
Nella Valle dei Nuraghi di Su Giavesu e Santa Lucia, e in altre aree sparse per l’isola, quelli che sono apparsi finora come monumenti isolati, fortezze e case di piccole tribù familiari, raccontano una storia di organizzazione del territorio, relazioni complesse e forme avanzate di vita comunitaria. Un sistema pensato e vissuto come un insieme coerente. Il fulcro di questo sistema è il celebre Nuraghe Santu Antine, una delle architetture più imponenti della Sardegna preistorica. Intorno a esso si sviluppa una rete di insediamenti che dialogano visivamente e funzionalmente, suggerendo una gerarchia interna e una chiara suddivisione degli spazi. Secondo l’archeologo Augusto Mulas le grandi torri furono ubicate nella valle secondo l’analoga disposizione geometrica delle Pleiadi in cielo. Il caso dei venti ettari di insediamenti a Bigialza. Le comunità nuragiche di questa valle sembrano aver sviluppato modelli di convivenza strutturati, basati sulla cooperazione, sul controllo del territorio e su una forte identità collettiva. Rendono necessaria una rilettura complessiva del paesaggio della civiltà nuragica
◆ L’analisi di ANTONELLO GREGORINI
► Nel cuore della Sardegna nord-occidentale esiste un paesaggio che, più di altri, obbliga a riconsiderare l’idea tradizionale della civiltà nuragica. È la Valle dei Nuraghi di Su Giavesu e Santa Lucia, nota anche come Badde Nuraghes, nel toponimo in sardo. Questa e altre aree sparse per l’Isola non si limitano a ospitare monumenti isolati, ma raccontano una storia di organizzazione del territorio, relazioni complesse e forme avanzate di vita comunitaria. Per lungo tempo i nuraghi sono stati interpretati come torri solitarie, fortezze e case di piccole tribù familiari, simboli potenti ma scollegati tra loro. Questa visione, oggi, appare riduttiva e merita di essere riformata.

Nella valle di cui parliamo, infatti, i grandi nuraghi, i villaggi, i luoghi di culto e le aree produttive non sono distribuiti casualmente: formano invece un sistema pensato e vissuto come un insieme coerente. Il fulcro di questo sistema è il celebre Nuraghe Santu Antine, una delle architetture più imponenti della Sardegna preistorica. Ma la sua importanza non risiede solo nella monumentalità. Intorno a esso si sviluppa una rete di insediamenti che dialogano visivamente e funzionalmente, suggerendo una gerarchia interna e una chiara suddivisione degli spazi. C’è chi, come l’archeologo Augusto Mulas nel suo libro “L’Isola Sacra” (Condaghes, 2012) sostiene che le grandi torri furono ubicate nella valle secondo l’analoga disposizione geometrica delle Pleiadi in cielo. Non sarebbe sorprendente dal momento che l’archeo-astronomia ci dice che molti di questi edifici erano realizzati in linea con i solstizi e altri andamenti stellari.
Lo stesso Mulas sottolinea l’imponente investimento di risorse e di capacità progettuale necessario alla realizzazione del complesso di Santu Antine. In origine l’area era caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti, il che rese necessaria una preventiva realizzazione di canalizzazioni di drenaggio e una platea lapidea di fondazione, sottostruttura delle poderose murature ciclopiche. Villaggi di dimensioni analoghe a quello solo in parte emerso attorno al Sant’Antine erano presenti anche in prossimità degli altri monumenti del sistema insediativo, come attestato dai geoportali archeologici dedicati ai periodi preistorico e nuragico.
Uno degli elementi più sorprendenti è il vasto insediamento di Bigialza, un’area che si estende per circa 20 ettari e che conserva le tracce di un numero impressionante di edifici, individuati con un rilievo aerofotogrammetrico da drone, il cui numero e consistenza dovrebbe certamente crescere in seguito a un sistematico studio e scavo archeologico. Essa è circondata da tombe dei giganti e ulteriormente presidiata da un villaggio posto sulla collina soprastante, identificato con il nuraghe Feruledu. Le prime informazioni sulla consistenza del villaggio di Bigialza provengono dagli scritti del geometra Tore Nuvoli, appassionato conoscitore del territorio di Giave.

Nel luglio scorso l’area si presentava recentemente percorsa da un incendio, circostanza che ha favorito l’osservazione diretta delle strutture murarie affioranti. Il sito si configura come un vasto tavolato basaltico attraversato da sistemi di drenaggio verosimilmente di origine antropica. La densità delle strutture, la loro disposizione e la varietà delle funzioni suggeriscono la presenza di una comunità numerosa e stabile, capace di coordinare attività diverse: abitare, produrre, celebrare rituali, gestire le risorse. Tutto questo richiama una forma embrionale di organizzazione urbana, che gli studiosi definiscono “proto-urbana”. Non si tratta, ovviamente, di una città nel senso classico del termine, ma di qualcosa che le si avvicina per complessità sociale e spaziale. Le comunità nuragiche di questa valle sembrano aver sviluppato modelli di convivenza strutturati, basati sulla cooperazione, sul controllo del territorio e su una forte identità collettiva. L’acqua, le vie naturali di comunicazione e i luoghi simbolici vengono integrati in un unico disegno, dove ogni elemento ha un ruolo preciso.

Per estensione e complessità, gli insediamenti della Valle possono essere interpretati come espressione di un complesso protourbano. Se si accettano come criteri di urbanità la centralità territoriale, la complessità sociale e un’economia diversificata, allora l’insieme dei dati disponibili suggerisce che le comunità nuragiche di questa valle avessero raggiunto caratteristiche pienamente assimilabili a una condizione urbana. La presenza di edifici pubblici monumentali, infrastrutture idrauliche, reti insediative articolate, un elevato livello di organizzazione sociale ed economica rendono necessaria una rilettura complessiva del paesaggio della civiltà nuragica, forse già a partire dalla preistoria, superando interpretazioni riduttive ancora presenti nella letteratura archeologica. © RIPRODUZIONE RISERVATA
