Covid e Calabria con le ossa rotte: le “madri coraggio” aprono scuole e futuro ai loro figli

«Le nostre scuole sono state le prime a chiudere e le ultime a riaprire. La chiusura totale non è avvenuta in nessun’altra regione, solo da noi…». La protesta è nata a Chiaravalle, un comune della provincia catanzarese, e si è allargata a macchia d’olio con il comitato “La forza siamo noi”. La regione fa i conti con la percentuale di abbandono scolastico tra le più alte del Paese: il 34% molla gli studi e il fenomeno non riguarda oramai solo le classi economicamente più disagiate


Il reportage di ANNA MARIA SERSALE


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«Le nostre scuole sono state le prime a chiudere e le ultime a riaprire, viviamo la pandemia in una delle regioni più disastrate d’Italia, la Calabria, ma i nostri figli non sono studenti di serie B, non devono pagare l’inadeguatezza del sistema sanitario al collasso, il mancato piano trasporti e l’incapacità delle istituzioni di garantire la frequenza a scuola. Invece di adoperarsi, le nostre istituzioni hanno preferito una scorciatoia, decidendo la chiusura degli istituti, tutti, dalle materne alle superiori. La chiusura totale non è avvenuta in nessun’altra regione, solo da noi…». Emanuela Neri, una delle “madri coraggio” che insieme a tante altre ha avviato la protesta, non si arrende. 

Insieme hanno combattuto contro il rimpallo di responsabilità tra sindaci e Regione, a colpi di carte bollate e ricorsi al Tar hanno ottenuto la sospensione dell’ordinanza di chiusura delle scuole. Non si sono arrese anche quando il presidente pro tempore della Regione, Antonino Spirlì, ha tentato il ricorso al Consiglio di Stato: si sono appellate e hanno vinto di nuovo. Le madri ora sono organizzate in comitato, “La forza siamo noi”, la scelta del nome indica la loro determinazione. Sono preoccupate per gli effetti del prolungato lockdown scolastico. 

Chiedono scuole sicure, aperte, e un futuro per i loro figli. La loro protesta si sta allargando. Difendono la scuola in presenza, fondamentale sia sotto il profilo didattico e pedagogico, che per la socializzazione e la crescita psicologica. «Non possono ledere uno dei diritti fondamentali garantito dalla nostra Costituzione, il diritto allo studio», dicono Stefania Asuni e Adele Taverna. Tanto più che la Calabria purtroppo deve fare i conti con la percentuale di abbandono scolastico tra le più elevate del Paese: il 34% dei ragazzi lascia precocemente la scuola. Da qualche tempo il fenomeno non riguarda solo le classi economicamente disagiate. 

Con il lockdown scolastico durato più a lungo che altrove molti ragazzi sono tornati a essere braccia per l’agricoltura, utilizzati dalle famiglie nel lavoro dei campi. Un fenomeno davvero preoccupante, che potrebbe ipotecare la vita e il futuro di chissà quanti giovani. Qualcuno dirà che è uno dei tanti effetti del Covid. Non è così. La scuola non doveva e non deve essere un bene negoziabile, ma un bene primario da difendere e garantire, se non vogliamo continuare a scivolare su quel piano inclinato che ci porta verso il declino.  

La protesta è nata a Chiaravalle, un Comune della provincia catanzarese, poi si è allargata a macchia d’olio. In pochi giorni le adesioni sono state centinaia, forse migliaia se si calcolano gli altri comuni che si erano anche loro mobilitati, Vibo Valentia, Serra San Bruno e tanti altri. Sono nati comitati spontanei, tra questi anche “Chiedo per i bambini” e “Gemina”, quest’ultimo di carattere nazionale, con un coordinamento in Calabria. Grazie alla mobilitazione delle donne le scuole sono state riaperte, ma ora in ballo c’è anche altro. 

Queste “madri coraggio” sanno che la pandemia lascerà la Calabria con le ossa rotte. Sanno che il lavoro non c’è e che ce ne sarà sempre di meno se non si metterà mano alla ricostruzione del tessuto sociale e produttivo della regione. Dalle stime fatte in queste settimane si sa che circa ventiquattromila aziende sono a rischio chiusura, in una regione che ha tassi di disoccupazione record. 

In particolare, è drammatico il dato riguardante i giovani: in Calabria il 52,7% della popolazione tra i 15 e i 24 anni non ha un lavoro, analoga la situazione in Campania (53,6%) e in Sicilia (53,6%). Lo rivela una indagine Eurostat pubblicata nel 2019, che colloca le nostre tre regioni del Sud negli ultimi dieci posti su 280 regioni monitorate (nel 2018) in tutta l’Unione Europea, dove la media della disoccupazione giovanile è meno di un terzo, 15,2%. In più Eurostat sottolinea che la Calabria ha un primato negativo anche nella rilevazione riguardante la più ampia fascia di età 15-74 anni, con il 21,6% di disoccupazione è molto al di sopra della  media dell’Ue (a 27 Paesi) che oscilla tra il 7 e l’8%. 

Colpa delle mancate politiche di sviluppo e dei tanti errori che si sono stratificati nei decenni, lasciando il Sud in condizioni di arretratezza rispetto alle regioni del Nord. Da qui lo svantaggio economico, sociale e culturale, che può diventare una condanna. Basti pensare che in Calabria si registra il più elevato tasso di povertà minorile. Questo fatto − in un contesto sociale difficile, con una elevata presenza di criminalità organizzata − espone maggiormente i giovani ai pericoli della devianza.

Ma le donne della Calabria ora vogliono farsi sentire. Sono il motore che cerca di spingere alla coesione sociale. Sono informate, consapevoli dei gravi problemi mai risolti e pronte a combattere in questo momento decisivo per il Paese. Il loro movimento ha dato vita a una serie di Comitati che si sono messi in rete. Per loro la crisi provocata dalla pandemia deve diventare un’occasione, deve far scattare un impegno collettivo per progettare un nuovo futuro, per riscattare una terra offesa dalle speculazioni. – (3. Continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.