
Chiamato a Roma da Italo Pietra, come suo uomo di fiducia e inviato speciale, Vittorio Emiliani si dedicò alle inchieste chiedendo di venir impiegato il più possibile nelle regioni d’influenza del giornale: Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche e Molise. Sei anni dopo, nel pieno della stagione terroristica, da direttore del grande giornale romano, fece sentire uno dei suoi acuti più coraggiosi, per liberare il giudice Giovanni D’Urso sequestrato dalle Brigate Rosse. Poi il radicamento sempre più ampio fin nei singoli quartieri della Capitale, con la cifra record delle 300mila copie quotidiane. L’inserimento di Fulco Pratesi e Franco Tassi fra le grandi firme. E la giubilazione finale, con il suo licenziamento preteso da Martelli e Craxi per eseguire uno dei desiderata di De Mita
➨ L’articolo di PINO COSCETTA
🁢🁢 Col passare degli anni capita sempre più spesso che qualcuno mi chieda di scrivere su quel Messaggero che non c’è più, dei personaggi che lo animavano, dei tanti aneddoti che ormai sembrano favole dei bei tempi passati, e soprattutto dei direttori che avevo avuto. Su quest’ultimo punto il mio conto si è fermato a sette: Alessandro Perrone, Italo Pietra, Luigi Fossati, Vittorio Emiliani, Mario Pendinelli, Paolo Gambescia (al suo primo mandato per 31 giorni) e Giulio Anselmi. Ognuno di loro nel bene e nel male mi ha lasciato qualcosa. Vittorio, più degli altri mi è stato maestro.
Con lui il Messaggero cambiò. Dal giornale laico di Alessandro Perrone ereditato da Italo Pietra che al ‘laico’ aggiunse il ‘democratico e antifascista’, con Vittorio Emiliani il giornale diventò anche ecologista. Fin dalle prime riunioni Emiliani cominciò a battere su questo tasto e sempre più spesso circolavano termini mai uditi prima nelle analoghe riunioni di servizio: ecologia, difesa del verde, consumo del suolo, oasi naturali, Parchi. Alle parole seguirono i fatti. Tra i nuovi collaboratori ‘Grandi Firme’ entrarono, tanto per citarne un paio, Fulco Pratesi e il direttore del Parco d’Abruzzo Franco Tassi. Ma andiamo con ordine.

Nel maggio del 1974 Eugenio Cefis, presidente della Montedison, acquista Il Messaggero dai Perrone e nomina direttore Italo Pietra, già direttore del Giorno, il quale tra i suoi uomini di fiducia chiama al Messaggero Vittorio Emiliani come inviato ed economista, poi caporedattore. Pietra, nominato dalla nuova proprietà e gradito all’unanimità dalla redazione, resterà al Messaggero un anno e un mese. Per altri quattro anni lo sostituì Luigi Fossati proveniente anche lui dal Giorno, e anche lui passa per il gradimento della redazione; lo ottiene, ma non all’unanimità.
Assieme al nuovo direttore arrivò anche un nuovo amministratore delegato, Luigi Guastamacchia, subito ribattezzato da Nino Longobardi in Luigi ‘Guastapacchia’. La pacchia alla quale alludeva il brillante corsivista dell’epoca Perrone, erano le laute collaborazioni con le quali molte Grandi Firme raddoppiavano gli stipendi. In buona sostanza i giornalisti di punta assunti come tutti noi per scrivere articoli, venivano profumatamente pagati per scrivere articoli ‘extra’.
Come aveva preconizzato Nino con la sua solita mordace napoletanità, i primi tagli del ‘guastapacchia’ si abbatterono sulle collaborazioni extra, comprese quelle molto ben pagate di Nino che si licenziò andando a battere i pugni sul tavolo di una misconosciuta televisione privata fondata da un altro transfuga del Messaggero, il potentissimo capo della Giudiziaria Fabrizio Menghini che si vantava di essere depositario di innominabili segreti della famiglia Perrone. Tutte balle. Quei segreti erano più che altro i peccatucci veniali commessi da tutte le grandi famiglie che tenevano nelle loro mani l’editoria del Paese.
