Superprofitti del gas. I cittadini li pagano due volte: come utenti e come contribuenti 

Da quando produzione trasporto e distribuzione di energia e gas sono diventati privati, un complesso meccanismo di regolazione determina il prezzo finale secondo il principio dell’“offerta marginale”. Risultato: per compensare famiglie e imprese dell’aumento delle bollette, i cittadini pagano attraverso la fiscalità generale i cosiddetti bonus. Non solo come aiuti alle imprese e alle famiglie, ma anche come aiuti ai gestori dell’energia per consentire loro di lucrare il super profitto. Si tratta di una «doppia» imposizione a carico dei cittadini: per arricchire i nuovi «feudatari» (le imprese oligopolistiche dell’energia), e per aiutare famiglie e imprese vessate dai nuovi padroni del vapore. Spagna e Portogallo hanno avuto una «deroga europea» a un meccanismo iniquo. Perché l’Italia nemmeno ci prova?


L’analisi di CARLO IANNELLO, giurista

LA CRISI INFLAZIONISTICA e la guerra in Ucraina hanno prodotto un rilevante aumento dei prezzi dell’energia, rispetto al quale il governo italiano, come quelli dell’Unione europea, stanno cercando di prendere misure volte ad attenuare il costo, salito vertiginosamente, per le famiglie e per le imprese delle bollette di gas e di elettricità. I soli governi spagnolo e portoghese sono riusciti ad ottenere una importante «deroga» all’applicazione delle normative europee per far fronte all’aumento del gas imponendo un prezzo massimo. 

In pochi si sono però domandati cosa c’entri la diminuzione del prezzo dell’energia con la «deroga» ottenuta dalla Spagna e dal Portogallo alle normative europee, cioè a direttive pro-concorrenziali, volte a introdurre la concorrenza in settori (gas ed energia elettrica) che dal dopoguerra alla metà degli anni Novanta dello scorso secolo erano caratterizzati dalla presenza di monopoli pubblici nazionali cui era riservata la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia. Una riserva alla mano pubblica che escludeva in radice l’impresa privata. Normative pro-concorrenziali che sono state imposte dalle istituzioni europee sul presupposto che l’introduzione di principi «concorrenziali» in questi settori avrebbe determinato un indubbio beneficio per il consumatore: se al monopolio si sostituisce la libera concorrenza, spiegano gli economisti, i costi si riducono.

Questo principio, tuttavia, non è un dogma religioso ed opera quando siamo in presenza di un mercato effettivamente concorrenziale. In un (non) «mercato», invece, è difficile da realizzare, come nel caso dell’energia elettrica e del gas naturale. Infatti, il presupposto del «vecchio» monopolio pubblico era rappresentato dalla circostanza che questi settori rappresentano un «monopolio naturale», cioè un ambito economico in cui, essendo necessaria una rete (che non può che essere «unica», per una serie di ragioni) non permette la concorrenza. Per cui, durante il periodo in cui ha prevalso il compromesso keynesiano, questi settori erano, più o meno pacificamente, affidati al monopolio pubblico. Questo, del resto, è il senso dell’art. 43 della Costituzione che permette di «riservare» alla mano pubblica le imprese «monopolistiche», relative alle «fonti di energia» e quelle che si riferiscono a «servizi pubblici essenziali». 

In questo campo si è manifestata tutta «l’astrattezza» dell’ideologia neoliberale che ha preteso di realizzare una regolamentazione «contro natura», cioè volta a decostruire la «naturalità» del monopolio attraverso una regolazione pro-concorrenziale. Il sistema di regolazione europeo dell’energia e del gas naturale ha così creato dei mercati del tutto «artificiali». Artificiali per una serie di ragioni. Basterà citarne una sola. Sebbene io possa acquistare energia da una ‘pluralità di produttori, non potrò mai giudicare la qualità del servizio offerto dal produttore con cui ho stipulato il contratto (così come la sua efficienza, come ad esempio, l’uso di carbone o di solare, ecc.) perché ciò che mi arriva a casa è sempre lo stesso prodotto (un flusso di elettroni, poco rilevando se sia prodotto con l’eolico o con il petrolio).  Così la qualità del servizio (cioè se si accende la lampadina quando premo l’interruttore) dipende «unicamente» dal gestore («unico») della rete. Disfunzioni che finiscono con il porre a carico degli utenti i costi di una complicatissima regolamentazione, che non riesce affatto a «simulare» il funzionamento dei mercati concorrenziali e nemmeno a produrre quel beneficio invocato dai teorici del neoliberalismo. Ma in tempi normali queste disfunzioni non emergono agli occhi del grande pubblico, rimanendo appannaggio solo di qualche raro studioso che pone in dubbio l’efficienza di tale regolamentazione e la sua equità.

In questo periodo di crisi, però, i difetti si sono amplificati. E il rilevante costo dell’energia è proprio uno di questi effetti perversi del sistema. Infatti, è noto che mentre le bollette salgono «vertiginosamente», in maniera paradossale salgono anche i «super profitti» (eufemisticamente definiti dagli esperti «extraprofitti») per le aziende energetiche. Il che significa che l’aumento dei prezzi, mentre pesa sulle famiglie e sulle imprese «utenti», è un grande beneficio per i gestori dell’energia, scalfito solo in minima parte dell’aumento della tassazione volta a colpire specificamente tali superprofitti. Ma come è possibile? Se aumenta il prezzo del grano, ad esempio, aumenterà il costo per i cittadini che comprano pane, ma anche per i panettieri, che non faranno certo né super né extra profitti. 

