«Quando, nel 1978, varcai il portone della bella villa di via del Casale Piombino, a Roma Nord, per incontrare l’editrice Adelina Tattilo e andare a firmare il contratto per l’assunzione a “Test”, la sua rivista di scienza e tecnologia, non riuscii a fugare del tutto la sensazione di diventare parte di una foglia di fico preparata per nobilitare il resto dell’attività editoriale». L’Editrice di cui parla Cesare Protettì era retta dalla pubblicazione della rivista “Playmen” che, in quegli anni, «abbatteva tabù e provocava anche l’establishment con un eros elegante e raffinato in un’epoca che ha seminato molte delle libertà che oggi diamo per scontate». Una storia che fra dieci giorni sarà raccontata nella serie tv su Netflix. Nel racconto che segue Cesare Protettì si sofferma sui mondi separati (due piani distinti della stessa Villa) tenuti assieme dalla creatività pionieristica di una donna «di sorprendente attualità capace di parlare di piacere femminile, divorzio, transessualità e psicoanalisi»

◆ Il racconto di CESARE A. PROTETTÌ
► A partire dal 12 novembre, quando la serie tv “Mrs Playmen”, sarà disponibile su Netflix, scopriremo tutti come il regista Riccardo Donna e l’attrice Carolina Crescentini, saranno riusciti a restituirci la figura di Adelina Tattilo che, negli anni Settanta, dopo l’abbandono del marito, Saro Balsamo, si trasformò nell’imprenditrice di un’editoria a suo modo pionieristica che, sfidando il maschilismo dell’epoca, creò una rivista elegante e raffinata, nella quale l’erotismo si fondeva con la cultura, la politica e il costume. «Così Playmen – è stato scritto − abbatteva tabù e provocava anche l’establishment». La protagonista, Carolina Crescentini, durante la conferenza stampa di presentazione della serie alla Festa del Cinema di Roma, ha detto di aver trovato in Adelina e nella sua storia una sorprendente attualità: «Parla di piacere femminile, ma anche di aborto, divorzio, omosessualità, transessualità». Poi un accenno al maschilismo e alla tragedia dei femminicidi: «Se guardi al passato e vedi che dopo cinquant’anni stiamo messi ancora così, ti dovresti arrabbiare tantissimo». E poi l’invito: «Ragioniamoci insieme».
In attesa del 12 novembre e di ragionarci insieme, quello che sappiamo è che il regista Riccardo Donna ha voluto creare un ponte tra due epoche: «Abbiamo reso gli anni ’70 scintillanti, colorati, pieni di musica, per avvicinarli agli occhi dei giovani di oggi. Ma soprattutto raccontiamo un’epoca che ha seminato molte delle libertà che oggi diamo per scontate». Una rivoluzione, in edicola e nel costume, descritta anni fa con dovizia di particolari da Massimo Balletti, caporedattore di Men, Le Ore, ABC e Playmen nell’autobiografia Il principe dell’eros. Memorie di eleganti trasgressioni. Sì, eleganti. Soprattutto in Playmen. Ma debbo confessare che quando, nel 1978, varcai il portone della bella villa di via del Casale Piombino, a Roma Nord, per incontrare l’editrice e andare a firmare il contratto per l’assunzione a Test, la sua rivista di scienza e tecnologia, non riuscii a fugare del tutto la sensazione di diventare parte di una foglia di fico preparata per nobilitare il resto dell’attività editoriale.

