Il brutale show del fascista Ben Gvir nel porto di Ashdod ci ha scioccati. Colpiti dall’oscena impudenza di un ministro messo lì a fare il lavoro più sporco imbastito dal primo ministro di Israele Netanyahu. Stavolta c’eravamo noi in quell’hangar, c’erano i nostri polsi stretti dalle fascette del prigioniero, le nostre ginocchia piegate dai miliziani del ministro che lo proteggevano nell’esecuzione di un’infamia. Ma è quel che lui e i suoi sodali sono abituati a fare, solo con più ferocia, nei confronti dei palestinesi da decenni. Da dove nasce l’odio politico di cui egli si fa interprete? Siamo ancora in tempo per fermare l’incivile scempio di cui ha parlato il presidente Mattarella? Forse sì, se abbiamo la volontà di riconoscere la malapianta attecchita non lontano dai frutti velenosi che si accumulano ai suoi piedi. Qualche lettura ci aiuta a capire i nodi venuti al pettine
◆ L’articolo di IGOR STAGLIANÒ

► Alle tante domande argomentate negli ultimi due giorni da Aurelio Angelini su “Italia Libera”, urge aggiungere qualcos’altro. Cosa arriva agli israeliani delle infamie compiute dal ministro della Sicurezza nazionale cooptato quattro anni fa dal loro premier per sfuggire alla galera che lo attende appena dovrà deporre le armi della sua personale guerra infinita. Che ne sanno delle bastonate, quando non sono proiettili, o delle fiamme alle case dei palestinesi appiccate dai coloni in Cisgiordania? Ben protetti da un esercito pronto ad intervenire se qualche palestinese prova a reagire. E delle migliaia di vittime di Gaza ancora sotto le macerie lasciate alle proprie spalle dai carri armati e dalle ruspe di Tsahal, ne sono al corrente? Ho passato la mia vita professionale ad “andare a vedere” con i miei occhi le storie che avevo da raccontare. Ora è una verifica che non posso permettermi di fare. Lo stanno facendo, per quanto gli è consentito, altri colleghi valorosi e ammirevoli: una su tutti, Francesca Mannocchi. Essi ci rimandano l’immagine di un paese diviso e assuefatto al peggio.
In Israele ci sono stato nel decennio scorso, in una delle brevi pause tra un furore e l’altro che acceca quelle “terre sante”. Sante per tre religioni diverse, senza dover risalire necessariamente all’Antico Testamento, come pure ha fatto Shlomo Sand con “L’invenzione del popolo ebraico” un volume di illuminante lettura su cosa testimoniano le fonti storiche e cosa costruisce la mitologia del popolo errante. In quella circostanza, mi è bastato dover fare le gimcane tra check point con mitra spianati e muri altissimi di cemento armato per andare da Gerusalemme a Betlemme, a Jerico, a Nazareth o a Ramallah. E poi a Masada. Tocchi così con mano la storia dolorosa del passato e vedi i recinti del presente in cui sono rinchiusi i territori sottratti da Israele ai palestinesi con la guerra dei Sei giorni del 1967. E registri le conseguenze politiche, giuridiche e morali nella gestione dei Territori occupati, su cui si è soffermato un autorevole politologo e scrittore ebreo come Ahron Bregman nel libro “La vittoria maledetta”, alla luce di documenti di alto livello prima inaccessibili. Fu un trionfo militare con cui Israele ha cambiato per sempre la mappa del Medio Oriente, ha conquistato Cisgiordania, Alture del Golan, Striscia di Gaza e Penisola del Sinai. E ha conseguito una vittoria campale. «Maledetta» per gli obblighi giuridici, istituzionali e morali di cui lo Stato di Israele avrebbe dovuto farsi carico a costo di snaturare la propria natura democratica ad ogni tappa successiva delle turbolenze sociali e politiche che ne sarebbero seguite. Com’è poi avvenuto, fino agli episodi dei giorni nostri: subordinazione sotto dominio militare, detenzione amministrativa senza processi, eccetera. Ben prima che i tagliagole di Hamas comparissero sulla scena.
Quei recinti, invalicabili per i palestinesi, sono scavalcabili senza difficoltà dai coloni nelle loro scorribande. Comportamenti ignobili, “garantiti” da norme legislative discriminatorie quando non razziste, denunciate a più riprese da Amnesty International. Una pulizia etnica che prosegue quella pianificata dal movimento sionista a ridosso del 1948, eseguita dall’esercito israeliano “eradicando” 250mila palestinesi, descritta fin nei minimi dettagli e giorno per giorno — registrati negli archivi militari — da Ilan Pappé. Per la storiografia ufficiale, un altro ebreo “reprobo” inviso all’establishment del nazionalismo ebraico. Lo storico Pappé ricostruisce così una sorta di “peccato originale” dello Stato fondato da Ben Gurion. E perciò difficile, forse impossibile, da accettare. Anche di questo gli storici e i politici hanno dibattuto e dibattono ancora. Non è però questa l’occasione giusta per scavarci attorno. Resta invece la domanda aperta: cosa arriva di tutto questo nelle scuole pubbliche e nelle famiglie israeliane?
Ci sarà bene una ragione se la destra fascista di Ben Givr può oggi agire attraverso gli strumenti dello Stato nei confronti di centinaia di attivisti umanitari — che abbiamo potuto vedere in queste ultime ore. Oggi siamo sconvolti, nella nostra parte di mondo, perché esse ci colpiscono direttamente. Ma queste cose egli le fa da anni — e con più ferocia — nei confronti dei palestinesi. Un lavoro sporco per conto del premier Netanyahu che, nelle attuali circostanze, riserva al suo ministro un buffetto. Solo per dovere d’ufficio. Necessario, chissà, a placare il disappunto persino dell’ambasciatore statunitense a Gerusalemme. A tradire quel che pensa davvero ce lo dice però il ghigno beffardo stampato sulle sue labbra da quando ha legato al suo carro Donald Trump.