Il terzo direttore incaricato dalla Montedison fu Vittorio Emiliani. La redazione concesse il gradimento a larghissima maggioranza, con soli quattordici voti contrari. Uno di quei quattordici voti era il mio. Glielo restituii nei terribili anni di piombo, quando il 12 dicembre 1980 le Brigate Rosse rapirono il magistrato Giovanni D’Urso. In cambio della vita del magistrato i brigatisti chiedevano la pubblicazione integrale di un loro comunicato che essenzialmente puntava alla chiusura del carcere dell’Asinara. Nessun giornale aderì a quella richiesta. Si aprirono dolorose assemblee nei maggiori giornali italiani con i giornalisti spaccati in due fazioni tra chi chiedeva la linea della fermezza e chi invece per evitare un altro “caso Moro”, si mostrava possibilista.
Tra tutte le grandi testate, Corriere della Sera e Repubblica compresi, soltanto il Messaggero diretto da Vittorio Emiliani (contro la volontà della proprietà), si disse pronto a pubblicare. Anche la nostra redazione si spaccò in due, ma Vittorio Emiliani restò fermo sulla sua decisione. A gennaio nell’ultima assemblea di redazione, si presentarono la moglie e le figlie del magistrato rapito. Fu straziante, ma allo stesso tempo determinante. In sede di votazione chiesi il diritto di esprimere il mio voto: «Questa sera rendo al direttore Vittorio Emiliani il gradimento che gli negai al momento della sua nomina, e voto a favore della pubblicazione con la più piena fiducia nei suoi confronti». Il sì alla pubblicazione passò a larghissima maggioranza. Il comunicato venne pubblicato accompagnato da un fondo di Vittorio Emiliani dove, ripudiando le idee dei brigatisti, spiegava le ragioni umanitarie che lo avevano spinto a quella scelta: salvare la vita di un uomo, per di più un servitore dello Stato.
La mattina del 15 gennaio il magistrato Giovanni D’Urso venne ritrovato al Portico di Ottavia incatenato in un’auto, con gli occhi e la bocca coperti da cerotti, ma vivo. Giovanni D’Urso abitava in via Gregorio VII, qualche palazzo più in su della nostra casa. Il 16 gennaio il parigino Le Monde pubblicò la notizia della liberazione del magistrato D’Urso illustrandola con un disegno del celebre disegnatore Chenez dove si vedeva il magistrato volare libero sull’ala di un aeroplanino di carta fatto con un foglio del Messaggero.

Vittorio Emiliani nominato direttore il 1º gennaio 1980, restò in carica fino al 26 gennaio 1987. Nell’arco di sette anni portò il Messaggero che quando lo aveva preso veleggiava tra le 100/130.000 copie di vendita giornaliera, alla bellezza di 300.000 copie. Le quattro regioni d’influenza del Messaggero, Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo più il Molise spesso superavano le centomila copie di vendite. Per la Cronaca di Roma, sulla falsa riga delle Regioni, creò la “Redazione dei Quartieri” guidata da Mauro Piccoli che fece schizzare in alto le vendite anche nella capitale. Tutto questo grazie alle iniziative mirate decise da Vittorio Emiliani il quale, quando venne assunto come inviato a differenza degli altri colleghi che puntavano a prestigiose destinazioni, chiese di venir impiegato il più possibile nelle regioni d’influenza del giornale: Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche e Molise. Da direttore accentuò la sua attenzione sulle Regioni che metodicamente visitava assieme a me. L’Abruzzo in primis.
Un anno lanciò un’iniziativa che da sola aumentò il prestigio del giornale riverberandosi sulle vendite con il conseguente poderoso aumento nella raccolta pubblicitaria. L’iniziativa consisteva nell’inviare nelle città capoluogo di provincia quattro o cinque inviati, che dovevano produrre un’inchiesta a più mani, ciascuno sulla provincia di sua competenza; i loro articoli venivano poi pubblicati su due o più pagine nazionali. Ma non finiva qui. All’uscita dei servizi, il direttore Emiliani, gli inviati che avevano redatto i servizi e il caporedattore delle Regioni, raggiungevano il capoluogo della provincia interessata dove si teneva una tavola rotonda alla quale, oltre al sindaco e alle altre autorità, erano invitati gli imprenditori, i commercianti, i sindacati e la cittadinanza intera. Spesso le sale istituzionali non bastavano a contenere i partecipanti e la tavola rotonda si spostava in lunga teoria nei teatri comunali.
