Le terre rare al centro dello scontro in Afghanistan, tra geopolitica, economia ed ecologia 

Le terre rare saranno il carburante tecnologico della transizione verde in tutto il mondo

Il loro nome è un’eredità della seconda rivoluzione industriale, quando l’accesso a questi elementi era davvero raro e difficile. Sono il futuro delle politiche green per la lotta alla crisi climatica, ma la loro produzione ha un forte impatto ambientale e crea tensioni politiche tra superpotenze. Cina e Russia si impongono pochi limiti, mentre Stati Uniti e Unione Europea devono trovare alternative alla situazione attuale. E l’area centro-asiatica diventerà un terreno centrale nello scacchiere strategico del mondo per quanto c’è di più prezioso nel suo sottosuolo. Il martoriato paese asiatico è provvisto in abbondanza di terre rare, ed è questo il settore sul quale il regime talebano potrebbe basare la sua ricostruzione. Fautore di questo possibile sviluppo economico afghano potrebbe essere proprio la Cina costruendo infrastrutture civili


L’analisi di COSIMO GRAZIANI

LE CHIAMANO “TERRE RARE”, ma rare non sono. Saranno il carburante tecnologico della transizione verde per ridurre gli effetti del cambiamento climatico, ma la loro estrazione è tutto tranne che a impatto zero. Il gruppo di diciassette elementi chiamati appunto terre rare (lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio, ittrio, promezio e scandio) è oggetto di studio di analisti economici e politici da molti anni. E non c’è da stupirsi; nessun settore della nostra vita è esente dall’utilizzo di questi minerali: dovete andare in ospedale per una risonanza magnetica? Le terre rare migliorano le prestazioni dei magneti permanenti del dispositivo medico. Volete comprarvi un televisore nuovo? Anche in questo caso la luminosità dei colori è data dalle terre rare. Per non parlare dei veicoli elettrici: oltre ai pannelli fotovoltaici, lo strumento che utilizzeremo di più per ridurre l’inquinamento sono le auto ibride ed elettriche, che non possono prescindere dalle terre rare. 

L’Afghanistan possiede in abbondanza terre rare, e la Cina è presente con licenze estrattive dal 2007

Gli ultimi eventi in Afghanistan le hanno portate prepotentemente al centro del dibattito politico. Il martoriato paese asiatico ne è provvisto in abbondanza, tanto che si potrebbe considerare il settore sul quale basare la ricostruzione economica del nuovo regime. Fautore di questo boom potrebbe essere la Cina, che ha investito in progetti estrattivi e licenze nel paese fin dal 2007. Ma l’Afghanistan non è l’unico paese in cui sono presenti. La loro distribuzione geografica è molto amplia, basti dire che l’unico continente in cui davvero scarseggiano è l’Europa. Nel resto del mondo i paesi con maggiori giacimenti sono: Cina, Brasile, Australia, Africa Occidentale, Africa Orientale, Russia e, appunto, Afghanistan. Il loro nome non è altro che un’eredità della seconda rivoluzione industriale, quando l’accesso a questi elementi era davvero raro e difficile. Al giorno d’oggi invece, le rilevazioni scientifiche hanno permesso la scoperta di giacimenti in tutto il mondo.

La produzione di terre rare è un processo laborioso e complesso perché questi elementi si trovano nel terreno in quantità infinitesimali. Bisogna quindi scavare in profondità e successivamente separate la terra dai minerali veri e propri. Il processo di separazione avviene attraverso l’utilizzo di acidi e altre sostanze chimiche, di difficile stoccaggio dopo l’uso. Gli scavi in profondità e l’uso di sostanze chimiche creano due enormi danni per l’ambiente: l’alterazione del territorio e il suo inquinamento. Una miniera di terre rare può raggiungere un’estensione di circa venti chilometri. Nonostante questi aspetti dannosi, il mondo del futuro non potrà fare a meno di queste terre. Considerato che la transizione verde è uno dei pilastri delle agende politiche degli stati nei prossimi anni parallelamente allo sviluppo tecnologico, la domanda crescerà, facendo lievitare il volume di affari della loro produzione e commercio di anno in anno, con somma gioia dei paesi ricchi di giacimenti minerari. 

