Ibrahimovic, Pedro, Lucas Leiva e gli altri: messi alla porta dal calcio inglese, da noi dettano legge

Oltremanica si va a mille all’ora e i gloriosi pezzi da novanta della Premier sono più adatti al passo cadenzato della Serie A. I campioni stagionati fanno valere ancora i diritti della classe, con serie conseguenze però: importiamo nobilissimi ultratrentenni, esportiamo freschezza atletica e piedi buoni di giovani talenti. Basterà la svolta inglese di Mancini in Nazionale per capirlo?


L’analisi di MARCO FILACCHIONE

Ibrahimovic che cambia i destini del Milan; Pedro, Mkhitaryan e Smalling imprescindibili nella Roma; Lucas Leiva gran ministro del centrocampo laziale. Campioni diversi per origini e caratteristiche, ma legati da un paio di analogie: hanno passato (più o meno abbondantemente) la trentina e vantano lunghi trascorsi in Premier League. Per dirla in altre parole, sono stati elegantemente messi alla porta dal calcio inglese proprio per raggiunti limiti di età e di efficienza atletica.

Basti ricordare gli ultimi mesi al Manchester United di Ibrahimovic, funestati da gravi problemi al ginocchio e intristiti dalle scelte di Mourinho che, avendo a disposizione il giovane e forte Lukaku, non reputava più fondamentale il totem svedese. Oppure la parabola nel Liverpool di Lucas Leiva, a cui Klopp tributava incondizionata ammirazione sul piano umano, ma spazi sempre più esigui in campo. Insomma, gloriosi pezzi da novanta, non più buoni per gli squadroni inglesi, vengono in Italia e dettano legge. 

Per capirne i motivi è forse sufficiente dare un’occhiata in rapida sequenza a una partita di Premier e a una di Serie A. Oltremanica si va a mille all’ora, in un rutilare di sovrapposizioni, incroci e percussioni. Almeno dal centrocampo in su, la danza è condotta da ragazzi ben al di sotto dei trent’anni, salvo casi eccezionali. In Italia si fraseggia per lunghi tratti a passo cadenzato, il che permette a campioni stagionati di far valere i diritti della classe.

Nei confronti internazionali, resta da parte nostra un’attenzione tattica più marcata e un retaggio del sano cinismo che ha sempre accompagnato il calcio italiano, ma sono fattori che da soli non bastano più, anche perché le migliori espressioni inglesi aggiungono allo spessore atletico una qualità tecnica straordinaria. Il recente 0-5 rifilato dal Liverpool all’ottima Atalanta ne è riprova eclatante. A proposito di dimensione internazionale: la spettacolare Nazionale costruita da Mancini (tecnico in Premier per quattro anni) è figlia proprio di una svolta all’inglese, tradottasi nel lancio di una pattuglia di ragazzi (Barella, Verratti, Chiesa, Zaniolo, Locatelli, ecc) capaci di abbinare freschezza atletica e piedi buoni. 

Il mercato però, almeno per quanto riguarda gli stranieri, va in un’altra direzione: mentre importiamo nobilissimi ultratrentenni, esportiamo in Premier talenti giovani ed emergenti: il Liverpool si fa grande con Salah e Alisson, il Chelsea si rinforza con Jorginho, Rudiger ed Emerson, l’Everton punta su Allan, il Leicester su Ünder, per non parlare di Pogba allo United. Unica eccezione di rilievo, quella dell’Inter, che ha sottratto al calcio inglese Lukaku (27 anni) ed Eriksen (28). Eccezione doppia, peraltro, perché il danese sembra l’unico reduce dalla Premier votato al fallimento. 

In definitiva, lunga vita a Ibra, perché vederlo in azione è ancora uno spettacolo, ma la Serie A ha vissuto i momenti migliori quando ha attratto dall’estero giocatori in parabola ascendente: come accadde tanto tempo fa con i vari Liedholm, Nordahl, Altafini, Sivori e Montuori, o in epoca più recente con Maradona, Platini, Falçao, Gullit e Van Basten. Tempi in cui il campionato inglese sembrava una provincia lontana e al tramonto.

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Foto: sotto il titolo, la coppia della Premier League; in alto, Zlatan Ibrahimovič con la maglia del Manchester United; al centro, Roberto Mancini allenatore della Nazionale italiana; in basso, Nicolò Barella con la maglia dell’Inter

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.