Il Parlamento non appartiene ai partiti. Il governo non appartiene alla maggioranza. E soprattutto la Repubblica non appartiene a chi la governa oggi: appartiene ai cittadini. Le regole con cui scelgono chi li rappresenta vanno costruite per garantire la loro libertà, non la sopravvivenza politica di chi è già al potere. Come ha spiegato in modo insuperato Gianni Sartori, la legge elettorale è “lo strumento più manipolativo della politica”: non un dettaglio tecnico, ma l’arma con cui si decide in anticipo chi vincerà davvero la partita. Ed allora: quanta rappresentanza siamo disposti a sacrificare sull’altare della stabilità? Il cittadino non può essere ridotto a scegliere il simbolo, mentre il partito sceglie il deputato. E il pluralismo non può essere ridotto a un club per soci già iscritti. Per una parte della politica, da tempo la Costituzione è diventata un mobile ingombrante di famiglia, bello da tenere in salotto, comodo da spostare quando dà fastidio. Né può essere un regolamento condominiale che la maggioranza di turno può riscrivere a piacimento. È la legge fondativa della Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, costruita su tre parole che oggi suonano quasi sovversive: democrazia, uguaglianza, partecipazione


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

C’è qualcosa di comicamente malato in una democrazia in cui chi governa riscrive le regole del voto con il sondaggista seduto accanto, calcolando quale sistema gli permetta di restare dov’è. Chiamarla “riforma” è un atto di ottimismo linguistico: è un’operazione politica con un obiettivo chirurgico, trasformare consensi in potere, senza passare dal consenso vero. Dovrebbe scandalizzare chiunque abbia ancora a cuore la democrazia, a prescindere dal colore della tessera. E invece no: la Costituzione, per una parte della politica, è diventata un mobile ingombrante di famiglia, bello da tenere in salotto, comodo da spostare quando dà fastidio. Non è un regolamento condominiale che la maggioranza di turno può riscrivere a piacimento. È la legge fondativa della Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, costruita su tre parole che oggi suonano quasi sovversive: democrazia, uguaglianza, partecipazione. E guarda caso sono proprio queste tre a essere svuotate, un poco alla volta, con la discrezione di chi porta via i mobili senza far rumore. Come scriveva Piero Calamandrei, costituente e tra i padri della Carta, nel suo celebre discorso ai giovani del 1955: “la Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove”, perché vive solo se qualcuno ogni giorno si prende la briga di difenderla. Ecco, oggi qualcuno la sta lasciando cadere con entusiasmo.

Una maggioranza fabbricata su misura

Il cuore della riforma è il premio: 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42 per cento dei voti validi. Detta così sembra una soglia rispettabile. Ma “voti validi” non è sinonimo di “italiani”: in un Paese dove l’astensione è ormai il primo partito, quel 42 per cento può tradursi in una fetta assai più modesta dell’elettorato reale. Un premio grosso, pagato con moneta altrui. Non è solo un problema di aritmetica: è costituzionale. L’articolo 1 assegna la sovranità al popolo, l’articolo 3 impone l’eguaglianza, l’articolo 48 vuole un voto personale, eguale, libero, segreto. Il Parlamento può inseguire la governabilità, ma non comprarla al prezzo della rappresentanza, non è un saldo di fine stagione. Lo ha già detto la Corte costituzionale bocciando il Porcellum: il legislatore ha discrezionalità nella scelta del sistema elettorale, ma quella discrezionalità si ferma davanti a ragionevolezza e proporzionalità. Come già osservava Giovanni Sartori, tra i maggiori politologi italiani del Novecento, la legge elettorale è “lo strumento più manipolativo della politica”: non un dettaglio tecnico, ma l’arma con cui si decide in anticipo chi vincerà davvero la partita. La domanda, allora, è semplice: quanta rappresentanza siamo disposti a sacrificare sull’altare della stabilità? La Costituzione non prevede la risposta “tutta quella che serve a chi già governa”.

Il cittadino sceglie il simbolo, il partito sceglie il deputato

Il vero scandalo, però, è un altro: l’elettore non sceglie i propri rappresentanti. Mai. Liste bloccate, capilista paracadutati, pluricandidature acrobatiche: in cabina elettorale si sceglie solo chi ci chiede il voto, non chi dovrà rappresentarci. Un’aula sempre più simile a un consiglio d’amministrazione di nominati, non a un’assemblea di eletti. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla vita politica nazionale. Sulla carta, il partito dovrebbe essere lo strumento con cui il cittadino partecipa. Nella pratica è l’esatto contrario: il cittadino serve al partito per raccogliere voti, il partito serve ai suoi vertici per distribuire poltrone. I segretari sono diventati amministratori delegati di macchine elettorali; i territori si svuotano, le sezioni chiudono, la selezione della classe dirigente si accentra in tre stanze romane. Il partito, che dovrebbe essere una palestra di democrazia, è diventato un marchio in franchising. Si è compiuta così una delle inversioni più eleganti della storia repubblicana: chiamiamo ancora “eletti” persone che, di fatto, sono nominate dalle segreterie. Darwinismo politico alla rovescia: non sopravvive il più competente, ma chi meglio si mimetizza nella selezione interna.

