La “linea del Piave” energia-clima è ora di tutto il mondo: lo dice l’Ipcc oscurato dalla guerra in Ucraina

In pochi mesi dal G20 di Roma e della Cop26 di Glasgow, la transizione ecologica italiana si è ridotta all’indipendenza dal gas russo

I carri armati di Putin sul territorio ucraino hanno oscurato l’ultimo rapporto dell’Onu sulla crisi climatica che incombe sul Pianeta. Come il Mar Rosso sopra l’esercito del Faraone all’inseguimento del popolo eletto, le acque si sono richiuse ora sopra di noi. Questa volta su inseguiti e inseguitori. Il flusso dell’informazione e quello delle azioni contro il “global warming” è entrato in un loop di silenzio. Soprattutto in Italia. Assai più preoccupante è la miopia “globale” che non può non vedere quanto gli eventi si siano avvicinati. L’Unione Europea ha già deciso per il «meno 55%» al 2030, rendendo così credibile il «meno 43%» nel mondo di cui parla il Rapporto Ipcc, che assume di fatto questa speranza. Per la quale dobbiamo lottare senza se e senza ma. E senza tregua. Tanto più oggi che il legame tra energia, guerra e crisi climatica è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono guardare in faccia la realtà


L’analisi di MASSIMO SCALIA, fisico matematico

USCITO AI PRIMI d’aprile, approvato a fine marzo dai 195 Governi presenti nell’Onu, è stato accolto dall’indifferenza più generale. È il contributo del Working Group III (WG III) al VI Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Sembrano passati anni da quando voci solenni e impettite di premier, incluso quello italiano, scandivano con nettezza, rispetto alla drammatica accelerazione del cambiamento climatico: “Non c’è più tempo”, che fosse il G20 di Roma o Cop26 di Glasgow. Era meno di sei mesi fa!  Oggi tutto è travolto dalla guerra, la stessa epidemia è affondata nel blob di un’informazione guerrescamente monocorde, nonostante l’indice di positività si mantenga parecchio al di sopra del 10% e la pandemia si sia da tempo trasformata in una patologia endemica, con conseguenze non banali sul piano medico e dell’organizzazione sanitaria. La transizione ecologica si è ridotta, nella narrazione pubblica, all’indipendenza dal gas russo con il divieto di accesso ai porti della Ue e le sanzioni contro finanza e oligarchi russi. Con il plauso del Governo, che, quasi un lapsus freudiano, talvolta si ricorda di citare le energie rinnovabili. 

La vista corta della politica contagia le masse, alle quali invece di “panem et circenses” si propongono lo sgravio del caro-energia e la ripartenza del turismo. O è la vista corta delle masse che detta la miopia politica? Eppure, assai breve è divenuta la distanza nel tempo che ci separa ormai dalla “linea del Piave” energia-clima, che, facili profeti, avevamo posto al 2025 nel corso della mobilitazione dell’autunno scorso, che pure qualche risultato di attenzione aveva avuto, soprattutto per merito di “Italia Libera”. Poi, come il Mar Rosso sopra l’esercito del Faraone all’inseguimento del popolo eletto, le acque si sono richiuse sopra di noi. Inseguiti e inseguitori, questa volta. Il flusso dell’informazione e, di più, quello delle azioni contro il “global warming” è entrato in un loop di silenzio o di ripetitiva inefficacia. Soprattutto in Italia, vabbè un Paese che ormai è abituato a consegnarsi all’irrilevanza generale, non solo quella politica. Assai più preoccupante è la miopia “globale”, che però, ora, non può non vedere quanto gli eventi si siano avvicinati.

