Siamo soliti spiegarci i successi della destra in tutto l’occidente con le paure irrazionali e destate ad arte delle migrazioni. Ma è altrettanto importante e incisiva la reazione alla riconversione ecologica dall’alto. L’Unione europea, nel suo Green Deal — scrive Peppe De Cristofaro nel dibattito sul lascìto politico di Alex Langer aperto da “Italia Libera” — ha tenuto in scarso conto l’impatto sulla popolazione e sulle sue fasce maggiormente in difficoltà. L’eco-dirigismo è un errore che, se non corretto, si rivelerà fatale. Una scelta del genere, scriveva Langer con lungimiranza trent’anni fa, «si colloca al di fuori della politica, o almeno di una politica democratica» e ogni volta che si è battuta quella strada «il bilancio etico della privazione di libertà è stato disastroso». L’alternativa è una rivoluzione culturale profonda, tale da sostituire l’antico motto “citius, altuis,fortius”, “più veloce, più alto, più forte”— la competizione strenua come norma — norma, con una concezione opposta: “lentius, profundius, soavius”, “più lento, più profondo, più dolce”. Non solo ripensare ma rovesciare il modello di sviluppo
◆ L’intervento di PEPPE DE CRISTOFARO, Capogruppo Avs Senato
► Alla domanda se si sentisse più italiano o tedesco Alex Langer, nato sul confine tra Italia e Austria, perfettamente bilingue, rispondeva: «Nessuna delle bandiere che spesso svettano di fronte a ostelli e campeggi è la mia. Non ne sento la mancanza. In compenso riesco a parlare e a capire nell’arco che va dalla Danimarca alla Sicilia». Con le sue origini miste e di confine non solo etniche ma anche religiose, padre ebreo perseguitato, lui cattolico credente attento al dialogo inter-religioso poi militante di sinistra, pacifista e pioniere dell’ecologismo, Langer è stato molto spesso considerato “un ponte” e del resto proprio così, Die Brucke, Il Ponte, si chiamava la rivista che aveva contribuito a fondare in Sud-Tirolo a metà degli anni ’60. Un “ponte”, sia dal punto di vista culturale che della attiva militanza politica, Langer lo è stato davvero. Nessuno come lui è stato punto di raccordo tra le istanze sociali della sinistra radicale e l’ambientalismo che all’epoca a sinistra era ancora guardato con sufficienza, e con un pacifismo che nei movimenti di allora aveva poco diritto di cittadinanza.
Ma la metafora del ponte è sia reale che ingannevole. Offre l’immagine, in questo caso certamente falsa, del mero punto di raccordo e del canale di comunicazione tra culture politiche diverse. Nulla si attaglia di meno all’opera di Langer, che invece ha intrecciato profondamente le culture politiche dell’ecologismo e della sinistra sino a creare qualcosa di radicalmente nuovo e inedito. Da questo punto di vista è certamente più precisa ed eloquente la formula che lui stesso adoperò in un articolo comparso sull’Unità subito dopo la caduta del Muro, nel novembre 1989: «Per coalugare sul serio percorsi e ispirazioni diverse in uno sforzo comune bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano. ‘Solve et coagula’, sciogliere e coagulare, dicevano gli alchimisti rinascimentali». Credo che proprio questa impostazione, in Langer onnipresente e radicatissima, spieghi la sua straordinaria e preveggente modernità, quella per cui molti dei suoi articoli potrebbero essere stati scritti in questi giorni per intervenire puntualmente nel dibattito del presente.