Un club per soci già iscritti

Poi c’è la barriera più subdola: quella contro chi vuole entrare. Alle forze non ancora rappresentate si chiedono montagne di firme; a chi è già dentro, nulla. Chi ha le chiavi di casa non deve bussare; chi è fuori deve scalare il muro di cinta. Non è competizione democratica: è rendita di posizione con targa ufficiale. Una democrazia in salute facilita l’ingresso di nuove energie, non blinda il campo contro la concorrenza. Il pluralismo non si misura dal numero di simboli sulla scheda, ma dalla possibilità reale che idee nuove contendano il consenso a chi c’è già.

Quale alternativa

Dire “questa legge è sbagliata” non basta: serve una proposta, punto per punto. 

  • Primo. Nessun governo dovrebbe scrivere la legge elettorale come una qualunque legge di maggioranza. Le regole del gioco vanno costruite con un accordo largo, dopo confronto pubblico con forze politiche, costituzionalisti ed esperti elettorali: patrimonio della Repubblica, non bottino della maggioranza di turno. 
  • Secondo. Basta parlamentari nominati. Restituire agli elettori il potere di scegliere le persone, collegi uninominali con primarie, o preferenze, con regole severe sulla parità di genere, perché la libertà di scelta non diventi l’alibi per perpetuare l’esclusione delle donne.
  • Terzo. Nessun premio abnorme: contenuto, proporzionato, legato a una soglia di consenso realmente significativa. La maggioranza parlamentare deve nascere dai voti, non essere regalata.
  • Quarto. Soglie di sbarramento ragionevoli e uguali per tutti, pensate per impedire la frammentazione, non per proteggere chi è già seduto.
  • Quinto. Firme come requisito di serietà, non come muro: commisurate all’elettorato reale, raccoglibili anche in forma digitale e certificata. La Repubblica non può riconoscere il diritto di associazione politica e pretendere che si eserciti coi moduli di carta del secolo scorso.
  • Sesto. Un’autorità davvero indipendente su candidature, firme, parità di genere, propaganda e finanziamenti: chi compete per il potere non può arbitrare le regole della competizione. È un conflitto d’interessi con la cravatta.
  • Settimo. Democrazia anche dentro i partiti. L’articolo 49 non può restare una promessa sospesa: iscrizioni verificabili, congressi regolari, elezione trasparente dei gruppi dirigenti.

Regola più semplice di tutte: mai cambiare le regole del voto a ridosso delle elezioni per adattarle ai sondaggi. Una legge elettorale dovrebbe durare abbastanza da poter essere conosciuta, capita e giudicata, non un vestito cucito sulla maggioranza del momento.

Non una democrazia più debole, una democrazia più contendibile

Non vogliamo tornare alla Prima Repubblica, né inseguire sistemi perfetti mai esistiti, né una Repubblica paralizzata dall’instabilità. Vogliamo qualcosa di più semplice: un Parlamento scelto dagli elettori, un governo con una maggioranza reale e non fabbricata a tavolino, partiti contendibili al loro interno, nuove forze libere di presentarsi, cittadini in condizione di scegliere chi li rappresenta. Questa è la governabilità democratica. Non quella che regala seggi a chi ha meno voti, che affida alle segreterie la scelta dei parlamentari, che mette cancelli davanti a chi vuole entrare in gioco, che tratta l’astensione come un dettaglio statistico invece che come il sintomo di una rappresentanza in coma.

Non è maggioranza contro opposizione

La vera partita è tra una democrazia in cui il potere resta contendibile e una in cui il potere diventa autoreferenziale. Una differenza che vale un’intera epoca. Come ricordava Norberto Bobbio, tra i massimi filosofi della politica del Novecento, la democrazia si fonda su un insieme minimo di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure. Toccare quelle regole per convenienza non è amministrazione ordinaria: è togliere il pavimento sotto i piedi del gioco democratico stesso. Anche il fascismo conquistò il potere passando per la trasformazione delle regole della rappresentanza. La Repubblica nacque apposta per impedire che una maggioranza diventasse padrona dello Stato. Ecco perché la Costituzione non è un intralcio alla politica: è il recinto dentro cui la politica resta politica invece di diventare dominio.

Se qualcuno pensa che la Costituzione sia troppo democratica, troppo sociale, troppo antifascista, troppo piena di contrappesi, abbia il coraggio di dirlo ad alta voce, invece di svuotarla un articolo alla volta, con la mano sul cuore e le forbici nell’altra tasca. La democrazia non muore solo quando qualcuno abolisce le elezioni. Muore anche quando le elezioni restano, ma gli elettori contano sempre meno. La proposta è chiara: proporzionalità, preferenze, parità di genere, accesso equo alla competizione, firme digitali, trasparenza dei partiti, controllo indipendente, nessuna legge elettorale cucita sulle convenienze di chi governa oggi. Non è una richiesta rivoluzionaria: è il minimo sindacale per una Repubblica che voglia ancora chiamarsi democratica. Il Parlamento non appartiene ai partiti. Il governo non appartiene alla maggioranza. E soprattutto la Repubblica non appartiene a chi la governa oggi: appartiene ai cittadini. Le regole con cui scelgono chi li rappresenta vanno costruite per garantire la loro libertà, non la sopravvivenza politica di chi è già al potere. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.