La crisi climatica non è più una questione semplicemente ambientale. È una crisi politica, sociale e geopolitica, che investe il nostro modo di produrre, consumare, distribuire la ricchezza e governare il futuro. E qui emerge una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo: chi ha maggiormente contribuito alla crisi climatica dispone spesso delle maggiori risorse per proteggersi dai suoi effetti; chi vi ha contribuito meno è frequentemente quello che ne paga il prezzo più alto. Non esiste una politica climatica giusta se non è anche una politica di giustizia sociale. La transizione ecologica rischia altrimenti di trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Per troppo tempo il discorso climatico è stato affidato prevalentemente alla responsabilità individuale: consumare meno, differenziare i rifiuti, cambiare automobile, modificare le proprie abitudini. La dimensione individuale rischia di diventare una forma di rimozione se non è accompagnata dalla domanda fondamentale: quali sono i rapporti di potere e le strutture economiche che determinano le grandi trasformazioni ambientali. Una visione progressista nasce dalla ricostruzione di un’idea di bene comune proprio su questi nodi essenziali
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

► È tempo di lanciare l’allarme sul Pianeta in fiamme e, soprattutto, di raccontare come le tragedie del nostro tempo — dalle guerre alle migrazioni, dalle disuguaglianze alla crisi economica — siano sempre più intrecciate alla catastrofe ambientale. La crisi climatica non è più, dunque, una questione semplicemente ambientale. È una crisi politica, sociale e geopolitica, che investe il nostro modo di produrre, consumare, distribuire la ricchezza e governare il futuro. Quella in atto è, infatti, una vera e propria concatenazione di crisi. Il riscaldamento globale procede insieme alla perdita di biodiversità, all’estinzione delle specie, al consumo di suolo e di risorse, alla scarsità d’acqua, alle migrazioni e all’aumento dei rischi geopolitici. Sono fenomeni diversi, ma profondamente interconnessi, che si alimentano reciprocamente e mettono in discussione gli equilibri sui quali abbiamo costruito il nostro modello di sviluppo.
Come ci ricordano autorevoli opinionisti, il cambiamento climatico è anzitutto anche un problema di disuguaglianza geopolitica. Da una parte ci sono i Paesi ricchi dell’Occidente, determinati a difendere i propri livelli di reddito, di benessere e di consumo delle risorse; dall’altra i Paesi del Sud del mondo, che rivendicano legittimamente il diritto a migliorare le condizioni di vita delle proprie popolazioni. Ma questo processo comporta inevitabilmente un aumento della loro impronta ambientale. È qui che emerge una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo: chi ha maggiormente contribuito alla crisi climatica dispone spesso delle maggiori risorse per proteggersi dai suoi effetti; chi vi ha contribuito meno è frequentemente quello che ne paga il prezzo più alto. Per questo l’impegno nel contrastare la crisi climatica richiede di considerare almeno cinque questioni decisive.

Il clima è una questione di disuguaglianza
La crisi climatica non può essere affrontata senza interrogarsi su chi ha consumato più risorse, chi continua ad avere maggiore capacità economica e chi invece subisce gli effetti più devastanti della crisi pur avendo contribuito molto meno alle emissioni. Non esiste una politica climatica giusta se non è anche una politica di giustizia sociale. La transizione ecologica rischia altrimenti di trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza: costi e sacrifici vengono scaricati sui cittadini e sulle fasce più deboli, mentre i benefici economici si concentrano nelle mani di chi controlla capitali, tecnologie e infrastrutture.
Guerra e crisi climatica sono intrecciate
La guerra è una delle attività umane più distruttive anche dal punto di vista ambientale. Ma esiste un’altra contraddizione che non possiamo ignorare. Gli Stati sostengono spesso di non avere risorse sufficienti per finanziare la transizione ecologica, l’adattamento climatico, la prevenzione del dissesto e la protezione delle popolazioni più vulnerabili. Eppure riescono rapidamente a mobilitare risorse enormi per gli armamenti. Non è soltanto una questione di disponibilità finanziarie. È una questione di priorità politiche. Il mondo trova le risorse per prepararsi alla guerra, ma troppo spesso non trova le risorse necessarie per prevenire le conseguenze di una crisi climatica che già oggi produce vittime, migrazioni, distruzione e instabilità.

