Il presidente Omicron e la variante Gruber: The Talk Show Must Go On

Il Presidente Mattarella nell’ultimo discorso del settennato ripete la sua indisponibilità al bis. E allora perché insistere? Il nostro primo ministro ci dice che la sua missione è compiuta, disposto a fare “il nonno della Repubblica”: ben 51 progetti messi già a punto per accedere ai fondi del Pnrr, uno dei due compiti assegnati da Mattarella al premier Draghi. Non ci sembra che le cose stiano così. Intanto ogni nuova variante del virus diventa carburante quotidiano per battibecchi stucchevoli, esortazioni scontate, esibizioni imbarazzanti nei talk show. A rimetterci è l’autorevolezza residua del giornalismo, assieme all’autorevolezza essenziale della scienza, piegata in comparsate a gettone (con agenti al seguito)


Questo editoriale apre il numero 17 del nostro magazine pubblicato nelle edicole digitali dall’1 gennaio 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

Una immagine del backstage dell’ultimo discorso del settennato del Presidente Mattarella

LA CRESCITA VORTICOSA dei contagi Covid (complice la stagione invernale nell’emisfero nord e una variante ultraveloce del virus) ridà fiato alle trombe di chi pensa di dover cristallizzare l’attuale quadro istituzionale a Palazzo Chigi e sul Colle più alto della Capitale. Il Presidente Mattarella ha ripetuto — simbolicamente già in piedi nel messaggio di fine anno — la sua indisponibilità al bis, attentissimo agli equilibri della Repubblica parlamentare, come ha dimostrato di esserlo in tutto il suo settennato. E allora perché insistere?

Anche per questa via — nella fragilità di una democrazia sospesa dallo stato di eccezione generato dalla pandemia — la politica sembra lanciare la spugna sul ring del confronto parlamentare. Come se avesse esaurito persino le scorte nella cambusa istituzionale del Paese. Per Mario Draghi, nei mesi scorsi è stata usata addirittura l’espressione di Uomo della Necessità (copyright di Carlo Bonomi, per tirare l’ovazione della platea di Confindustria): un gradino appena sotto quella dell’Uomo della Provvidenza che non portò grande fortuna all’Italia di un secolo fa. 

Oltre un malcelato compiacimento, il nostro primo ministro non sembra dar spago a questa iperbole. Ma ci dice — lo ha appena fatto nella conferenza stampa di fine anno — che la sua missione è compiuta, disposto a fare “il nonno della Repubblica”: ben 51 progetti messi già a punto per accedere ai fondi del Pnrr, uno dei due compiti assegnati da Mattarella al premier Draghi. A noi non sembra che le cose stiano davvero così. Le distanze sociali nel Paese crescono e non prende corpo alcun orizzonte progettuale lumeggiato da una quantità di soldi europei senza precedenti. Tutto è ingessato dalla convergenza forzata degli opposti politici per reggere — ecco il secondo compito — una pandemia senza fine.

Il premier Mario Draghi alla conferenza stampa del 23 dicembre 2021 a Palazzo Chigi

Facciamo qualche esempio. Il lavoro non c’è: il 2021 si è chiuso con una crescita del Pil del 6,3%, ma è l’anno dei licenziamenti di massa alla Whirlpool di Napoli, alla Embraco di Riva di Chieri, alla Gkm di Campi Bisenzio. È l’anno dei mille e passa morti sul lavoro in cantieri nei quali la sicurezza è un costo da risparmiare. È l’anno del lavoro che si assottiglia per le donne: solo il 14% dei nuovi contratti a tempo indeterminato è destinato a una donna, e il 49,6% dei contratti femminili è a tempo parziale. Quale sarebbe la missione compiuta (la quinta delle sei assegnate dal Pnrr) nel campo della inclusione e della coesione sociale, con 29,62 miliardi di euro disponibili?

Sulla Transizione ecologica va anche peggio: dovrebbe assorbire il 30% delle risorse europee, la fetta più grossa della torta messa sul tavolo del Pnrr da Bruxelles. E nulla si muove. A oggi non è stato speso neanche un euro per assistere e coadiuvare Enti locali e Regioni nei progetti operativi per accedere ai 69,6 miliardi di fondi comunitari. Il dicastero retto da Roberto Cingolani è in pieno caos organizzativo. A parte un dirigente prelevato da McKinsey, nessun direttore generale è stato ancora nominato a un anno dal suo insediamento al ministero. Della super commissione per la Valutazione di impatto ambientale per dar corso agli investimenti sulle rinnovabili non si intravvede neanche l’ombra, e le direttive europee in questo campo sono disattese.

Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

Eppure, è questa la leva cruciale (la più grande, assieme alla mobilità sostenibile e alla digitalizzazione) per imbastire un gigantesco Piano del lavoro green: strutturando distretti industriali, mobilitando dipartimenti universitari e centri di ricerca sparsi sul territorio. Ben 152 miliardi di euro sono lì, per nuove opportunità imprenditoriali nel contrasto alla crisi climatica, per migliorare la qualità dell’aria e dei trasporti pubblici di massa, per fronteggiare le tante crisi sociali e occupazionali che attanagliano la società italiana. Dov’è la missione compiuta in questi campi in un anno di lavoro, professor Draghi?

E bisogna saper superare gli esami a Bruxelles. E questo il presidente Draghi lo sa bene. A quella latitudine, vige un principio fondamentale scolpito nel Next Generation Eu a febbraio 2021, mentre a Roma si formava il suo governo. È il Dnsh, acronimo impronunciabile dal significato chiarissimo: “Do not significant harm”, la certezza — cioè — di non danneggiare l’ambiente, spendendo i fondi europei presi in prestito dai nostri figli. Vi sembra il caso dei 150 milioni di euro per sequestrare la Co2 a Ravenna infilati di straforo nella legge di Bilancio (come dai desiderata della lobby degli idrocarburi), o il caso del cosiddetto “nucleare verde” che esiste solo nella testa di Cingolani e di qualche nostalgico? Intanto le scorie radioattive dell’energia atomica sono ancora sparse sul territorio italiano, senza una destinazione finale.

Lo studio di Otto e Mezzo su La7, in uno degli ininterrotti talk quotidiani sul Covid 

Ecco, sarebbe già un buon segno se l’anno nuovo si aprisse con il trasloco del ministro Cingolani verso altri lidi. Più adatti alla sua stessa preparazione scientifica e alle proprie propensioni politiche. Vi sembra che qualcuno informi il Paese su tutto questo ben di dio? “The Show Must Go On”, lo spettacolo deve continuare. Diciamolo meglio: The Talk Show Must Go On. E su un tema unico: la pandemia. Un chiacchiericcio televisivo quotidiano, un record mondiale che non orienta più nessuno, per il quale ogni nuova variante del virus diventa carburante per battibecchi stucchevoli, esortazioni scontate, esibizioni imbarazzanti. Nei quali a rimetterci è l’autorevolezza residua del giornalismo, assieme all’autorevolezza essenziale della scienza, piegata in comparsate a gettone (con casting e agenti al seguito). 

Buon anno e buona fortuna a tutti noi© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 17 (1-15 gennaio 2022)

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.