Ogni volta che partivamo per questi viaggi in Abruzzo, ovunque fosse la destinazione, l’appuntamento fisso, sia all’andata che al ritorno, era San Sebastiano dei Marsi. Nello specifico al Bar-Taverna di Giorgio Di Pietro, reso imprescindibile dalla cucina di ‘mamma Gemma’. In realtà la prima volta che portai Vittorio Emiliani a San Sebastiano non fu per una di quelle oceaniche tavole rotonde, ma per una semplice visita alla redazione di Pescara. A mezzogiorno o poco più, ad un chilometro dal casello di Pescina che qualche anno dopo incanterà anche Manganelli, gli dissi: «Ti porto a mangiare in un posto del quale poi non potrai più fare a meno». Si fidò.
Arrivammo inaspettati al Bar-Taverna all’ora giusta per metterci a tavola. Inutile dire che Gemma si superò. Dopo aver ben pranzato, salutati Gemma, Ninuccio e Giorgio, ci avviammo verso la porta. Facemmo appena a tempo ad uscire e ci trovammo difronte Ferdinando Mercuri che già dal 1982 avevo nominato corrispondente di San Sebastiano e del Parco d’Abruzzo tutto intero. Alla vista del direttore Ferdinando restò senza parole, come inebetito. Per destarlo dalla meraviglia gli dissi: «Ferdinà, ma che fai non parli… è Vittorio Emiliani, il tuo direttore». E lui riavutosi dalla sorpresa esclamò: «… e che devo dire… è come se Don Liberato uscendo dalla sua chiesa si fosse trovato davanti il Papa».

Nel 1987, giubilato da Claudio Martelli e Bettino Craxi, la Montedison di Gardini e Sama lo licenziò per far posto al rampante e più malleabile Mario Pendinelli caldeggiato da De Mita. Nell’ambito giornalistico si dice sempre che un direttore conosce la data della sua nomina ma non quella della sua giubilazione. Quindi ci poteva stare; ma il licenziamento di Emiliani, considerando i traguardi raggiunti in termini di vendita e di raccolta pubblicitaria uniti al prestigio acquisito dal giornale, fece scandalo.
I Progressisti vicini al Psi lo candidarono nel 1994 nel collegio di Urbino dove venne eletto. Alla scadenza decise di non ripresentarsi. Nel 1998 fu nominato consigliere del Consiglio d’Amministrazione della Rai, quella “dei professori” come la catalogarono i giornali. Lo stesso Consiglio giubilato poi dal Governo Berlusconi. A quell’esperienza dedicò un libro: “Affondate la Rai – Viale Mazzini prima e dopo Berlusconi”.
Ha collaborato a lungo come opinionista a vari giornali nazionali e, parallelamente, si è dedicato alla scrittura di molti libri di successo come “I tre Mussolini” (Emiliani è nato a Predappio e sua nonna era cugina di Benito Mussolini); “Benedetti e maledetti socialisti”, “Vitelloni e Giacobini – Voghera-Milano fra dopoguerra e boom”, “Cinquantottini – L’Unione Goliardica italiana e la nascita di una classe dirigente”, “Roma Capitale malamata” e molti altri titoli; tra questi “La discesa del Tevere e altre storie di Fiumara” scritto a quattro mani con me che, in 38 anni di Messaggero da Alessandro Perrone a Giulio Anselmi, ho avuto il bene di lavorare, dal 1962 al 1995, alle dipendenze di sette direttori responsabili e di un solo direttore che mi ha insegnato molte cose, di vita e di mestiere: Vittorio Emiliani. © RIPRODUZIONE RISERVATA