A rafforzare i miei dubbi, sul tavolino accanto al divano, un libro del 1974 della Tattilo editrice intitolato La scuola dei fumetti. Letture “private” della III-B. La quarta di copertina spiegava che il libro, curato da Rita Tripodi, rappresentava di fatto la prima inchiesta mai effettuata sulle letture dei ragazzi e delle ragazze delle borgate romane. Ma le immagini dei fumetti e i fotoromanzi maschilisti erano parte largamente preponderante e i personaggi protagonisti erano Satanik, Lekka-Kul, Madame Brutal, Jacula, il fascista Goldrake, la nazista Hessa e i sette nani ribattezzati Anulo, Segolo, Chiappolo, Erotolo e così via. Pensai a mio padre, magistrato e giurista, che solo qualche anno prima aveva pubblicato, con l’autorevole casa editrice Cedam di Padova, un saggio di 372 pagine intitolato Offesa al pudore e all’onore sessuale nella giurisprudenza. Meglio non raccontargli i dettagli di questa mia nuova avventura: l’avrebbe presa male.
«Letture squallidamente erotiche e pornografiche che sono un ulteriore elemento di emarginazione nell’ambito più generale della emarginazione scolastica, culturale e sociale – scriveva Rita Tripodi – e che domani contribuiranno a chiudere questi ragazzi e queste ragazze nel cerchio inesorabile del sottoproletariato». Analisi interessante, anche se – sfogliando il libro – veniva offerto ai lettori un fin troppo ampio florilegio di vignette spinte introdotte dal fumetto della duchessa Isabella de Frissac che, nuda e vogliosa, insegnava a uomini “laidi e impotenti” che cos’è l’erotismo. Anche da questa insistita iconografia venivano i miei dubbi sulle letture private della III-B e sull’operazione Test. Dubbi sui quali mi sarei presto dovuto ricredere conoscendo meglio l’editrice e lavorando in una redazione adiacente a quella di Playmen che oggi è il fulcro della serie.
Come ero arrivato lì? Il direttore di Test, Giulio Raiola, un giornalista veneziano di ottima preparazione scientifica, chiamò al suo fianco come caporedattore Sebastiano Fusco, giornalista e noto scrittore di scienza e fantascienza, che – bontà sua − volle in redazione Arrigo D’Armiento e il sottoscritto, praticamente disoccupati e reduci, con lui, dalla fallimentare esperienza di Tuttoquotidiano, in Sardegna. Test era l’edizione italiana di Popular Mechanics, con tanto di cartamodello inserito nella rivista per realizzare l’opera di bricolage del mese. Una volta accadde che il manufatto suggerito al bricoleur fu una zattera di legno, tre metri per quattro che facemmo realizzare da un falegname esperto (allora non era così difficile trovarlo). Fu quella l’unica occasione nella quale i redattori del primo piano ebbero la possibilità di vedere dal vivo, senza veli o con pochissimi, la ragazza copertina del piano terra. Il fotografo di Playmen, Paolo Tallarigo, aveva infatti deciso di utilizzare per il servizio di copertina proprio quella zattera che avevamo lasciato sul prato della villa. E vedemmo, sia pure da lontano, l’artista all’opera e la modella, docile, seguire le indicazioni per le pose che gli venivano da Paolo.
Test, però, non decollava. Adelina Tattilo si rese presto conto che l’abitudine tutta americana di chiudersi durante il week-end nella rimessa del giardino per fare lavori di bricolage non corrispondeva al modus vivendi e alle case degli italiani. Così si arrese alla proposta del direttore Giulio Raiola di concedere più spazio alla divulgazione scientifica, in quel periodo poco presente nelle edicole di tutta Italia. Decisero di cambiare anche il nome della testata, che divenne Scienza Duemila. Raiola chiamò a collaborare i più importanti giornalisti che seguivano gli avvenimenti scientifici nei quotidiani (Alberto Mondini, Franco Foresta Martin, Piero Angela tra gli altri) e quei professori che avevano oltre alla conoscenza anche il dono di saperla spiegare al grande pubblico (Vincenzo Croce, astrofisico, Giuseppe Biondi, biologo, e tanti altri). E Sebastiano Fusco, che era anche il traduttore italiano degli articoli di Isac Asimov, convinse il grande scrittore di scienza e fantascienza a collaborare a Scienza Duemila. Il successo arrivò sùbito, portando in poco tempo la tiratura e le vendite a superare le centomila copie, un record per i mensili specializzati di quel periodo.

Dopo tre favolosi anni, la rivista ebbe un inevitabile calo di vendite. I gusti dei lettori stavano cambiando e Adelina prese una decisione coraggiosa ma pericolosa: sostituì Raiola con il professor Domenico De Masi che prometteva grandi successi di vendita chiamando a collaborare non più giornalisti e divulgatori, ma professoroni di proficua e specchiata carriera accademica. Ma non funzionò. Intanto De Masi mi aveva affidato una inchiesta sulle Università italiane. Girai negli atenei, da Torino ad Arcavacata (Rende, Cosenza) incontrando studenti e professori. Fu un periodo molto intenso e interessante. Nel gennaio del 1981, poco più di trentenne, mentre mio figlio Luca compiva il primo anno di vita, ebbi la soddisfazione di vedere, nelle locandine delle edicole, il mio cognome sotto la foto del grande fisico Edoardo Amaldi che campeggiava in copertina. Certo le foto dei nudi di Lisa Gastoni, Ornella Muti, Eleonora Giorgi, Carol André e Michela Miti, icona dei film su Pierino, facevano vendere molto di più, ma Scienza Duemila svolgeva ancora bene la sua funzione di divulgazione e approfondimento. E io ero tre metri sopra il cielo: il mio nome era stampato sulle locandine insieme a quello di prestigiosi collaboratori: Asimov, Hegedus, Lombardi Satriani, Cancrini, De Seta, Regge, Vacca e Marcelo Pera, oltre naturalmente a quello di De Masi.

Fu un periodo molto bello e produttivo, con Adelina Tattilo che, dopo aver aperto alla psicanalisi su Playmen attraverso collaboratori del calibro di Emilio Servadio, ora seguiva passo passo questa sua nuova creatura lontana dai nudi patinati della sorella maggiore. Purtroppo un foglio che cambia target perde i vecchi lettori e non ne acquista necessariamente di nuovi. E così accadde anche per Scienza Duemila, che ebbe un crollo delle vendite. Adelina non poté far altro che sostituire De Masi affidando la direzione a Fusco, che recuperò gran parte dei vecchi lettori. Nel frattempo, nessuno scandalo colpì Playmen, visto dai lettori come rivista di cultura e arte dall’erotismo soft. La vedranno così anche gli spettatori della serie Mrs Playmen? Lo sapremo – parafrasando lo slogan di Stefano De Martino nello svelamento finale dei pacchi di Affari Tuoi – “tra una manciata” di giorni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
