Molto più di un semplice elenco di alimenti o una tabella nutrizionale, la Dieta Mediterranea è uno stile di vita che comprende una serie di competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni per la coltivazione, la raccolta, la pesca, l’allevamento, la conservazione, la cucina e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo. È la motivazione alla base della decisione con cui l’Unesco l’ha inserita quindici anni fa nell’elenco dei beni immateriali dell’umanità. Grazie alle ricerche sui comportamenti e le cartelle cliniche delle popolazioni del nostro Mezzogiorno, svolte da due scienziati americani, Ancel e Margaret Keys, dalla metà degli anni Settanta, la Dieta Mediterranea è sinonimo di longevità e buona salute. Ora la proposta di istituire il 16 novembre di ogni anno la “Giornata internazionale della Dieta Mediterranea” per estendere la conoscenza e i benefici in tutto il mondo di uno stile di vita che affonda radici profonde nel passato e può traghettarci verso un futuro sano, sostenibile e inclusivo

Margaret e Ancel Keys nella loro piccola casa a Pioppi nel Parco nazionale del Cilento, in Campania

◆ L’analisi di ANNALISA ADAMO AYMONE

Popoli e culture unite per chiedere all’Onu di istituire il 16 novembre “Giornata internazionale della Dieta Mediterranea”. Un giorno veramente speciale visto che proprio il 16 novembre 2010, a Nairobi in Kenya, il Comitato Intergovernativo della Convenzione Unesco approvò l’iscrizione della Dieta Mediterranea nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, riconoscendo con questa definizione le pratiche tradizionali, le conoscenze e le abilità che sono passate di generazione in generazione in molti paesi mediterranei fornendo alle comunità un senso di appartenenza e di continuità. Così l’Italia, sostenuta da altre dieci Paesi — Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Libano, Marocco, Portogallo, San Marino, Spagna e Tunisia — ha portato in questi giorni all’Onu una richiesta di sostanziale conferma del carattere condiviso e multiculturale di questo patrimonio. Infatti, come già l’Unesco ha sottolineato, la Dieta Mediterranea è molto più di un semplice elenco di alimenti o una tabella nutrizionale. È uno stile di vita che comprende una serie di competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti la coltivazione, la raccolta, la pesca, l’allevamento, la conservazione, la cucina e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo. 

Mangiare insieme è la base dell’identità culturale e della continuità delle comunità nel bacino Mediterraneo, dove i valori dell’ospitalità, del vicinato, del dialogo interculturale e della creatività, si coniugano con il rispetto del territorio e della biodiversità. In questo senso il patrimonio culturale della dieta mediterranea svolge un ruolo vitale nei riti, nei festival, nelle celebrazioni, negli eventi culturali, riunendo persone di tutte le età e classi sociali. Si tratta di una vita comunitaria che valorizza anche l’artigianato e le vocazioni locali, come la produzione di contenitori per la conservazione e il consumo di cibo, le manifatture artistiche di piatti e bicchieri di ceramica e vetro, l’arte del ricamo e della tessitura. In questo senso la ‘Dieta Mediterranea’ è stata da più parti definita una filosofia di vita che, affondando saldamente le sue radici nel passato, può traghettarci verso un futuro sano, sostenibile e inclusivo. 

La copertina di “Time” dedicata ad Ancel Keys, “padre” della Dieta mediterranea

A metà degli anni Settanta gli scienziati americani Ancel e Margaret Keys identificarono questo stile di vita tradizionale, che avevano scoperto e studiato nel Mediterraneo fin dagli anni Cinquanta, con loro ricerche epidemiologiche sulle malattie cardiovascolari riscontrando, per la prima volta nella storia della medicina, che la longevità delle popolazioni del Meridione italiano si spiegavano con le abitudini alimentari, i costumi sociali, le produzioni locali. Pertanto considerarono necessaria un’etichetta di facile comprensione per identificare con semplicità un insieme complesso di pratiche e di tradizioni che meritavano di essere divulgate poiché potevano garantire in qualsiasi parte del mondo elevatissimi standard di salute anche ai ceti meno abbienti. Così i Keys puntarono sull’associazione della parola dieta, dal greco diaìta che significa stile di vita, con il prestigio delle antiche civiltà del Mediterraneo. 

Oggi l’importanza di promuovere questo patrimonio emerge ancora più chiaramente se si pensa che con l’avvento della moderna agricoltura e della globalizzazione i sistemi alimentari hanno subìto un processo di intensificazione ed industrializzazione privo di ricadute favorevoli, soprattutto nel contrasto alla denutrizione che interessa ancora oltre 900 milioni di uomini, donne e bambini nel mondo. Solo in Italia, per esempio, ci sono oltre 430 mila ragazzi e ragazze under 16 che soffrono di insicurezza alimentare, secondo l’ultimo rapporto Istat pubblicato lo scorso ottobre, in concomitanza con gli ottanta anni della Fao, durante le cui celebrazioni Papa Leone XIV non ha dimenticato di rimarcare l’uso scandaloso della fame come arma di guerra e il Presidente Sergio Mattarella di come siamo ancora lontani dall’idea di «un mondo senza fame». «Un triste paradosso – ha detto il Presidente – che proprio mentre crescono le conoscenze, le risorse e le potenzialità tecnologiche, anche con rilevanti applicazioni al settore agricolo, assistiamo a nuovi scenari di carestia, a inaccettabili sperequazioni e a un regresso di quel sistema multilaterale, unico paradigma in grado di dare vere risposte a questi bisogni». 

Una realtà, quella della fame nel mondo, alla quale si contrappone specularmente anche un altro fattore di rischio per l’umanità, messo tante volte in evidenza dalla Fao, dall’Oms e dalla Banca Mondiale, quello legato all’aumento di persone che soffrono di sovrappeso ed obesità. Di tal che la Dieta Mediterranea è diventata un modello per affrontare concretamente i prossimi anni, rispondendo alle sfide che gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030 e la nuova strategia Farm to Fork Europea per la riduzione degli impatti ambientali dell’agroalimentare ci pongono di fronte. Risulta, infatti, necessario intervenire con urgenza per mettere in atto una strategia che diffonda il concetto e l’uso di diete sostenibili nei vari contesti in tutto il mondo, sia nei Paesi industrializzati, sia in quelli in via di sviluppo. Il regime alimentare che noi tutti seguiamo ha inevitabili conseguenze sulle risorse naturali in termini di consumi idrici, emissioni di gas serra, perdita di biodiversità. Si è messo in evidenza più volte quello che viene considerato un vero e proprio allineamento mondiale delle diete ricche di carne, prodotti caseari, grassi e zuccheri. 

Il contributo più importante a tale allineamento è determinato dalla crescita del reddito individuale nelle aree emergenti del pianeta, effetti spiegati chiaramente dalla nota legge di Engel. Anche al fine di contrastare tale tendenza, la comunità internazionale chiede l’istituzione della Giornata internazionale della ‘Dieta Mediterranea’ mettendo in evidenza come la salute sia una priorità ed un obiettivo da perseguire non solo attraverso il riconoscimento Unesco di questa ‘eccellenza’ come patrimonio immateriale dell’umanità e strumento di lotta alle storture della globalizzazione per rendere l’agricoltura mediterranea più forte e concorrenziale in sede di contrattazione negoziale dell’Organizzazione Comune di Mercato dell’Ortofrutta, ma anche come simbolo unitario da celebrare annualmente per riportarci a riconsiderare l’importanza del nostro diritto alla Terra. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.