Raffinazione di terre rare a Bayan Obo nell’Inner Mongolia in Cina, sito minerario più grande al mondo

Un paese prima di altri si è accorto del potenziale strategico delle terre rare sia in termini ecologici sia in termini politici: la Cina. Pechino detiene essenzialmente un monopolio: ha al suo interno il 48% dei giacimenti mondiali, produce il 90% delle terre rare a livello mondiale, ha praticamente sviluppato il settore (la miniera di Bayan Obo ha iniziato a estrarre a metà del secolo scorso) e grazie alla sua tradizione è l’unica ad avere la tecnologia per la raffinazione. La Cina ha quindi un vantaggio enorme sugli Stati Uniti e sull’Occidente in generale. 

La Cina ha saputo sfruttare questo vantaggio e fin dai primi anni del nuovo millennio ha migliorato il suo settore interno e parallelamente ha investito all’estero. Gli investimenti cinesi si sono sviluppati in Africa e in Sudamerica, dove è arrivata a partecipare al 100% della produzione in Brasile e a controllare importanti porzioni dei settori argentino e cileno, ma ha anche saputo approfittare dell’arretratezza tecnologica degli Stati Uniti, che negli scorsi decenni inviavano le terre rare da raffinare in Cina perché sul proprio suolo non avevano siti per il processo di raffinazione. Poiché le aziende che negli ultimi trenta anni hanno trainato lo sviluppo economico mondiale erano americane, gli Usa hanno accresciuto la loro dipendenza dalle importazioni cinesi. L’unica miniera funzionante nel paese americano, quella di Mountain Pass in California, ha prima cessato le attività e poi le ha riprese a singhiozzo, nonostante abbia raggiunto importanti numeri nella produzione a livello mondiale. Ma la dipendenza non è solo una questione americana; anche l’Unione Europea e il Giappone hanno lo stesso problema. Tale situazione ha permesso a Pechino di usare le terre rare come strumento di ricatto politico fin dal 2010.

L’Unione Europea ha raggiunto il 98% di dipendenza dai produttori di terre rare 

Tra le superpotenze mondiali, è la Russia che sta cercando di diventare una produttrice di terre rare con una serie di progetti in Siberia. Se il due paesi, Cina e Russia, dovessero fare fronte comune in questo settore, allargando così la loro convergenza di interessi, la misura potrebbe essere essenzialmente giustificata in chiave anti-occidentale. L’Unione Europea, gli Usa (in particolare con l’amministrazione Biden) e i loro alleati sono i paesi che hanno fatto della lotta al cambiamento climatico un obiettivo politico. Ma se questi paesi dovessero accrescere la loro dipendenza dall’importazione di terre rare (dipendenza che in Ue ha raggiunto il 98%), ci si troverebbe in uno scenario simile a quello che vivono i paesi Ue con la Russia nel campo degli idrocarburi: la necessità di fare affari con un rivale che tiene il coltello dalla parte del manico. In questo quadro, le ricchezze del sottosuolo afghano assumono un rilievo crescente nella composizione del nuovo quadro economico oltre che geo-politico.

Cina e Russia hanno dei vantaggi che in termini economici si possono definire “comparati”: non hanno vincoli ambientali ai progetti estrattivi ed essendo le terre rare considerate strategiche, hanno un fortissimo coinvolgimento statale nel settore. Aspetti cha al momento mancano sia agli Stati Uniti che all’Unione Europea. Proprio per queste ragioni la sfida, già iniziata, per gli Stati Uniti e l’Unione Europea sarà la creazione di catene di produzione alternative a quella attuale che coinvolge la Cina, anche in ottica ambientale: gli Stati Uniti hanno investito nell’unico giacimento di terre rare in Europa, la miniera di Sillamae in Estonia, mentre l’Unione Europea sta cercando da anni di stabilire partnership con paesi africani, facendo così concorrenza alla Cina, e ha come obiettivo il recupero di terre rare da riciclo di vecchi device. Il tutto per rendere la produzione degli elementi più importanti del XXI secolo il più possibile a impatto zero. E sarebbe già un bel passo avanti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dopo la laurea in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università RomaTre mi sono trasferito prima in Estonia, poi nel Regno Unito e successivamente in Kazakistan per conseguire il Master in Studi Eurasiatici. Mi occupo di politica internazionale e dell'Asia Centrale anche per il Caffè Geopolitico e L'Osservatore Romano. Tra i paesi in cui ho vissuto per studio o per esperienze lavorative ci sono anche gli Stati Uniti, Spagna e Ungheria. In tutti questi paesi, l'obiettivo è stato di immergersi nella cultura locale