Tab. 1 – Potenziali e costi delle varie scelte per ridurre le emissioni GHG entro il 2030 (dalla “Sintesi per i decisori politici” del contributo WG III al VI rapporto IPCC)

In questo ultimo contributo apriliano del WGIII — oltre 2900 pagine sintetizzate nelle 64 pagine dedicate ai policy decision makers, lodevolmente riportate, queste ultime, da Greenreport (4 e 5 aprile) e Climalteranti.it (5 aprile) — l’Ipcc, ormai rassegnata per gli esigui esiti dell’aver sottolineato da anni il dramma incombente — lo fa da tanto tempo da quanto dura la guerra nel Donbass (2014) — ha preferito guardare al bicchiere mezzo pieno. Certo, non rinuncia a premettere: «Senza una riduzione immediata e profonda delle emissioni in tutti i settori, limitare il riscaldamento globale a 1,5° C è fuori portata», ma segnala al contempo quel che, eminentemente ahimè in virtù del mercato, si è ottenuto: «Dal 2010 al 2019 si sono verificate diminuzioni sostenute dei costi unitari dell’energia solare (85%), dell’energia eolica (55%) e delle batterie agli ioni di litio (85%) e grandi aumenti della loro distribuzione, ad esempio di più di 10 volte il solare e di più di 100 volte per i veicoli elettrici (EV), con ampie variazioni per le diverse regioni». Aggiungendo che: «Le opzioni di mitigazione che costano meno di 100 $ per tonnellata di Co2-eq possono ridurre le emissioni globali di Gas a effetto serra di almeno la metà rispetto ai livelli 2019». Per una valutazione più completa su costi e potenziali di riduzione, vedi tabella 1 (qui in alto).

Come il flusso del petrolio mediorientale fu al centro della guerra in Iraq, oggi è il gas russo al centro del braccio di ferro militare per l’invasione dell’Ucraina

Potenziali e costi vanno confrontati con la realtà, ammonisce il Rapporto: «Mentre i flussi finanziari sono da 3 a 6 volte inferiori ai livelli necessari entro il 2030 per limitare il riscaldamento al di sotto dei 2°C entro questo secolo, ci sono capitale globale e liquidità sufficienti per colmare i gap di investimento. Tuttavia, si basano su segnali chiari da parte dei governi e della comunità internazionale, compreso un più forte allineamento delle finanze e delle politiche del settore pubblico». Il cammino della trasformazione energetica necessaria è davvero arduo perché per limitare il riscaldamento globale sulla terra a 1,5 °C le emissioni dei gas serra dovranno «raggiungere il picco al più tardi entro il 2025 e ridursi del 43% entro il 2030; allo stesso tempo, anche il metano dovrebbe essere ridotto di circa un terzo. Anche se lo facciamo, è quasi inevitabile che si superi temporaneamente questa soglia di temperatura, ma che si possa tornare al di sotto di essa entro la fine del secolo».

Molteplici le indicazioni per ottenere quel meno 43% su scala mondo entro il 2030, con un ruolo assai significativo per le città: «Nelle città, le reti di parchi e spazi aperti, le zone umide e l’agricoltura urbana possono ridurre il rischio di inondazioni e ridurre gli effetti delle isole di calore». Città compatte e percorribili a piedi, elettrificazione della mobilità urbana con elettricità da Fer (Fonti di energie rinnovabili), una rapida crescita urbana con nuovi edifici a energia zero o zero emissioni di carbonio in quasi tutti i climi: «L’azione in questo decennio è fondamentale per catturare il potenziale di mitigazione degli edifici» (Jim Skea, co-presidente del Working Group II Ipcc). Ma allora, aggiungiamo noi, le cifre di quel “Piano di efficienza energetica 2010-2020”, che aveva messo d’accordo i sindacati dei lavoratori e padronali, ma assai poco è stato fatto, devono essere riprese dal Pnrr, che è invece nudo di quantificazioni di tale importanza: risparmio di 51 Mtep di combustibili fossili, 207 milioni di tonnellate di Co2 in meno, 1.600.000 nuovi posti di lavoro. 

