Calorosa stretta di mano tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, l’11 aprile 2022 ad Algeri (credit Ettore Ferrari); sotto il titolo, il metanodotto algerino che si allaccia al Transmed per attraversare il Canale di Sicilia

Ursula Von Der Leyen avvisa che l’inverno 2023 sarà ancora più impegnativo dell’inverno alle porte: «La Russia potrebbe decidere di interrompere completamente le sue forniture di gas all’Europa». L’Algeria dovrebbe fornirci una parte del gas che non compreremo più da Putin, ma con Putin fa già esercitazioni militari nel Mediterraneo e chiede di aderire al Brics (il blocco Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica). Secondo il ceo dell’Eni Claudio Descalzi «imporre un tetto al prezzo del gas in Europa non sarà sufficiente a moderare i rincari». Ma il prezzo del gas fissato dalla borsa virtuale di Amsterdam (il mercato Ttf ) era salito alle stelle sei mesi prima dell’inizio dell’aggressione di Putin all’Ucraina: «Quel mercato non è stato oggetto di speculazione, è stato preda di una manovra manipolativa che non è legittima, è un reato penale in tutti i codici occidentali, e non solo» (Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente, 25 ottobre 2022)


L’analisi di LAURA CALOSSO

LA VICENDA “PRICE CAP”, di cui si parla da mesi, pare definitivamente tramontata. Secondo fonti citate da Reuters «nel corso di un seminario tecnico online tenutosi lunedì 7 novembre, la Commissione europea ha riferito ai rappresentanti dei 27 Paesi membri che non è possibile imporre un tetto al prezzo del gas senza influire sui contratti a lungo termine o sulla sicurezza delle forniture» [leggi qui nota 1]. Ora c’è il rischio che anche al Consiglio Energia del 24 novembre non si arrivi a un’intesa. Dalle discussioni emerge un sostanziale stallo, perché i Paesi Ue sono divisi.

E intanto? La presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, avvisa che l’inverno 2023, sarà ancora più impegnativo dell’inverno alle porte: «La Russia potrebbe decidere di interrompere completamente le sue forniture di gas all’Europa. La capacità globale di Gnl non crescerà abbastanza velocemente per colmare questa lacuna. La crescita in Asia potrebbe assorbire la maggior parte di questo Gnl aggiuntivo. A causa di tali fattori, la prossima estate l’Europa potrebbe trovarsi a corto di circa 30 miliardi di metri cubi di gas per riempire gli stoccaggi» [leggi qui nota 2]. La presidente ha aggiunto: «abbiamo più che raddoppiato le nostre importazioni di Gnl dagli Stati Uniti. Dai 22 miliardi di metri cubi dell’anno scorso, siamo passati ai 48 miliardi di metri cubi di quest’anno. Questo ha permesso di riempire i nostri stoccaggi del 95%. Allo stesso tempo, abbiamo ridotto il consumo di gas del 15%». Le ragioni dei consumi ridotti dipendono da una stagione mite, ma, purtroppo anche dalla chiusura delle imprese che, secondo Gian Domenico Auricchio, presidente di Unioncamere Lombardia, potrebbe essere un campanello d’allarme per un’emorragia prevista anche nei prossimi mesi. 

Roma, 26 maggio 2022: Il presidente di Sonatrach, Toufik Hakkar Land, e il ceo di Eni, Claudio Descalzi, firmano il memorandum d’intesa tra l’azienda di stato algerina (la più importante società per azioni africana) e l’Ente nazionale idrocarburi di cui l’Italia detiene la Golden share; al centro della foto il premier Mario Draghi a suggellare l’intesa