Ed allora, se non puoi andare a vedere di persona i fatti dove si stanno consumando, nelle realtà in cui si mette a repentaglio la cultura più profonda dell’ebraismo, puoi almeno leggere il saggio di una giovane cronista come Elena Testi che in Israele è andata e venuta più volte negli ultimi due anni. E ha saputo documentarsi ampiamente per scrivere “Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana”. Ci descrive la testa di un serpente stampato sulla copertina del libro che scorre come un romanzo, per risalire ai maestri politici e ideologici di Ben Gvir e di Netanyahu. Un lavoro giornalistico ben documentato svolto da una cronista di razza che manifesta grande coraggio. Tanto più se, in cima alla gerarchia professionale del suo editore, tutte le sere su La7 deve fare i conti con le attorcigliate messe cantate di Enrico Mentana. O con Paolo Mieli. Il prezzemolo di ogni minestra messo in pentola a tutte le ore in tutti i talk show, per il quale antisionismo e antisemitismo sarebbero sinonimi uno dell’altro. Senza suscitare scandalo negli astanti.

Ce la possiamo fare a non assistere in silenzio alla tragedia che si consuma sull’altra sponda del Mediterraneo. Nessuno può dire non sapevamo. Oggi possiamo persino conoscere sin nel dettaglio botte e risposte su chi ha cominciato per primo a menare le mani, tra arabi e israeliani. Purché ci si metta d’accordo sulla data d’inizio della catena degli errori e degli orrori: la formazione dello Stato di Israele, la Shoah, gli ultimi decenni del Protettorato inglese, la dissoluzione dell’Impero Ottomano, il sionismo ottocentesco, l’esilio di Roma o quello di Babilonia. Cause “genetiche” per dare una spiegazione all’antisemitismo, qui, più che altrove, non ne trovi — anche i palestinesi che abitano quelle stesse terre da millenni sono figli di Sem. Bisognerà indagare allora con più profondità se, alla base delle violenze senza fine, non ci sia il serpente nazionalistico. In un’area fra le più incendiarie del mondo. L’uovo del serpente è stato deposto proprio lì, quando le decine di milioni di morti del nazionalismo, provocate da due guerre mondiali, si stavano ancora contando. Se, a prevalere, sarà una volta ancora la forza bruta dello Stato nazionale per esercitare il proprio dominio assoluto sui corpi e sulle menti del proprio nemico, sarà stato tutto inutile. Ma siamo ancora in tempo per evitare che finisca così, se anche la Diaspora vorrà far sentire la propria voce. Come già altre volte ha saputo fare nella seconda metà del Novecento.
I libri citati
Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Mimesis Edizioni / Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore / Ahron Bregman, La vittoria maledetta, Einaudi / Elena Testi, Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana, Feltrinelli Editore
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