Cacciatori e ambientalisti l’un contro l’altro armati sempre? Un’esperienza su cui riflettere

«Per ridurre il conflitto tra mondo venatorio e tutela della fauna selvatica, facemmo leva sul loro orgoglio di cittadini di quella terra, sul senso di responsabilità verso un patrimonio collettivo: l’orso bruno che solo lì vive. Evitammo (e conquistammo così la loro gratitudine) l’invasione di sparatori provenienti dai grandi centri urbani ai quali della buona manutenzione del territorio interessa poco o nulla. Il bracconaggio ai danni dell’orso si ridusse. Gestimmo piccole ma interessanti operazioni di riqualificazione ambientale». Arrivarono le grandi associazioni e tutto andò “a carte quarantotto”


L’esperienza vissuta di GIORGIO BOSCAGLI,  Società Italiana per la Storia della Fauna

¶¶¶ [Seconda parte] Ci vollero decine e decine di riunioni e sembrava di non poter mai arrivare a una soluzione accettabile e condivisa su come concretizzare il concetto di “legame cacciatore/territorio”. In sostanza volevamo responsabilizzare i cacciatori locali per tutto quanto riguardava la fauna – come scrivevo ieri. I Comuni erano molti: chi la voleva cotta, chi cruda, chi al sangue. Ma arrivammo a mettere in pratica un accordo davvero antesignano. Puntammo sulla parte migliore, quella onesta e civile, del mondo venatorio locale, e sul fatto che l’orso marsicano era (ed è) un patrimonio inestimabile − unico al mondo e irripetibile − della “loro” terra, non solo del Parco d’Abruzzo o delle associazioni ambientaliste. Quindi facendo fortemente leva sul loro orgoglio di cittadini di quella terra e sul senso di responsabilità rispetto a un patrimonio collettivo: l’orso bruno che solo lì vive.

Sfruttammo la normativa esistente all’epoca (la legge 968/77) e ci inventammo, con l’accordo di tutti, delle piccole aziende faunistico-venatorie da far gestire, sotto l’occhio vigile del Parco, ad altrettanto piccole associazioni locali di cacciatori residenti. La chiave di volta fu la possibilità (supportata dal ministero dell’Ambiente) di riservare ai soli cacciatori locali il diritto di caccia sulle “loro” terre. Evitando in definitiva (e conquistando così la loro gratitudine) l’invasione di sparatori provenienti dai grandi centri urbani ai quali, spesso, della buona manutenzione del territorio, non essendoci legati, interessa poco o nulla. In poche parole il Parco, per loro conto, aveva tolto dall’acqua un fastidiosissimo granchio.

Un bilancio: negli anni subito successivi il bracconaggio ai danni dell’orso venne fortemente a ridursi; tra le piccole associazioni venatorie locali si sviluppò un forte senso di appartenenza nei confronti di una esperienza unica sul piano nazionale. Arrivammo a gestire insieme con alcune di quelle aziende faunistiche piccole ma interessanti operazioni di riqualificazione ambientale. Furono addirittura i cacciatori stessi a decidere di autolimitarsi quando fu segnalata un’orsa col cucciolo nell’area della Vallelonga (decisero loro di chiudere la caccia per garantire il minimo disturbo alla “loro” orsa). Nacquero piccoli gruppi di guardie venatorie volontarie che affiancavano il nostro Servizio di sorveglianza (del quale ero il responsabile) nelle attività di prevenzione del bracconaggio. Posso assicurare che funzionò. Un Eden? Forse no, ma certamente una esperienza positiva.

Sarebbe troppo lungo dettagliare qui perché, a distanza di qualche anno, l’intera operazione sia andata “a carte quarantotto”. Quello che mi preme però ricordare è che non fu per colpa dei cacciatori locali. Si discuteva in Parlamento la nuova normativa sull’attività venatoria (che divenne poi Legge 157/92) e, volendo fare una ultra-sintesi, possiamo dire che la responsabilità fu delle grandi associazioni venatorie nazionali… che sono serbatoi elettorali. Chi vorrà capire capirà.

Ribadisco il mio impegno ambientalista e anche di biologo professionista: la caccia non mi piace! Ma fino a quando sarà attività consentita dalla legge bisognerà farci i conti. Possibilmente in modo intelligente (e magari con un ministro dell’Ambiente consapevole della materia che sta trattando). ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.