Quindi i problemi sono di due tipi: da un lato bollette insostenibili e dall’altro il rischio di rimanere senza gas. Riguardo al primo problema, per ora non ci sono significative soluzioni, in merito al secondo è invece partita la caccia al gas in Nord Africa. Dove? Algeria. Il primo “successo” è stato un accordo promosso dal governo di Mario Draghi, atterrato ad Algeri in primavera con l’allora ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Perché ho messo la parola successo tra virgolette? Qualche giorno fa l’Algeria ha presentato una domanda ufficiale per entrare nel blocco dei mercati emergenti Brics, che raggruppa Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Altri Paesi, come la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Egitto, hanno espresso il loro interesse per aderire a Brics [leggi qui nota 3]. L’Algeria è il più grande esportatore di gas dell’Africa e fornisce circa l’11% del gas naturale consumato in Europa. Intanto, però, Algeria e Russia hanno avviato esercitazioni militari nel Mediterraneo. L’Algeria rivendica una Zee, ovvero una Zona Economica Esclusiva in mare fino alle coste della Sardegna. Non si possono quindi escludere tensioni; un vero disastro, considerato che, con l’accordo di primavera, l’Algeria era diventata il nostro primo fornitore, al posto della Russia.

E allora che si fa? Come scriveva Repubblica già ad aprile 2022, per svincolarsi dai rapporti con Putin, l’Italia si è rivolta a un Paese non proprio in testa alla classifica dei diritti umani. «Dopo l’Algeria, è la volta dell’Egitto. La road map che dovrebbe condurre l’Italia a soddisfare la domanda di gas naturale, se dovessero venire meno le forniture dalla Russia, si concentra sui maggiori produttori africani. Nessuno escluso, anche chi non ha certo buoni rapporti con il nostro Paese, come l’Egitto, che continua a negare la sua collaborazione nella ricerca dei responsabile della morte del giovane ricercatore Giulio Regeni (assassinato nel 2016 n.d.r.)» [leggi qui nota 4]. «Tarek El Molla: con il gas egiziano l’Italia diventerà hub per tutta l’Europa», titolava il Corriere della Sera, il 7 settembre scorso, a proposito delle dichiarazioni del ministro egiziano [leggi qui nota 5].

Claudio Descalzi (al centro) in Egitto dopo la scoperta del giacimento di metano offshore Zohr, considerato la più grande scoperta di gas mai realizzata nel Mar Mediterraneo, messo in produzione in meno di 2 anni e mezzo: un tempo record (credit Eni)

Già, l’Egitto. «Eni ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano del Mar Mediterraneo, presso il prospetto esplorativo denominato Zohr», scriveva Eni in un comunicato del 30 agosto 2015 [leggi qui nota 6]. «Il pozzo Zohr 1X, attraverso il quale è stata effettuata la scoperta, è situato a 1.450 metri di profondità d’acqua, nel blocco Shorouk». L’accordo era stato «siglato nel gennaio 2014 con il ministero del Petrolio egiziano e con la Egyptian Natural Gas Holding Company (Egas) a seguito di una gara internazionale competitiva» riportava il comunicato. «Attualmente, Eni produce circa il 60 per cento del gas del Paese nordafricano». In un altro comunicato Eni affermava: «Il progetto sta dando un contributo fondamentale nel sostenere l’indipendenza dell’Egitto dalle importazioni di Gnl. Con Zohr l’Egitto ha recuperato l’auto-sufficienza nel settore del gas persa dopo il 2011. Il giacimento potrà garantire la soddisfazione totale della domanda egiziana di gas naturale per decenni, rispondendo al 65% dei consumi energetici del Paese che ha in programma di diventare un hub regionale di riesportazione di gas naturale liquefatto» [leggi qui nota 7]. 

