Lotta di Liberazione e 25 Aprile: il partigiano della porta accanto

Alla conquista della nostra libertà hanno dato un contributo fondamentale non solo le grandi personalità della cospirazione antifascista, la cui guida era imprescindibile e indispensabile per contribuire alla vittoria finale e alla costruzione di un nuovo Stato, ma anche tante anonime figure di donne ed uomini: nelle baite di montagna, nei casolari di campagna, nelle baracche e nei palazzoni delle città, ma anche nelle linde case della piccola borghesia. Il valore fondativo della nuova Italia nella Resistenza risiede nel suo carattere umano e sociale, prima che politico, di unità popolare: uomini e donne ai quali la guerra aveva aperto gli occhi e infranto il legame che li aveva uniti al fascismo


L’analisi di ANTONIO PARISELLA, storico

¶¶¶ Nei giorni scorsi degli hacker neonazisti hanno attaccato e disturbato la presentazione di “Noi partigiani”. Non si tratta solo del titolo di un libro, ma di quello di un intero programma – promosso dall’Anpi − basato sulla conservazione delle memorie orali e audiovisive di protagonisti della lotta resistenziale. A settanta e più anni dalla Liberazione l’Anpi ha sentito l’esigenza di richiamare l’attenzione sui partigiani combattenti come i protagonisti principali e decisivi della scena resistenziale non solo perché il decorrere del tempo ne falcidia ogni anno di più le file. Infatti, soprattutto dopo le ricorrenze del cinquantenario, la scena è andata via via popolandosi di altri soggetti dei quali ci si era fin troppo facilmente dimenticati.  

Solitamente, il primo riferimento è alla “resistenza taciuta” delle donne, oggi non più tale, non limitata alle staffette, ma all’affermazione di un non esiguo numero di combattenti. E, accanto ad esse, quella dei militari: quelli che, particolarmente nel Nordovest, avevano dato corpo alle brigate “autonome”, altro protagonista collettivo accanto (e talora in conflitto) alle Garibaldi e alle Giustizia e Libertà e alle Matteotti. Ma anche quella dei militari clandestini, come il Fronte militare della Resistenza presente a Roma e nell’Italia centrale e quella di coloro che – dopo che il moto siciliano del “non si parte” aveva vanificato il richiamo obbligatorio − dal Sud avevano ingrossato da volontari i ranghi del regolare Corpo italiano di Liberazione, risalendo e combattendo con le forze alleate sulla linea adriatica. Ma soprattutto, oggi più che mai, quella dei 600.000 e più internati militari italiani.  

Agli albori della storiografia resistenziale, dei militari si era affermata l’alterità rispetto alla Resistenza. E, con gli internati passiamo alla Resistenza dei non armati. Sono presenze delle quali ci si era accorti appena o non ci si era accorti affatto (con l’eccezione di religiose e religiosi). Eppure, con Jacques Sémelin, in un convegno internazionale in Francia (Dieulefit, Provenza – novembre 2010) ci eravamo trovati ad osservare che costituivano la maggior parte della popolazione. Se ne parlava come di resistenti passivi, ma oggi ci siamo accorti che − oltre alle  vaste opere di assistenza e protezione di clandestini di ogni genere (ebrei, dissidenti politici, militari e renitenti, exprigionieri britannici e piloti salvati col paracadute, ecc…) − comprendevano sabotatori e antisabotatori, raccoglitori e trasmettitori di informazioni militari con radiotelegrafi, attivisti addetti a redigere, stampare e diffondere giornali, volantini, manifesti, e tutte quelle attività non censibili svolte in famiglia per salvare sé ed altri ed ostacolare l’attività degli occupanti, ecc…  Un così alto numero di uccisi nelle rappresaglie, nelle stragi, nell’interminabile rosario delle uccisioni individuali – meritoriamente censiti in apposito Atlante – mostra a sufficienza come gli occupanti temessero non solo i combattenti, ma anche quelli che potevano diventarlo.

Di fronte a questa realtà, così ampia, occorre avere l’umiltà di ammettere che alla conquista della nostra libertà hanno dato un contributo fondamentale non solo le grandi personalità della cospirazione antifascista, la cui guida era imprescindibile e indispensabile per contribuire alla vittoria finale e alla costruzione di un nuovo Stato, ma anche tante anonime figure di donne ed uomini nelle baite di montagna, nei casolari di campagna, nelle baracche e nei palazzoni delle città, ma anche nelle linde case della piccola borghesia. 

Vale la pena di chiedersi se non avesse ragione uno scrittore poco conosciuto ai più, come Giacomo Noventa, nel considerare fin dal 1947 il valore fondativo della nuova Italia nella Resistenza e nel suo carattere umano e sociale, prima che politico, di unità popolare di uomini e donne ai quali la guerra aveva aperto gli occhi e infranto il legame che li aveva uniti al fascismo.

Il grande storico Giampiero Carocci a proposito della storiografia resistenziale successiva al cinquantenario, poco prima della sua scomparsa aveva parlato di storiografia post-pavoniana, con riferimento al libro di Claudio Pavone, Una guerra civile. Il carattere distintivo di essa era proprio questo allargamento dei soggetti, mentre il libro di Pavone aveva compiuto un’attenta e penetrante analisi della “moralità” dei soli partigiani combattenti.  Ma non solo.  Quell’attenzione al mondo delle convinzioni, dei sentimenti, dei motivi ispiratori, dei progetti ed utopie, collocate nella comune definizione di  “moralità”, che – nei limiti del possibile – dovrebbe essere esteso a chi componeva la realtà più ampia. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nato a Roma il 25 aprile 1945, già professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Parma, è presidente del Museo storico della Liberazione. Ha scritto, tra l’altro, Sopravvivere liberi. Storiografia e Resistenza a cinquantanni dalla Liberazione (Gangemi, Roma 1997), Cattolici e Democrazia cristiana in Italia. Analisi di un consenso politico (Gangemi, Roma 1999), Cultura cattolica e Resistenza nell’Italia repubblicana (AVE, Roma 2005), Storia & comunicazione (con Vincenzo Parisella) (Battei, Parma 2018), Resistere per esistere. Storiografia e Resistenza (Gangemi, Roma 2021)