Sempre a proposito di efficienza energetica, il rapporto Ipcc sottolinea che il comparto industriale rappresenta circa un quarto delle emissioni globali; da qui, il necessario incremento, rispetto alla situazione attuale, dell’uso più efficiente dei materiali — acciaio, materiali da costruzione, prodotti chimici — e dei livelli di riutilizzo, riciclaggio e riduzione dei rifiuti. Come anche dell’innovazione di processo e di prodotto, dove, di nuovo, l’elettricità da Fer e l’idrogeno “verde” vengono individuati come fondamentali. Anche l’agricoltura, la silvicoltura e altri usi del suolo possono fornire forti riduzioni delle emissioni e anche rimuovere e stoccare l’anidride carbonica su vasta scala. «Tuttavia — avverte l’Ipcc — la Terra non può compensare il ritardo nella riduzione delle emissioni in altri settori. Le opzioni di risposta possono avvantaggiare la biodiversità, aiutarci nell’adattamento ai cambiamenti climatici e garantire mezzi di sussistenza, cibo, acqua e forniture di legno». 

La costruzione di un mondo più equo e sostenibile è diventata ancora più ardua con il profondo mutamento degli equilibri geopolitici ed energetici generato dalla guerra in Ucraina

“UnNews”, il periodico online delle Nazioni Unite, ha riassunto in otto “comandamenti” le indicazioni di questo ponderoso contributo dell’Ipcc. A quanto già sottolineato prima vanno aggiunti il punto 3: «Le norme di mitigazione si stanno espandendo in tutto il mondo», il punto 6: «Si stanno dispiegando misure economiche» e il punto 7: «La gente si preoccupa, si stanno impegnando di nuovo» [leggi qui 1] . L’Ipcc ha corposamente rammentato l’indifferibile urgenza in cui tutto il mondo si trova. E ha voluto mitigare il dramma del messaggio con le azioni possibili che dobbiamo fare per «portarci verso un mondo più equo e sostenibile». Ma da subito! Il percorso arduo sconta ora, inoltre, l’inevitabile e profondo mutamento di equilibri geopolitici ed energetici conseguente alla scellerata guerra della Russia contro l’Ucraina. 

Non mi pare che ci sia molto di più che sperare che l’Unione Europea, pur schiacciata dai due imperi — il russo e l’americano — mentre il terzo, la Cina, sta a guardare [leggi qui 2], riassuma il ruolo di guida nella lotta al global warming. Lo ha avuto fin dal lancio, nel 2007, dei “tre venti percento al 2020” che ha portato all’Accordo di Parigi e alla sua ratifica (2016) da parte di quasi tutti i Paesi del mondo. L’Unione Europea ha già deciso per il «meno 55%» al 2030, rendendo così credibile il «meno 43%» su scala mondo di cui parla il Rapporto Ipcc. Il Rapporto assume questo contesto, assume di fatto questa speranza. Per la quale dobbiamo lottare senza se e senza ma. E senza tregua© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Scienziato e politico, è stato leader del movimento antinucleare e tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi. Fu primo firmatario, insieme ad Alex Langer, dell’appello che nell’autunno 1984 portò alla costituzione nazionale di Liste Verdi per le amministrative del 1985. Eletto alla Camera per i Verdi (1987-2001) ha portato a compimento la chiusura del nucleare, le leggi su rinnovabili e risparmio energetico, la legge sul bando dell’amianto. È stato presidente delle due prime Commissioni d’inchiesta sui rifiuti (“Ecomafie”), che hanno indagato sui traffici illeciti internazionali, sulla waste connection (assassinio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin) e sulla gestione delle scorie nucleari. Ha per anni proposto insieme ai Verdi i cardini e le azioni della Green Economy; e ha continuato le battaglie ambientaliste a fianco della ribellione di Scanzano (2003) e contro la centrale di Porto Tolle e il carbone dell’Enel (2011-14). Co-presidente del Decennio per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile dell’Unesco (2005-14). Tra i padri dell’ambientalismo scientifico ha prodotto (2020) un modello teorico di “stato stazionario globale”, reperibile, insieme a molte altre pubblicazioni scientifiche, su https://www.researchgate.net/profile/Massimo-Scalia