E di Nord Africa ha parlato proprio il ceo di Eni, Claudio Descalzi, a margine di un incontro organizzato dalla European House Ambrosetti a Bruxelles, il 10 novembre scorso [leggi qui nota 8]: «Penso che ci sia grande consapevolezza da parte di questo governo che l’azione (del governo precedente n.d.r.) debba continuare, perché la crisi può anche essere più acuta. Questo è un punto fondamentale, perché il gas che produciamo in Italia, se ci sarà la possibilità di aumentare la produzione, prenderà due o tre anni di tempo. Ma il gas vero, visto che continuiamo a consumare 72-75 miliardi di metri cubi all’anno, deve arrivare da fonti diversificate. Abbiamo la fortuna che l’Africa è un grande produttore, la fortuna di essere posizionati come Eni in Africa, in Medio Oriente e anche nel Far East, perché produciamo molto Gnl in Indonesia». Secondo Descalzi «imporre un tetto al prezzo del gas in Europa non sarà sufficiente a moderare i rincari: è fondamentale investire in infrastrutture per importare gas naturale liquefatto Gnl, e anche per esportarlo dai Paesi produttori».

Claudio Descalzi: «Bisogna investire in rigassificatori, come stiamo facendo noi e altri, e in America costruire nuovi liquefattori», per sostituire il gas russo distribuito attraverso i metanodotti

Mentre il gas russo era disponibile immediatamente perché arrivava via tubo, per il Gnl la procedura è più macchinosa e costosa: «Bisogna investire in rigassificatori, come stiamo facendo noi e altri, e in America costruire nuovi liquefattori», spiega al proposito Descalzi. L’Italia deve realizzare «immediatamente» nuovi impianti di rigassificazione, indispensabili per poter importare il Gnl necessario a riempire gli stoccaggi per l’inverno 2023-24, altrimenti i «7 miliardi di metri cubi» di gas naturale liquefatto che servono, andranno «da altre parti». Come già scritto in articoli precedenti, è d’altro canto vero che il gas liquefatto non è mai certo, tantomeno il suo prezzo, che fluttua fino a quando non viene scaricato dalla nave, essendo negoziabile da chiunque finché è a bordo.

Come abbiamo fatto all’improvviso a cadere in un’incertezza simile? Al proposito riporto un intervento piuttosto interessante di Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente, che il 25 ottobre scorso ha esposto alcuni dubbi nell’ambito di un incontro svoltosi in una sala del Parlamento europeo a Bruxelles [leggi qui nota 9]. «Come analista che guarda i mercati devo riconoscere che osservando il mercato Ttf (la famosa Borsa di Amsterdam) sembra che in realtà la guerra in Ucraina non sia iniziata a febbraio, ma sei o sette mesi prima. […] È uno pseudo mercato, basato su piattaforma privata di una società americana che non ha vincoli al rialzo […]. I partecipanti a quel mercato si regolano, ma in base ai propri interessi, ovvero guadagnare. Sei mesi prima dell’inizio della guerra ucraina, la guerra finanziaria era già in atto. Ecco, lascia sospetti questa guerra finanziaria, non c’erano motivazioni fisiche per il rialzo […] non c’era nessuna ragione perché quel mercato esplodesse. […] Quel mercato non è stato oggetto di speculazione, è stato preda di una manovra manipolativa che non è legittima, è un reato penale in tutti i codici occidentali, e non solo». 

L’analista finanziario indipendente ha voluto aggiungere anche altro di molto serio: «[…] A RaiNews mi ero permesso di suggerire un’analisi quantitativa, affinché si possano riconoscere i modelli manipolativi. Le Università europee potrebbero essere incaricate di farla. Siamo davanti al legittimo sospetto di un crimine che non è stato indagato. Le conseguenze sono state grosse: la guerra in Ucraina ha fatto da cortina fumogena, oscurando il “perché” questo mercato opaco è esploso. Perché? Come?». Secondo Scarano, un riassetto energetico come quello in corso, in via “normale”, richiederebbe anni, invece, tutto si sta compiendo in pochi mesi. L’ultima domanda posta dall’analista è cruciale: «Perché i contratti di nolo delle navi gasiere che trasportano Gnl sono iniziati prima della guerra in Ucraina?» [guarda il video qui]. Possiamo solo augurarci che una risposta a queste inquietanti domande arrivi presto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.

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