda da autore: io spesso mi trovo a dire che il lavoro dell’autore inizia quando il libro viene pubblicato perché non solo piccole ma anche grandi case editrici dedicano ben poco tempo e mezzi alla promozione, lasciando l’iniziativa all’autore stesso. La tua opinione al riguardo?

«Non posso parlare per le altre case editrici. In Neos dedichiamo i due terzi del lavoro a promuovere e cercare di distribuire i nostri titoli, un impegno immane e molto frustrante che spesso ci fa sentire trasformati in “eventifici”, e spesso senza nemmeno la comprensione degli autori, che pure il nostro lavoro lo vedono. Il tallone d’Achille del settore è la distribuzione. Non inizio nemmeno il discorso sui monopoli, ma tanto per dare un’idea del problema sui circa 4000 editori che hai dato come esistenti in Italia i distributori sono 10 (dieci, non ho dimenticato nessuno zero!)».

— Altra domanda da autore: il trattamento economico. Alcune case, direi poche, riconoscono i diritti d’autore dalla prima copia venduta. Altre dopo la prima ristampa o dopo un certo numero di copie vendute. Altre pretendono l’acquisto di copie. La tua casa che soluzione sceglie? 

«Per quel che mi riguarda non esistono case editrici a pagamento, ma libri eventualmente a pagamento. Siamo aziende e non associazioni onlus, abbiamo l’obbligo del profitto con il quale pagare dipendenti, fornitori e diritti d’autore ovviamente: una casa editrice che fallisce generando perdite nel proprio contesto è molto peggio di una che faccia contribuire a vaio titolo gli autori. Questo lo sottolineerei con la penna rossa!!! Un’altra cosa che sottolineo è che prima di pubblicare un’opera il suo Autore e casa editrice firmano un contratto di pubblicazione: con 4000 editori nel Paese se il contratto non piacesse nessun autore sarebbe obbligato a firmarlo. Per non sottrarmi però alla risposta dirò che in linea di massima la nostra casa editrice eroga i diritti d’autore dopo l’avvenuta vendita di un tot di copie che garantisce la copertura delle spese di produzione: sia l’autore che la casa editrice iniziano a guadagnare dopo che si sono pagati appunto dipendenti e fornitori. Capitano però libri di valore di cui sappiamo già non troveremo lettori sufficienti per ripagarne la produzione (troppo di nicchia, troppo difficili, temi fuori moda, fuori dal trend). In questo caso ragioniamo sul chiedere all’autore di aiutarci e, meraviglia!, nella maggior parte dei casi è l’autore stesso a proporcelo!».

— Curiosità: quale percentuale prende un distributore su ogni copia venduta? Quanto una libreria? Quanto una piattaforma online?

«Il distributore/promotore si tiene fra il 55 e il 60% del prezzo di copertina, che include anche la percentuale da lui pattuita con la libreria. Con le librerie si tratta dal 30% in su. Le piattaforme online trattengono il 50% circa con pagamento a 60 giorni dal venduto che spesso coincide con l’ordinato (i distributori invece arrivano a 120 giorni dal rendiconto che può essere anche a mesi di distanza dall’ordinato)».

— Immagino che l’online abbia eroso una buona fetta di mercato a scapito delle librerie. Hai dei dati al riguardo?

«No, non ho dati, ma per quel che ci riguarda la vendita on-line ci ha risolto efficacemente, e con costi adeguati al settore, la distribuzione nazionale». 

— Come vedi il futuro dell’editoria?

«In salita, arrovellante, impegnativa, necessitante la massima attenzione alle svolte tecnologiche in primis l’A.I., ecc. … ma sempre supremamente entusiasmante. Chi fa l’editore davvero vuole dire delle cose al mondo e lo fa attraverso la voce dei suoi autori. Che vogliamo di più?».

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.