La crisi della democrazia accompagna quella climatica
Se cittadini e soprattutto giovani considerano il cambiamento climatico una delle principali preoccupazioni del proprio tempo, ma le decisioni pubbliche continuano a essere fortemente condizionate da interessi economici concentrati, il problema diventa anche quello della rappresentanza democratica. La domanda non è più soltanto: che cosa dobbiamo fare per il clima. La domanda diventa: chi decide e nell’interesse di chi? Una democrazia che non riesce a tradurre le preoccupazioni dei cittadini in decisioni politiche rischia di alimentare disillusione, rabbia e sfiducia. E quando la politica non riesce più a governare le trasformazioni, sono gli interessi più forti a occupare quello spazio.
L’appropriazione dello Stato da parte degli interessi economici
Le logiche con cui è stato configurato il mondo dagli anni Novanta, con il trionfo del cosiddetto “consenso di Washington” e del neoliberismo, hanno favorito una progressiva concentrazione della ricchezza e del potere economico. Oligarchi, miliardari e grandi multinazionali hanno acquisito una capacità crescente di influenzare le decisioni pubbliche. È una sorta di appropriazione dello Stato da parte di potentati economici, nella quale l’interesse generale rischia di essere subordinato agli interessi particolari. Questo riguarda direttamente anche la transizione energetica. La transizione non è automaticamente progressista. Può diventare una straordinaria opportunità di innovazione, occupazione e democratizzazione dell’energia, ma può anche trasformarsi in una nuova occasione di concentrazione della ricchezza e di produzione di rendite. Per questo bisogna vigilare. Non basta sostituire una fonte energetica con un’altra: occorre interrogarsi su chi controlla le infrastrutture, chi incassa le rendite, chi sostiene i costi e chi beneficia degli investimenti pubblici.
La critica all’estrattivismo
C’è poi una questione ancora più profonda: la necessità di mettere in discussione la concezione dell’uomo come entità separata dalla natura. Per secoli abbiamo costruito un modello economico fondato sull’idea che la natura fosse sostanzialmente una riserva inesauribile di materie prime da estrarre, trasformare e consumare. Ma quella mentalità estrattivista ha mostrato i suoi limiti. Non possiamo affrontare la crisi climatica conservando la stessa concezione del rapporto tra uomo, economia e natura che ha contribuito a produrla. Dobbiamo cambiare il modo in cui raccontiamo il nostro rapporto con il Pianeta.
Dalla colpa individuale ai rapporti di potere
Per troppo tempo il discorso climatico è stato affidato prevalentemente alla responsabilità individuale: consumare meno, differenziare i rifiuti, cambiare automobile, modificare le proprie abitudini. La dimensione individuale rischia di diventare persino una forma di rimozione se non viene accompagnata dalla domanda fondamentale: quali sono i rapporti di potere e le strutture economiche che determinano le grandi trasformazioni ambientali? Il cambiamento climatico non è prodotto soltanto dalla somma dei comportamenti individuali. È anche il risultato di modelli produttivi, sistemi energetici, politiche industriali, scelte finanziarie e concentrazioni di potere economico. Spostare il discorso dalla colpa individuale ai rapporti di potere significa, quindi, riportare la politica al centro della questione climatica.

Ed è qui che questa riflessione può diventare particolarmente importante per un’area progressista che voglia tornare a parlare alle persone. La crisi climatica non può essere raccontata soltanto attraverso comportamenti individuali, stili di vita, divieti o conflitti culturali. Deve essere collegata alla vita concreta delle persone: salari, costo dell’energia, qualità del lavoro, casa, salute, servizi pubblici, disuguaglianze territoriali, sicurezza economica e paura del futuro. La transizione ecologica, se vuole conquistare consenso democratico, deve quindi rispondere a una domanda semplice e radicale: chi paga la transizione e chi ne raccoglie i benefici? Non basta dire che il Pianeta sia in pericolo. Bisogna costruire una politica capace di spiegare che la lotta al cambiamento climatico è anche una lotta contro le disuguaglianze, le rendite e la concentrazione del potere economico.
E forse è proprio da qui che può ripartire una visione progressista. Non dalla guerra tra identità, non dalla contrapposizione sterile tra diverse sensibilità culturali, ma dalla ricostruzione di un’idea di bene comune capace di tenere insieme ambiente, lavoro, democrazia e giustizia sociale. Perché il clima non è una questione che riguarda soltanto il futuro del Pianeta. Riguarda il tipo di società nella quale vogliamo vivere. E la vera sfida politica non è soltanto salvare il Pianeta dalla crisi climatica, ma impedire che la crisi climatica venga utilizzata per rendere ancora più profonde le disuguaglianze che già dividono il mondo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
