Nel linguaggio del primo ministro, Israele non è semplicemente una nazione in guerra: è l’avamposto della modernità contro il Medioevo. Ma quella che chiama “luce” è spesso l’accecamento di chi non vuole più vedere. Perché nel frattempo il premier è imputato per corruzione, frode e abuso di fiducia. Eppure riesce a ribaltare la narrativa: non il leader sotto accusa, ma la vittima di un sistema ostile, il simbolo di un popolo perseguitato. Ma l’Illuminismo capovolto di Netanyahu racconta qualcosa che va oltre Israele: la crisi globale di una politica che usa la luce per coprire l’ombra, la ragione per sospendere la verità

I “philosophes” discutono intorno al tavolo sul secolo dei Lumi

 ◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

Benjamin Netanyahu si proclama difensore dell’Illuminismo: un vero ossimoro. È una dichiarazione che suona come una provocazione, se non fosse una strategia. Mentre il suo governo si sposta sempre più verso l’estrema destra religiosa/messianica, mentre le libertà civili si restringono e la giustizia viene piegata al potere, Netanyahu si presenta come il baluardo della civiltà occidentale contro l’oscurantismo. È un capolavoro di retorica rovesciata: trasformare la ragione in propaganda, la luce in arma politica. Nel suo linguaggio, Israele non è semplicemente una nazione in guerra: è l’avamposto della modernità contro il Medioevo. Ma quella che lui chiama “luce” è spesso l’accecamento di chi non vuole più vedere. Perché nel frattempo il premier è imputato per corruzione, frode e abuso di fiducia. Eppure riesce a ribaltare la narrativa: non il leader sotto accusa, ma la vittima di un sistema ostile, il simbolo di un popolo perseguitato. 

Donald Trump alla Knesset il 13 ottobre 2025: dietro gli elogi del tycoon si cela il de profundis per Netanyahu?

L’ultimo atto di questa messinscena arriva da Donald Trump, che propone di cancellare le imputazioni o graziare Netanyahu, denunciando il suo processo come “una caccia alle streghe”. Non è solo un gesto di amicizia: è l’abbraccio tra due leader accomunati dalla stessa ossessione — sfuggire al giudizio. Nasce così una solidarietà internazionale dell’impunità, una rete che unisce leader autoritari e populisti, da Gerusalemme a Washington, da Ankara a Nuova Delhi. Tutti accomunati da una formula vincente: delegittimare la giustizia, proclamarsi vittime, trasformare le accuse in consenso. In questo schema, la legge non è più garanzia, ma minaccia. Il tribunale non è il luogo per la ricerca della verità, ma un’arma politica da neutralizzare. Il potere diventa vittima, l’imputato si fa eroe. È la politica dell’innocenza preventiva, dove chi comanda non risponde più delle proprie azioni perché, per definizione, agisce “in nome della nazione”. 

Netanyahu ha portato questa logica alle estreme conseguenze. Il suo “Illuminismo” non è la ragione critica dei philosophes, ma la certezza dogmatica del potere. Non la luce che svela, ma quella che abbaglia. È un Illuminismo senza autocritica, una fede nella forza travestita da civiltà. Così, mentre Gaza è sepolta dalle macerie genocidarie e la democrazia israeliana si contrae, Netanyahu parla ancora di valori, libertà, progresso. Ma il suo linguaggio — come quello di tanti altri leader post-democratici — non indica più una direzione etica: serve solo a giustificare se stesso. È la stessa inversione che ha reso “patriota” chi tradisce, “liberale” chi censura, “difensore della libertà” chi la limita. Alla fine, l’Illuminismo capovolto di Netanyahu racconta qualcosa che va oltre Israele: la crisi globale di una politica che usa la luce per coprire l’ombra, la ragione per sospendere la verità. È il segno di un’epoca in cui la retorica della civiltà diventa lo scudo dell’impunità. E allora la domanda non è più se Netanyahu creda davvero nell’Illuminismo, ma se noi — spettatori e cittadini — sappiamo ancora riconoscerne la falsificazione. Perché quando la luce diventa propaganda, la democrazia smette di vedere se stessa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.