Come è possibile allora questo paradosso che vede i cittadini subire effetti tremendi e le imprese dell’energia arricchirsi immensamente? La spiegazione sta tutta nella formazione del prezzo dell’energia, un meccanismo pro-concorrenziale complesso perché si deve necessariamente garantire che «tutta» la domanda quotidiana di energia sia soddisfatta. Altrimenti si interromperebbe il servizio al pubblico con effetti catastrofici. Mentre non è un dramma se la domanda di mele di un determinato giorno non venga completamente soddisfatta, sarebbe drammatico che la domanda di energia non fosse soddisfatta interamente. 

Quando il sistema era pubblico e l’energia veniva prodotta, trasportata e distribuita dall’Enel e dell’Eni alla soddisfazione del fabbisogno pensavano queste imprese, che da monopoliste potevano produrre in coerenza con la domanda, mentre i prezzi erano decisi dal governo. Ma quando è diventata privata, con la liberalizzazione del settore, non c’è più un’impresa pubblica che può garantire la piena soddisfazione della domanda, per cui occorre ricorrere a un complesso meccanismo di regolazione che si basa sulla presenza di un acquirente unico che realizza una «gara» per soddisfare la domanda di energia. La gara è il solo meccanismo che può simulare il «mercato» in un settore «naturalmente» estraneo alla concorrenza. 

Facciamo un esempio per chiarire la situazione. Se servono 10 MegaWatt di energia, l’acquirente unico bandisce una gara per sollecitare il mercato. Se l’impresa A offre 6 MegaWatt a 1 euro l’uno, l’impresa B 3 MegaWatt a 3 euro l’uno, l’impresa C 1 MegaWatt a 10 euro,  e l’impresa D 1 MegaWatt a 12 euro, l’acquirente chiuderà la gara accogliendo l’offerta dell’impresa C (l’ultima offerta necessaria per soddisfare la domanda), lasciando fuori la D. Ma quanto pagherà complessivamente? Non 25 euro come parrebbe ragionevole (6 all’impresa A, 9 all’impresa B e 10 alla C), ma ben 100 euro, perché il prezzo si determina «sull’offerta marginale», cioè su quella, necessariamente più cara, che fa chiudere la gara. Il che significa che l’impresa A avrà un immenso «superprofitto» (o extraprofitto che dir si voglia), del tutto incoerente con il prezzo «reale» dell’energia o del gas, ma perfettamente «coerente» con la normativa pro-concorrenziale che regola il settore. 

Questa è quanto sta accadendo, ad esempio, con il prezzo del gas. Il gas che soddisfa la domanda quotidiana, infatti, è in buona parte frutto di contratti pluriennali (quelli con la Russia, infatti, hanno un costo costante) mentre solo una piccola parte, quella che serve per raggiungere il fabbisogno complessivo, soffre delle oscillazioni di mercato. Ma il sistema pro-concorrenziale, determinando il prezzo sull’offerta marginale, provoca un vertiginoso aumento delle bollette di cui beneficiano i gestori e che si ripercuote drammaticamente su famiglie e imprese. Non una «truffa colossale», dunque, perlomeno sul piano meramente formale, ma l’applicazione di una «regolamentazione» iniqua concepita dai teorici del neoliberalismo. 

Questo «superprofitto» (che è molto più super che extra) delle imprese energetiche lo pagano i cittadini, come se fossero soggetti a un’impropria tassazione a favore dei nuovi padroni del vapore. Ironia della sorte vuole che gli stessi cittadini, per compensare famiglie e imprese dell’aumento del gas, paghino poi attraverso la fiscalità generale gli aiuti (i cosiddetti bonus), che vanno letti non solo come aiuti alle imprese e alle famiglie , ma anche come aiuti ai gestori dell’energia per consentire loro di lucrare questo super profitto. Per evitare questa «doppia» imposizione a carico dei cittadini, una volta come «utenti», per arricchire i nuovi «feudatari» (le imprese oligopolistiche dell’energia), e una volta come «contribuenti», per aiutare le famiglie e le imprese vessate dai nuovi padroni del vapore, bisognerebbe semplicemente «derogare» alla normativa europea per poi correggere definitivamente un mercato innaturale costruito per realizzare l’interesse di pochi a danno di molti. Ma questo presupporrebbe un’autocritica sulle politiche degli ultimi decenni. Chi è disposto a farla? © RIPRODUZIONE RISERVATA

Documentarsi, verificare, scrivere richiede studio e impegno
Se hai apprezzato questa lettura aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

About Author

Napoletano, è professore di Istituzioni di Diritto pubblico presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli dove insegna Diritto dell’ambiente, Diritto pubblico dell’economia e Biodiritto. È stato visiting professor presso università francesi (Paris 2 Panthéon Assas, Università Du Maine, Università di Toulouse). È autore di ricerche sui servizi pubblici locali e nazionali, sul regionalismo differenziato, sui diritti fondamentali, sul tema «Salute e libertà. Il fondamentale diritto all’autodeterminazione individuale». Da sempre impegnato in battaglie civili a difesa del patrimonio storico, artistico e paesaggistico e contro l’assalto ai beni collettivi. Componente dell’Assise di Palazzo Marigliano dal 2004, tra il 2011 e 2016 è stato consigliere comunale a Napoli e presidente della Commissione urbanistica. Carica da cui si è dimesso, in polemica con la proposta dell’amministrazione di ricapitalizzare la società “Bagnoli Futura” con beni pubblici appartenenti al patrimonio indisponibile dell’ente. Di lì a poco la “Bagnoli Futura” fallì.