Figura tra queste intuizioni quasi profetiche la critica durissima riservata a quella che definirei “riconversione ambientale per editto”. Siamo soliti spiegarci i successi della destra in tutto l’occidente con le paure irrazionali e destate ad arte delle migrazioni. Ma è altrettanto importante e incisiva la reazione alla riconversione ecologica dall’alto. L’Unione europea, nel suo Green Deal, ha tenuto in scarso conto l’impatto sulla popolazione e sulle sue fasce maggiormente in difficoltà ed è un errore che, se non corretto, si rivelerà fatale. Langer era molto critico nei confronti di quello che definiva «Stato etico-ecologico», cioè una forma di «eco-dirigismo o eco-autoritarismo possibilmente illuminato e mondiale». Per quanto giusti e anzi necessari possano essere gli obiettivi, una scelta del genere «si colloca al di fuori della politica, o almeno di una politica democratica» e ogni volta che si è battuta quella strada «il bilancio etico della privazione di libertà è stato disastroso». L’alternativa, la sola alternativa per “il padre dell’ecologismo” di sinistra e democratico, è una rivoluzione culturale profonda, tale da sostituire l’antico motto “citius, altuis,fortius”, “più veloce, più alto, più forte”, cioè una condizione che fa della competizione strenua la norma, con una concezione opposta: “lentius, profundius, soavius”, “più lento, più profondo, più dolce”. Senza un cambiamento radicale di questo tipo «nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso».
La radicalità di Langer non è ideologica, esula da ogni estremismo. È il risultato di un’analisi oggettiva. Le leggi, i divieti, gli interventi dei governi sono utili e necessari ma possono solo tamponare la situazione. Servono a frenare il disastro, non a fermarlo. Per risolvere quella che si configura come la principale minaccia per la sopravvivenza della specie umana su questo pianeta è necessario uscire dalla «spirale espansionistica ed orientata al profitto che fa girare il carosello della crescita economica». Non solo ripensare ma rovesciare il modello di sviluppo. È una sfida persa in partenza se non si mette al centro delle azioni dei governi la difesa di chi dalla riconversione viene punito e impoverito. È su questa mancanza di attenzione alle fasce penalizzate dal Green Deal che sono montate negli ultimi anni le resistenze alla riconversione e che si è ingrassata in tutta Europa una destra miope, negazionista, pericolosa eppure premiata perché capace di rassicurare sui tempi brevi.
Non si tratta, ovviamente, di adottare posizioni massimaliste o di sottovalutare l’immenso peso delle scelte dei governi. Non era a questo che alludeva lo stesso Langer che, al contrario, mostrava di essere allo stesso tempo visionario e pragmatico su tutti i molti fronti che lo vedevano impegnato. Convinto che la convivenza pluri-etnica e pluri-religiosa sia l’orizzonte ma anche consapevole, senza faciloneria, del fatto che «la diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio». Per questo, più che trincerarsi dietro «la retorica e il volontarismo dichiarato» suggeriva di studiare e approntare gli strumenti necessari per edificare quella che definiva «una complessa arte della convivenza».
Anche sul fronte della difesa dell’ambiente, Langer indicava con puntigliosa precisione quali decisioni avrebbero dovuto essere adottate subito cercando però di recuperare quello «sguardo lungo» capace di guardare oltre la convenienza immediata e il ritorno a breve in termini di consenso. Una concezione della politica in grado di progettare e procedere con metodo e per tappe, senza lasciarsi incantare sempre e solo dalle sirene del vantaggio a breve termine, che si era già allora, a metà degli anni ’90, quasi completamente perso.
In questi trent’anni la situazione è solo peggiorata e non soltanto da questo punto di vista. Uno dei pochi elementi positivi che Langer riscontrava era il rallentamento nella corsa agli armamenti, fondamentale anche per qualsiasi politica di riconversione ecologica. Non bastava affatto ma era almeno un punto positivo che sembrava irreversibile e non lo era affatto. La montagna che dobbiamo con pazienza e tenacia ricominciare a scalare è oggi più alta di quanto non fosse nel 1995. Le riflessioni e le intuizioni di Langer sono oggi forse ancora più che allora una bussola preziosa. E spero possano essere parte della riflessione della scommessa su cui stiamo puntando, cioè Alleanza Verdi-Sinistra. Non semplicemente un cartello elettorale, ma un tentativo di immaginare una nuova cultura politica – fondata sulla giustizia ambientale e sulla giustizia sociale – più simile ad una contaminazione che ad un patto tra diversi. «Privilegiare il lungo invece che il breve periodo» insomma, cosa non certo facile – soprattutto di questi tempi – ma, io credo, indispensabile. © RIPRODUZIONE RISERVATA
