Il degrado del centro di Roma si vince con nuovi residenti e lavoro innovativo negli edifici pubblici

Affreschi di Palazzo Rivaldi in abbandono e degrado; sotto il titolo, i portici di Piazza dei Cinquecento

Il centro di Roma degrada progressivamente nel deserto demografico, la monocultura turistica e l’inciviltà con cui la serie ormai ininterrotta dei locali di somministrazione alimentare distruggono piazze e spazi comuni. Tra non molto scopriremo che la città storica accoglie ormai meno di 80 mila residenti: 57 abitanti per ettaro. L’immenso patrimonio edilizio che cinquant’anni fa accoglieva 350 mila residenti è stato riconvertito in B&B e residence. Per salvare il centro storico più bello del mondo, occorre reintrodurre residenti a partire dagli edifici pubblici. E reinsediare il lavoro possibile per giovani e imprese che possono fermare la monocultura turistica che genera un deserto urbano


L’analisi di PAOLO BERDINI, urbanista 

Palazzo Nardini in Via del Governo Vecchio abbandonato a se stesso

VITTORIO EMILIANI, CON la sua maestria si è speso molto per Roma. Importanti volumi e continui articoli di denuncia e proposte sono familiari a chi si occupa della capitale. Con i sui ultimi ragionamenti apparsi su “Italia Libera” il 28 dicembre  e il 7 gennaio scorsi sembra richiamarci ad un quesito di fondo, di come possa continuare a vivere una città senza alcuna idea che riesca a mettere in moto la speranza di poter uscire dal degrado. Troppe volte, difatti, il dibattito romano sembra trovare temi particolari e divisivi, comode scorciatoie per non affrontare i temi fondamentali. Un esempio paradigmatico è quello dei rifiuti. Da più di venti anni viviamo in una emergenza ambientale grave e un problema di normale amministrazione pubblica diventa il pretesto per alimentare polemiche sterili. Un comodo paravento, viene da pensare. 

Molte città italiane anche di rilevante dimensione territoriale e di grande importanza economica risolvono il problema da sempre. Nella capitale diventa un rebus insolubile. Così tutti gli altri problemi di prospettiva restano sullo sfondo. Spiace, in tal senso, che anche il neo sindaco Gualtieri si sia esercitato nell’ennesima rappresentazione formulando promesse puntualmente non mantenute. È invece solo affrontando i nodi di fondo che si potrà creare un clima nuovo. L’idea da cui partire è quella di avere una visione unitaria della città troppe volte vista attraverso singoli ambiti territoriali. La città è una e va unitariamente ripensata, ad iniziare da tre progetti che mi sembrano fondamentali per rilanciare il ruolo di Roma: il centro storico che muore, le disuguaglianze crescenti; la collaborazione con le altre istituzioni che operano nella capitale.

La priorità assoluta riguarda il centro storico. Troppe volte Emiliani ne ha denunciato il deserto demografico, il degrado dovuto alla monocultura turistica, all’inciviltà con cui la serie ormai ininterrotta dei locali di somministrazione alimentare distruggono piazze e spazi comuni. Ai suoi quesiti non ha risposto nessuno. Ma non si può attendere oltre. Tra non molto conosceremo i risultati dei rilevamenti demografici e scopriremo che la città storica accoglie ormai meno di 80 mila residenti: 57 abitanti per ettaro, un deserto urbano. L’immenso patrimonio edilizio che cinquant’anni fa accoglieva 350 mila residenti è stato riconvertito in B&B e residence.

Svuotato di residenti e botteghe artigianali il centro storico di Roma è diventato un deserto urbano: appena 57 abitanti per ettaro

Se si vuole salvare il centro storico più bello del mondo, occorre dunque perseguire l’idea di reintrodurre residenti. Gli edifici pubblici da riutilizzare ci sono già oggi e sarebbe agevole iniziare a farlo. Più in generale, di fronte alla più volte ventilata idea del trasferimento da parte del ministero della difesa della sede di Palazzo Baracchini sulla via XX Settembre, si potrebbe iniziare a definire un grande proposta pubblica per rivitalizzare la città storica. Ma questo è soltanto il primo passo. Ogni immobile pubblico dovrà anche reinsediare il lavoro possibile per i giovani, per le imprese che potrebbero invertire, o almeno fermare, il dilagare della monocultura turistica. Le città vivono se ci sono residenti e se ci sono occasioni di lavoro innovativo e duraturo. Solo così si può pensare di vincere il degrado.

Occorre in buona sostanza ritornare ad avere un’idea della città storica. E per farlo si devono superare gli errori culturali fin qui commessi. Edifici pubblici prestigiosi come il palazzo Nardini a via del Governo Vecchio, erano stati posti in vendita dalla Regione Lazio e sarebbero andati ad incrementare la filiera turistica. È stato un grave errore scongiurato solo dal fermo intervento della Soprintendenza di Stato che ha rinnovato i vincoli di rispetto. Ora occorre trovare le risorse economiche per restituirlo agli usi culturali. 

E qui sta il nodo da sciogliere. Contro il dilagare del turismo mordi e fuggi che mette a repentaglio l’identità della città, occorre costruire proposte di ampliamento dell’offerta culturale in modo da riequilibrare il funzionamento del sistema urbano. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto in questi ultimi anni da parte del ministro per i Beni culturali Franceschini che ha imposto l’inutile ricostruzione della pedana del Colosseo. Questo monumento vive in uno stato di perenne assedio da parte di decine di migliaia di visitatori al giorno e non ha certo necessità di avere ulteriori richiami. Per riequilibrare il modello turistico occorrerebbe, ad esempio, restituire alla città palazzo Rivaldi, un gioiello straordinario che vive da decenni in uno scandaloso stato di abbandono. 

Fin qui il cuore antico. Ma, come accennavamo in apertura, occorre avere un’idea unitaria della città ad iniziare dal riscatto delle periferie. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Paolo Berdini, urbanista, ha pubblicato per le edizioni Donzelli: “La città in vendita” (2008); “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia” (2010); “Le città fallite” (2014). Suoi saggi sono apparsi sulle riviste Gli Asini e Micromega. Profondo conoscitore dell’urbanistica romana, ha collaborato con Italo Insolera all’aggiornamento di “Roma moderna” (Einaudi, 2011). Ha inoltre pubblicato, “Lo stadio degli inganni” (Derive e approdi, 2020; “Roma, Polvere di Stelle” (Alegre editore 2018). Dal luglio 2016 al febbraio 2017 è stato assessore all’Urbanistica e ai Lavori pubblici di Roma